Elogio dell’influenza

Abbattuta la scorsa settimana da una semi suina pubblico con piacere un vecchio articolo apparso su Repubblica, in una prosa mirabile, per la gioia di chi, ancora oggi, se la spassa sotto il piumone con 37 e 9…

Repubblica — 23 novembre 1996   pagina 1

CON ESECRABILE efficienza, un’ affascinante fanciulla decanta nello spot televisivo le mirabilie di una nuova pillola antinfluenzale, elecando terroristicamente le conseguenze di una settimana di malattia: affari persi, cene svanite, occasioni rinunciate. Quando invece di tutti i mali che avvicinano gli umani alla unica certezza di questa vita, la morte, l’ influenza è il più confortevole. Dona ai medici una scusa per dare un nome tranquillizzante a tutte le malattie che non sanno; ai malati il privilegio d’ essere malati senza preoccuparsene soverchiamente. Male non grave, anzi elegante persino nel nome che sta per scorrimento e flusso in latino medievale, l’ influenza avvolge in un malessere acqueo e rigonfio, caldiccio sì ma che non dura, e che poi non nuoce mai molto al corpo. E invece dona ai sentimenti il ritorno all’ impotenza infantile prima e poi alla quiete inconcludente, che altro non deve fare se non perdere finalmente tempo. UN PO’ DI reumatismi o mal di testa sono il minimo prezzo per ridivenire petulanti, infantili, infine rassegnati, quieti, del tutto ineconomici, in nulla vitalisti. In un’ epoca economica per definizione, e in cui la ginnastica, e l’ economicizzazione di ogni felicità, il non avere pace, diverranno tra poco norme costituzionali, in questa epoca sciagurata l’ influenza è ormai l’ unico serio anticapitalismo che ci sia rimasto. Ovvio dunque che la torma di ignoranti, educatisi al vizio del lavoro, l’ avvèrsi, e poi una diseducativa reclame televisiva, elenchi le cose tutte sciocche e trite che possono farsi, se soltanto con una pillola si evita l’ influenza. E i più, tanto pervertiti da considerare ormai norma di salute un pensiero sovraeccitato, sempre ansioso e che genera fretta, magari ci credono pure, giudicano sensato il pregiudizio. In anni degeneri in cui il lavoro è divenuto un mezzo, che non sa più il suo fine, e viene chiamato svago un nugolo di piaceri reiterati a comando e quasi sempre peggiori di un lavoro, ora si calunnia l’ influenza, unico stato in cui l’ umano moderno non nuoce a se stesso, perche grazie al cielo, non può ricercare il progresso. E deve invece preoccuparsi o meglio abbandonarsi ad un totale risanante regresso. Quindi sperimentare che inaudito privilegio siano quei due o tre giorni di attutimento; se solo non si abbia la fretta di guarire, e invece si ceda alla quiete di un esistere finalmente ne vitale, ne economico, ne progressivo. Per chi non soffra già, per vecchiaia, o altro male, non dovrebbe dunque dirsi un male ma appunto influenza, e stato da elogiarsi. Come deve e può solo approvarsi l’ esistere riparati, ovattati, e il bere tè bollente, il rimirare i gatti che in acrobazia saltano sopra il letto, il privilegio di non dover rispondere a tono, il potere giocare i giochi dei bambini, il disco che gira, la pancia calda, le coperte, l’ eccitazione dell’ aranciata, e quel libro che si rilegge sempre da capo, i peluzzi della sciarpa sotto la lingua, gli spaghetti aglio olio e peperoncino che disinfettano, la quiete ineconomica, il guardare immobili, e infine la propria menzogna: quel giorno finale in cui s’ è già guariti e non lo si ammette, e ci si sente adatti nella vita solo a non fare niente. Terribilmente vi sarebbe, è vero, un altro modo per riconquistare una pausa: il carcere. Ma negli ultimi tempi i Pacini Battaglia sono più numerosi dei Sivlio Pellico o dei Re Enzo. E dunque si deprechino le pubblicità muliebri antinfluenza. Meglio l’ influenza, unico anticapitalismo sensato, pausa del vivere, ritorno alle aranciate mai amare. – di GEMINELLO ALVI

Lontano dagli occhi….

Temo che l’Ufficiale non tarderà a dare segni di scoglionamento.. già l’altro giorno ha  appallottolato un calzino, segno evidente di squilibrio interiore ed insofferenza. Io sospetto mal sopporti l’incontrarsi sì raramente.
Del resto, affinchè le nostre strade si incrocino è necessario verificare che:
– io non abbia lezione di teatro
– neanche lui abbia lezione di teatro
– io non abbia l’Infanta a carico
– lui non abbia il poker con gli amici
– io non abbia la bandiera del giappone
– lui non abbia la sinusite
– io non abbia la suina (almeno in questo periodo)
– lui non stia viaggiando per lavoro
– io non mi trovi a bordo di aeromobile
– Urano sia perfettamente allineato con Mercurio
– ci sia l’eclissi di sole (totale)
– lui non debba alzarsi presto il mattino successivo
– io mi sia adeguatamente depilata ovunque (compresi gli alluci, notoriamente un po’ da hobbit)
– lui non debba fare il cambio degli armadi
– su Rai due non ci sia Anno Zero
– su MTV non ci sia Scrubs o Little Britain
 
Ora: è chiaro che per far coincidere tutte queste circostanze con esito positivo ce ne vuole… ecco perchè, come più volte ribadito, la media dei nostri incontri è 1 / semestre.
Vero, la lontananza fa bene all’amore. Ma io l’altra sera ho baciato in bocca la guardia medica solo perchè gli somigliava un filo… stupidamente, non ho subito estratto la sua foto dal portafogli per il solito confronto all’americana e verificare che fosse effettivamente lui.
Certo, il camice bianco doveva farmi sospettare qualcosa….
 
