Del perché il turismo in certi posti non fa il botto

In tempi recenti sono usa dedicare le scarsissime energie rimaste a fine settimana, dopo la spremitura della TDD, ad un’attività sana e ritemprante quale il trekking montano. Poichè la mia residenza è al centro della pianura padana, prediligo per le mie spedizioni in alta (a volte media) quota le valli ad essa immediatamente adiacenti, onde ottimizzare il tempo necessario allo spostamento.
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Va da sè che la meta più gettonata sia una valle (che mi guardo bene dal nominare) a poco meno di un paio d’ore da casa mia, ove mi avventuro sovente, a volte accompagnata da fide compagne di cammino, a volte anche sola soletta. Tanto ovunque vada, di solito, c’è pieno zeppo di milanesi che son saliti per far la gita fuori porta; le valli sono molte belle, le montagne aspre e selvagge,  i sentieri sono di solito ben segnati  e i rifugi accoglienti. A parte qualche rara eccezione, naturalmente.
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Questa valle potrebbe tranquillamente fare invidia e concorrenza a mete ben più blasonate:  eppure, a mio modesto parere, il turismo ne trae un vantaggio relativo, io credo a causa della scarsa propensione degli autoctoni a trattare col turista.
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Qui di seguito, alcuni esempi pratici:
(nb: i toponimi e tutti i  riferimenti a cose – persone – impianti di risalita sono stati abilmente camuffati per motivi di privacy. E anche perchè ci vorrei tornare, con la mia OPEL  ASTRA VERDE SMERALDO)
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In data recente io ed una delle adepte alla setta ‘ScarponeTacco12’ da me fondata, ci siamo recate nell’ameno villaggio di Salamandra, ove imbarcarci su una cabinovia per raggiungere con agio, grazie all’ausilio del mezzo semovente,  l’inizio dell’audace percorso montano preventivamente pianificato.
Incautamente però ho scordato sul tavolo della cucina tutto il materiale cartaceo descrittivo dell’ardito itinerario scaricato dall’internet il giorno innanzi.
Poco male, ci siamo dette, acquisteremo una cartina in loco. Vuoi che non le abbiano ?   (ingenue)
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Noi, all’esercente del bar alla partenza dell’impianto: ci scusi, avete delle cartine della zona ?
Esercente: NO. (fine)
Noi: Ah. no, perchè sa..  avremmo dimenticato a casa..
Esercente: al gabbiotto dei biglietti le hanno.
Noi: Benissimo grazie arrivederci
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Noi, all’esercente del gabbiotto; ci scusi, avete delle cartine escursionistiche della zona ?
Esercente: si, queste. Arrivederci (fine)
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Le cartine sono un riquadro 5 cm x 5 cm stampato all’interno della pubblicità della cabinovia.
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Non ritenendo la risoluzione dell’immagine bastevole alla bisogna, io e la mia accompagnatrice ci fermiamo un momento a riflettere: che si fa ? Rinunciamo ?  Fotografiamo col telefono una cartinona scrausa appesa al muro esterno che però ha solo delle linee dei sentieri tracciate col pennarello ma NON i nomi delle località?
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Decidiamo di non farci scoraggiare e di salire comunque: sicuramente al bar dell’arrivo dell’impianto le avranno.. o  no?
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Intanto però ne approfittiamo per socializzare con un abitante del luogo, salito nella cabina con noialtre. La salita è prevista per le ore 10,00. Alle 10,01 l’indigeno comincia a lamentarsi con la voce di Max Cavallari quando fa i surgelati brr
‘E non rispettano gli orari.. e poi quando arriviamo.. e qui non parte più.. etc etc ‘
Dopo una pausa di riflessione, o una virgola, chi lo sa, si informa urbanamente sulla nostra meta:
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Noi (giulive): Andiamo al Rifugio Sparafucile, poi saliamo alla vetta Soverchia e con un giro ad anello, per il Passo del Fedifrago vorremmo rientrare qui al parcheggio.  Lei, che è del posto, che dice, si può fare ?
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Indigeno (scorbutico e negativamente sorpreso, anche un po’ disgustato): ma  perchè andate lì ? Non è meglio se andate alla Punta del Camoscio Morto ? E’ più lunga, son sette ore andare e otto a tornare, 1450 metri di dislivello, ma è più bella… anzi no, perchè invece non fate il sentiero natura, che son 45 minuti tutto in piano, mi sembra più adatto a voi.
