Il lebbrosario volante

Volo Parigi – Oran  18.gennaio 2009

L’aereo sembra un lazzaretto: scaracchiano, sputacchiano, tossiscono, sternutiscono, i bambini piangono forte. Io temo per il mio stato di salute, già un filino precario in partenza.

Una volta chiuso il portellone, terminato l’imbarco, mi affretto a spostarmi in avanti di un paio di file rispetto al tisico terminale alle mie spalle, che tossisce incessantemente spargendo goccioline di salive infetta nel raggio di 2 metri (e quindi centrandomi in pieno). L’atmosfera sa un po’ di bolgia dantesca, un po’ di campo profughi, un po’ di post-terremoto, molto di reparto pneumologia. Mi viene da cantare ‘Mi chiamano Mimì…’, e sono tentata di sputare sangue con discrezione in un fazzoletto di trina, come si conviene ad una tubercolotica quale mi sento in questo momento, e che comunque con tutta probabilità diverrò a breve.

Continuo a pensare che non si possono neanche aprire i finestrini per cambiare aria: non oso immaginare la concentrazione di germi, batteri, e virus che, insieme a me, stanno viaggiando su questo aereo, e per giunta senza biglietto!

La tentazione di estrarre il cellulare e registrare con l’apposita funzione il bailamme di suoni che mi circonda è forte: ma ormai hanno chiuso il portello, e quindi è VIETATO usare i telefonini! (bisognerebbe dirlo anche al tipo che ha la suoneria a cinguettio d’uccello però…). Pertanto mi rassegno al non poter far memoria di tanta sofferenza su supporto informatico. COFF COFF.. ETCIU’.. UEEE’, UEEE’!