 

La terribile vicenda di Emma

Io sostengo da una vita la teoria, che mi riguarda personalmente, che dice: a me di bambini piacciono solo i miei. Quelli degli altri mi stanno cordialmente sui maroni.

 

Ho scoperto che vale anche per i cani. Ho alluso, di recente nei miei post, all’eventuale ingresso in famiglia di elemento peloso coda-dotato, con orecchie a punta, naso umido e faccia da scemo.

L’elemento è arrivato domenica: è una deliziosa canina color nocciola che l’Infanta (che agogna l’animale da anni e anni) ha subitamente battezzato Emma.

Ovvio che lei, l’Infanta, fosse superfelice! Meno ovvio che, per me, sia stato amore a prima vista: io normalmente ringhio ai mastini che scappano terrorizzati e prendo a calci i cani di piccola taglia per il gusto di vederli volare lontano e poi sghignazzo scompostamente vantandomi con i miei amici teppisti; io mi tappo il naso disgustata quando incrocio un cane al guinzaglio sotto la pioggia (anche se sono chiusa in macchina), io detesto bave e lingue e raccogli-cacche, e crocchette maleodoranti…

 

Ebbene IO:

      Ho acquistato un divanetto morbido morbido solo per lei, per farla sedere vicino a noi la sera prima di dormire

      Ho surgelato monoporzioni di riso bollito e carne trita con l’etichetta ‘cane’ per cibarla quando fosse cresciuta

      Ho accompagnato l’Infanta al negozio per animali, e abbiamo litigato per il colore del guinzaglio – collare (delizioso twin set azzurro coi cuoricini rosa…)

      Ho passato la domenica pomeriggio a montare un paravento di plexiglass lato cuccia per proteggere l’Angolo del Cane da pioggia di traverso e vento impetuoso (anche se c’erano 23 gradi e un sole splendente)

 

… devo proseguire?

 

Ecco. Adesso, dopo sole 48 ore di permanenza, scopriamo che l’Infanta è allergica al pelo del cane. In realtà lo si sapeva già 4 anni fa, quando l’allergologo ci consegnò i risultati delle analisi (allergia a: pelo di gatto, pelo di cane, pelo di cavallo, parietaria), risultati prontamente archiviati nel dimenticatoio.

E’ che a volte è tanto il desiderio di rendere felice qualcuno che anche l’Inconscio, forse, ci si mette.

Oppure più semplicemente sono una testa di cazzo. Più probabile la seconda che ho detto.

Quindi Emma torna al canile. L’Infanta piange ininterrottamente da ieri sera. Io pure. Ha pianto perfino la Sorella di Barbie, passata ieri sera dalla nostra valle di lacrime. Credo fosse la seconda o massimo terza volta della sua vita.

 La terribile vicenda di Emma

La terribile vicenda di EmmaCi mancherai Emma….

Il lebbrosario volante

Volo Parigi – Oran  18.gennaio 2009

L’aereo sembra un lazzaretto: scaracchiano, sputacchiano, tossiscono, sternutiscono, i bambini piangono forte. Io temo per il mio stato di salute, già un filino precario in partenza.

Una volta chiuso il portellone, terminato l’imbarco, mi affretto a spostarmi in avanti di un paio di file rispetto al tisico terminale alle mie spalle, che tossisce incessantemente spargendo goccioline di salive infetta nel raggio di 2 metri (e quindi centrandomi in pieno). L’atmosfera sa un po’ di bolgia dantesca, un po’ di campo profughi, un po’ di post-terremoto, molto di reparto pneumologia. Mi viene da cantare ‘Mi chiamano Mimì…’, e sono tentata di sputare sangue con discrezione in un fazzoletto di trina, come si conviene ad una tubercolotica quale mi sento in questo momento, e che comunque con tutta probabilità diverrò a breve.

Continuo a pensare che non si possono neanche aprire i finestrini per cambiare aria: non oso immaginare la concentrazione di germi, batteri, e virus che, insieme a me, stanno viaggiando su questo aereo, e per giunta senza biglietto!

La tentazione di estrarre il cellulare e registrare con l’apposita funzione il bailamme di suoni che mi circonda è forte: ma ormai hanno chiuso il portello, e quindi è VIETATO usare i telefonini! (bisognerebbe dirlo anche al tipo che ha la suoneria a cinguettio d’uccello però…). Pertanto mi rassegno al non poter far memoria di tanta sofferenza su supporto informatico. COFF COFF.. ETCIU’.. UEEE’, UEEE’!