Viva l’aringa ! (resoconto tardivo)

Eccomi qua, in una delle tre repubbliche baltiche (non ho ancora capito ove mi trovi, se Lettonia, Estonia o Lituania..le confondo sempre, come del resto Svezia-Norvegia-Finladia.. Oslo è la capitale di COSA??) per un meeting con un potenziale cliente locale. Da notare subitissimo la responsabile marketing, che nonostante il dna ugro-finnico non ha nulla a che vedere con le tipiche bellezze nordiche, tipo Britt Ekland o Ingrid Bergman: non è nè alta due metrì, nè bionda, nè carica di algido fascino. Non sembra per niente la donna di Thor e in più, ha i capelli – di un banalissimo castano – sporchissimi. ‘Sembrano coperti di bava di lumaca’, commenta un collega. Dopo averla osservata a lungo, ho stabilito che è la gemella separata alla nascita di Maurizio Belpietro. Il collega che mi accompagna non smette di fare commenti sconci sui possibili devastanti effetti del suo sguardo ingrugnato nel bel mezzo  eventuali – ma a sua detta impossibili – momenti erotici.
Ieri sera, nonostante si sia arrivati in super corsa in albergo a notte inoltrata (le sette e mezza… ma nei paesi nordici ricordiamoci che si cena alle cinque…) sono riuscita a presentarmi al tavolo del cliente al ristorante dell’hotel Bergs dove ci avevano invitati. Cambiata, ritruccata, taccata. Peccato che l’unico paio di collant in valigia si sia rilevato alla bisogna bucherellato in più parti a livello ginocchio-polpaccio-coscia. Santa Guepiere, che fare??
Dopo un rapido esame della situazione (e del contenuto della valigia, insolitamente scarno e ridotto, non più di 28 kg) ho deciso di adottare un look a metà fra il fetish e l’esquimese: stante il freddo semi-polare ho sovrapposto una parigina grigio antracite che arrivava giusto giusto un 7 centrimetri sopra la rotula (data la mia bassa statura il livello equivale all’inguine…) a coprire strappi e smagliature.
Risultato:
– la gamba, avviluppata in collat 70 denari + parigina spessa, ha guadagnato almeno 4-5 cm in circonferenza. Sembrava pari pari uno zampone natalizio formato famiglia
– nel camminare la parigina tendeva a scivolare giù arrotolandosi, con orrido effetto mondina
– il piede, anch’esso circoscritto nel doppio strato nylonico, scoppiettava nella scarpa, che a stento lo conteneva. Ovviamente mi si è bloccata la circolazione, e gli alluci mi sono diventati blu. Mi è caduta l’unghia del ditone.

Nonostante le infauste premesse, la serata è stata molto piacevole: i baltici, ad evidente dimostrazione che i luoghi comuni sono luoghi comuni, non si sono rivelati per nulla freddi e distaccati, bensì spiritorissimi e ci siamo ammazzati di vodka – da buttarsi giù in una botta unica, a ritmo di tre per bicchieri per volta – risate e pesce variamente conservato (affumicato, sotto sale, in salamoia, putrefatto).

Momenti salienti:
– il mio collega che risponde a uno che dichiara non prendere l’aereo per timor degli incidenti: what’s the problem? the plane is not yours’

– lo stesso collega che insiste nel parlare del Port of Rotterdam … e io: the harbour. E lui: no, the port. E io: the harbour! E lui:  I don’t know which is the name of the port of Rotterdam!’

– credo ve ne siano stati altri, perchè abbiamo fatto le ore piccole… ma oltre un certo numero di litri di vodka si verificano dei buchi a livello di memoria breve

Cose da fare durante il meeting diurno col cliente:

– accendere il pc portatile appena arrivata, cercando di rompere i maroni a più gente possibile facendo passare il cavo da collegare alla presa sopra-sotto-di fianco-attraverso il maggior numero di partecipanti possibile. Dire molte volte: sorry – i beg you pardon – oh, scuse me!;

– tirare fuori dalla borsa blocchi, penne, appunti e soprattutto la copia cartacea della presentazione che state andando a fare (30 slides) e sparpargliarla a caso intorno a pc. Detta copia deve essere carica di appunti, scritte, scarabocchi, frecce e altri segnali esoterici incomprensibili in tutte le pagine, a dimostrazione evidente che l’avete letta, studiata, e commentata a casa. Dato che nessuno capisce l’italiano, scritte tipo ‘gigi ama lucia’ sono perfettamente accettabili;

– chiedere subito una connessione wifi, che normalmente non è disponibile. Scocciarsi, alzare gli occhi al cielo e scuotere la testa in segno di disapprovazione. Questo fa si che il cliente si attivi immantinente, e la wireless, oppure un cavo lungo 100 metri, alla fine arrivi. Così almeno potete collegarvi a facebook;

– approvigionarsi con congruo anticipo al tavolino del coffee break, facendo incetta di tartine all’aringa e tramezzini al lichene e cavolo rosso, che allineerete in bell’ordine davanti a voi. Il tutto va consumato al ritmo di 1 pezzo ogni  15 minuti, ad evidente dimostrazione che gradite ed apprezzate la cucina locale.
Certo: a mio vantaggio c’è da dire che io vado matta per l’aringa!!