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Noi: … ma perchè scusi, non è bello il nostro giro ?
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Indigeno: maaaaasssìììì, non è brutto. Se proprio volete andare lì… (e lo dice come se stessimo partendo per una gita d’istruzione al sistema fognario di Calcutta). Comunque, quando siete al Rifugio Sparafucile, visto che proprio non mi riesce di dissuadervi dal recarvicisi, chiedete bene al rifugista, ché la via per la Soverchia (lo dice il nome) è assai infida, e  non per tutti.
Certamente non per voi (non lo dice, ma lo pensa)
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Confuse ma ancor più decise di prima a NON farci scoraggiare decidiamo di ignorare completamente le insensate avvertenze e rimaniamo ferme nei nostri propositi: conquistare la Vetta Soverchia, con sosta preventiva al Rifugio Sparafucile (specialità gastronomica: tuttocapriolo, dall’antipasto al dolce) e poi giù, per il Passo del Fedifrago, a riprender la vettura.
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Ma non scordiamoci che per la mia dabbenaggine siam senza cartina… ma eccoci al bar all’arrivo dell’impianto:
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Noi, all’esercente del bar all’arrivo: ci scusi, avete delle cartine della zona ?
Esercente: si, queste .
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E tosto ci rifila un pacco di pubblicità con il riquadro 5 x 5
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Al che io noto una bella cartina Kompass che, appesa al muro, fa bella mostra di sè, e preciso: no, ma noi intendevamo una tipo quella lì.
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Esercente: AHH !!  Da comprare, intende ? Ma certo che le ho, sono cinque  euro.
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Noi: ….
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A parte che non avevamo mai detto di volerla gratuitamente.. vogliamo parlare della capacità commerciale dell’esercente ? Gliene avrei dati anche dieci, di euri!
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Comunque, partiamo baldanzose per il Rifugio Sparafucile, ove arriviamo con largo anticipo rispetto all’ora di pranzo, avendo evidentemente sottovalutato la nostra baldanza fisica.
Stante che io una bella polenta con lo spezzatino me la mangio molto volentieri anche come merenda di mezza mattina, come del resto faccio anche quotidianamente in ufficio, entro al rifugio con due propositi precisi:
– uscirne con in mano un piatto di polenta fumante, rigorosamente coperta di abbondantissimo sugo di capriolo
– chiedere informazioni al rifugista sulla prosecuzione del nostro viaggio
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Ve lo dico già: fallirò  in entrambi gli scopi.
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Rifugista: la polenta vien pronta alle 12.15, minimo. Si scordi la merenda, cara mia.  E poi … chi è che la obbliga a salire alla Vetta Soverchia ?
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Io: guardi, non mi obbliga nessuno. Semmai potremmo parlare di scelta. Del resto, glielo garantisco, non mi ha obbligato nessuno a venire nemmeno qui, eppure…
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Rifugista: se proprio proprio vuole andar su alla Soverchia, e non ne capisco la ragione, almeno passi dal Vallo del Porco!
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Io: ma se è da dove siamo venute!  Senta, ma perchè non vuole che andiamo alla Soverchia ?  E’ brutto il sentiero ? E’ una vetta non panoramica ?
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Rifugista: non lo so, io alla Sovercha non ci sono mai stato. E’ al di fuori dai sentieri che batto io. Io vado alla Punta del Camoscio Morto, al Lago delle Brugne, e a volte faccio il Sentiero Natura. 45 minuti, tutto in piano. Perchè non avete fatto quello lì?
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Io: …
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ORA: di solito il rifugista è un omone amabile e gentile, che indossa pantaloni di velluto anche ad agosto e camicia di flanella a quadrotti. Egli rifocilla abbondantemente tutti,  indipendentemente dall’orario, ha la polenta pronta H24, e idem dicasi per i condimenti.  Conosce tutti i sentieri a menadito nel raggio di 250 km (li traccia lui), e all’occorrenza fa disegni esplicativi sul tovagliolo, anche se è di stoffa. Se non è troppo occupato arriva addirittura ad accompagnarti per un tratto, portandosi dietro il paiolo e tutto, per non smettere di rimestare la polenta.
