live from Athen

In diretta dalla Grecia, ad Atene.

 

Albergo apparentemente superlussoso, con lobby faraonica, mosaici bizantini, cascate di swarosky per lampadari, tendaggi  di velluto fiammingo e spreco di corbeilles di orchidee azzurre delle Isole Mascarene in ogni dove. 

Raggiungo baldanzosa la mia stanza, un bugigattolo disadorno di 3 m x 2, vista sulla strada principale (flusso medio di passaggio autovetture:  qualche migliaio al secondo), molto anni 70

Dopo un primo rapido esame (che comunque mi permette di: imbrattare un asciugamano, provare l’accappatoio, aprire le ciabatte, esplodere il contenuto del mio bagaglio, bere la perrier, infilarmi sotto le coperte per un rapido sonnellino) decido che il traffico sottostante produce un rumore inaccettabile, e chiedo di cambiare stanza. Ributto in fretta e furia il tutto nella valigia e, adeguatamente scortata da uno schiavo messomi a disposizione, mi trasferisco, porter al seguito, dalla 319 alla 333.

La stanza non è rumorosa, ma ha l’odore di un affumicatoio di speck della val gardena.

 

Non faccio neanche scaricare il carrello, e ridiscendo, immantinente e inviperita, alla reception dove non mi accolgono a braccia aperte. Denuncio il nauseabondo olezzo,e mi vedo riassegnata la 509

 

‘Garcon, via andare!’ e mi dirigo a passo di marcia verso la mia nuova abitazione.

Che odora anche lei di Marlboro & Muratti’s e , in più, di fogna di Calcutta.

Non ho il coraggio di ridiscendere un’altra volta. Spalanco le finestre (che danno sullo sfiato della cucina…) e mi accingo a prepararmi per la serata, che prevede: giro turistico di atene in pullman e cena di gala.

 

Tacco 12 e gonna di raso scendo di sotto, proprio mentre il bus arriva. I mie colleghi sfoggiano eleganti mises che prevedono felpe blu con cappuccio, camicie a quadri e, i più sofisticati, raffinati cardigan pallinati  verde ramarro o arancio mandarino.

 

La visita è guidata da una signorina che in lingua inglese ci illustra, con una cadenza ipnotica, le meraviglie che vediamo a destra e a sinistra: per allungare il brodo, e far durare la gita il giusto, adotta l’espediente di ignorare le attrazioni al primo passaggio:

 

Parlamento – stadio  – Tempo di Zeus (pr. Zuuuus) lei illustra solo il tempio di Zuuus

Poi si ripassa: tempi o – stadio – parlamento: sosta al parlamento cambio della guardia, e così via… Morale: ho visto 10 volte il parlamento, 12 lo stadio e credo 18 il tempio di zuuuuus…

In compenso l’Acropoli l’abbiamo vista da lontaaaaaaano, lassù in alto, agognandone la vicinanza, ma senza neanche poter toccare una pietrina satura di storia ellenica.

Il delegato inglese, intanto,  dorme e neanche scende dal pullman.

 

Giungiamo finalmente al ristorante, nella bella zona di Placca (come quella dei denti??) dove realizziamo che sono stati allestiti due tavoli: uno da 20 e uno da 8. Càpito subito al tavolo sfigato, quello da otto, lontano dai personaggi antropologicamente più interessanti:  dopo un rapido esame della situazione (che per quanto rapido mi permette però di esaurire il cestino del pane, la ciotolina del burro all’aglio, bere un litro di retzina, sporcare il tovagliolo di rossetto, infilarmi una posata in borsetta) decido di intervenire: con un cenno perentorio della manina avvicino l’organizzatrice, e le intimo di far allungare subito il tavolo principale, onde sedere tutti allo stesso desco.

 

La tipa, dopo un attimo di perplessità dovuta al fatto che per portare a termine l’operazione con successo sarebbe necessario abbattere una parete del locale e non si sa se ci sono i permessi, si attiva per soddisfare i miei desiderata: non ci vuole tanto, basta allontanare 4 tavoli rotondi da 12, riposizionare altrove gli occupanti (piatto in mano pieno di tzazichi), sistemare l’allungo ed eccoci seduti belli allegri e tutti insieme!  Il trattore però non ha apprezzato granché il mio lodevole spirito di iniziativa e di ottimizzazione dello spazio, e lo intuisco dal malgarbo con il quale mi sbatte nel piatto l’involtino di foglie di vite.  Il mio è adornato da mozziconi di sigaretta, cenere e sputazzi, gli altri no.

 

Al rientro in albergo mi accorgo con piacere che le finestre spalancate hanno fortemente mitigato l’odoraccio: però evidentemente un topo d’hotel si è furtivamente introdotto nella mia stanza, scalando con le mani a ventosa i 5 piani, ed ha sottratto il mio carica cellulare !!

Accidenti, un vero incrocio tra spiderman e arsenio lupin! Non mi capacito che abbia ignorato altri oggetti di grande valore, quali il portatile, alcuni preziosi gioielli che porto sempre con me, come la mia collana di plastica viola, la bustina dei trucchi, la confezione famiglia di alka selzter e soprattutto il memorabilia della riunione, un blocco di resina trasparente che raffigura una specie di ologramma di un gruppo di pompaggio  del gas!

 

Dopo un’attenta analisi della situazione, un po’alla Dupin, deduco che forse il caricacellu è andato smarrito nei numerosi viaggi su e giù per l’hotel, nel corso del mio pellegrinaggio alla Ricerca della Stanza Olfattivamente Neutra.

 

Non reggo a tante e tali emozioni : sfinita, mi scolo l’ennesima Perrier , due alka seltzer, e  mi butto nel letto, a godermi il meritato riposo!