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Com’è che il Rifugio Sparafucile è invece gestito da un troll malgarbato e ignorante, che non si spinge a più di 300 metri dal suo rifugio e non ti rifocilla affatto, nonostante il tuo evidente stato di malnutrizione?
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(per fortuna noi, che siamo  escursioniste espertissime e avvezze al problem solving, ci eravamo portate i nostri bravi panini imbottiti, così, per lo meno, non abbiamo sofferto la fame. Io ne avevo tre, tutti porchetta e brie, e non erano niente male)
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Cammina, cammina, cammina, cammina, cammina, cammina.. eccoci alla Vetta Soverchia !  Un sentiero straordinariamente bello, che ci ha portato ad uno  spettacolare punto panoramico, con vista a 360° !  In vetta, dopo aver additato tutte le principali cime dell’arco alpino grazie all’indicatore a forma di rosa dei venti ivi piazzato, socializziamo ancora, questa volta con :
– una famigliola che è salita per un’altra via (se il Troll viene a sapere che ci sono svariate vie di accesso alla Soverchia gli piglia un colpo…)
– la VECCHIA.
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La VECCHIA è una signora anziana, sui settanta (potrebbero essere anche sessanta portati malissimo però) che probabilmente in gioventù è stata la prima donna a salire sul K2 o un altro degli 8.000.
Ci descrive il suo itinerario: praticamente ha fatto più strada lei oggi che io nei miei trekking dal ’97 in poi. Impressionante. Sfoggia una forma fisica ed una competenza che  Messner le spiccia casa.
Messa al corrente dei nostri piani, ossia ridiscendere al parcheggio tramite il Passo del Fedifrago, approva gravemente col capo. Finalmente qualcuno che non ci critica aspramente, perdìo!
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La VECCHIA ci dà la sua benedizione e si avvia. Poi ha un ripensamento,  indietreggia e pronuncia le fatidiche parole : quando arrivate al larice fulminato, dove c’è il cristo crocifisso.. al bivio prendete a destra, mi raccomando. anche se la freccia indica sinistra. Voi dovete andare a DESTRA!
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Dato che è l’unica persona della giornata che ci sembra un minimo affidabile decidiamo di fare come dice lei, la VECCHIA: ecco il larice bruciato, ecco il crocifisso, ecco la freccia a sinistra.
Noi via, a destra.
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CI SIAMO PERSE.
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Teoricamente la discesa avrebbe dovuto prenderci un’ora e mezza… noi ce ne abbiamo messe tipo quattro, prendendo bivi a casaccio (al bivio mettetela uno straccio di segnaletica, santocielo!), tornando sui nostri passi 5-6 volte, guadando torrenti impetuosi, e soprattutto bestemmiando a voce alta in direzione del larice morto ed insultando la VECCHIA con tutti gli epiteti possibili e immaginabili.
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Conclusione
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Se state leggendo questo lungo post è perchè, alla fine, ce l’abbiamo fatta: a un certo punto abbiamo finalmente incrociato un essere umano che dopo averci salutate con un ‘Mrs Barbie, I suppose’ ci ha indicato la via della salvezza,  permettendoci così di rientrare sane e salve alla macchina.
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Ma vorrei pregare gli abitanti della valle, che in essa si fossero riconosciuti, e anche  magari altri escursionisti come me, che fossero incappati nel Rifugista-Troll, di farsi avanti: contattatemi in privato. Vorrei avere, e dare a mia volta, conferma dell’effettivo nome del rifugio, e condividere eventuali altre esperienze nefaste.
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E la VECCHIA ?
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io credo che la VECCHIA non sia mai esistita …
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vecchia
LA VECCHIA!

 

Scuse pretestuose

Amici lettori…scusate.
Vorrei dire che non ho scuse, ma in verità le ho.
Pretestuose, ma le ho.
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Ormai, praticamente, tutti i miei (scarsissimi) post cominciano così, con delle scuse.
Non so se sia arrivato il momento di arrendermi all’evidenza, e cioè che il blog ha fatto il suo tempo, è ora di chiudere e ciao,  oppure di tentare, almeno, di trovare una spiegazione.
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Intanto facciamoci una domanda: perché, illo tempore, è nato il blog ?
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Originariamente concepito per narrare delle mie peripezie di donna-che-viaggia-per-lavoro il contenuto è poi arrivato a lambire la sfera personale e famigliare, creando quell’universo parallelo e immaginario popolato da esseri mitologici tipo la Superzia o il Botanico, che tante soddisfazioni ha dato a e me e tanto divertimento ha procurato a voi…ma l’origine, non si può negare, è quella: io che viaggio.
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E io, da un anno a questa parte, non viaggio più.
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Niente più attese snervanti nelle sale d’attesa dell’aeroporto, nè voli transeuropei su scalcinati aeromobili di compagnie low cost cibandomi prevalentemente di Cheddar Cheese Crakers della boutique on board, niente più serate solitarie in alberghi delle catene più scrause al mondo, niente più trasferimenti su treni più o meno veloci da un posto in culo ai lupi a un altro più ancora in culo ai lupi del precedente.  Niente più cene di gala con delegati elegantissimi in felpe fluorescenti, né deliziose cenette in ristorantini francesi dove pascermi di foie gras e saint – emilion a spese della Termoionofactory… niente di tutto questo, ormai.
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Certo, le serate solitarie le ho ancora: quasi tutte direi.
Però casa mia.
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Ma non è la stessa cosa: intanto, poiché l’impiego alla TDD (Tacchi Dadi & Datteri Inc.) sottrae circa il 75% del mio tempo da lucida e pressoché il 100% delle mie energie che, col passare degli anni, scarseggiano sempre più, oltretutto impegnandomi in incombenze prevalentemente compiuteristiche, il che rende difficilissimo una volta a casa, in tarda sera, riaccedere un’altra volta il portatile.
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Mi prende una specie di repulsione che, se l’assecondassi, mi porterebbe a lanciare lo scalcinato device casalingo lontano lontano nel prato di fronte a casa, totalmente incurante dei nefasti effetti inquinanti dello sconsiderato gesto sull’ambiente.
Peraltro lo stesso sentimento lo provo nel confronti dell’apparecchio telefonico: se squilla a casa l’Infanta corre rapida a rispondere, temendo la gittata a parabola verso la casa dei vicini (spesso sono malcapitati callcenteristi  che entusiasticamente propongono servizi alternativi alle compagnie tradizionali, ai quali l’Infanta urbanamente comunica ‘la padrona non è in casa’, e riattacca)
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In sovrappiù occorre tener conto del fatto che io a forza di volontà non sono messa bene: ricordiamoci che sono quella che a gennaio ha scaricato runtastic per andare a correre, la versione pro, quella a pagamento, e  l’altro ieri la app mi ha fatto una ramanzina che cominciava con ‘un’attività di 7 minuti una volta al trimestre va bene però si può fare di meglio. Perchè non provi…’.
L’ho subito disinstallata nonostante avessi cacciato € 4,99. Per dire.
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Questo spiega perché il proponimento ‘stasera scrivo, a qualunque costo’ normalmente sortisce come effetto me che guardo una replica di Grey’s Anatomy su La7d.
E sottolineo replica, perché in quel caso non devo neanche fare lo sforzo di seguire attentamente la trama.
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Questa la drammatica realtà dei fatti.
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Che faccio ? Rinuncio ? Abbandono ?
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Ci ho pensato, e un’alternativa ci sarebbe: cambiare la destinazione d’uso.
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Eccovi quindi alcune ipotesi di riciclo del blog, del tutto controtendenza, che tengono conto della mia mutata condizione lavorativa.
Conversione di ‘Donne che viaggiano per il mondo’ in :
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1) Carampane single disperate ma non troppo:  indispensabile dispensario di preziosi consigli su come, dove e sopratutto perché  rimorchiare dopo i cinquant’anni, analisi antropologica del contesto, possibilità di scambio di suggerimenti, idee, indirizzi e anche fotografie osé. Recensioni dei social network più all’avanguardia in materia di incontri, indagini approfondite sul perché non funzionino mai.
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oppure
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2) Critica gastronomica della ragion pura: recensioni, sempre e solo negativissime, di ristoranti, trattorie, pub, bistrot e altri locali atti alla somministrazione di cibi e bevande. Critiche motivate, ragionate e competenti, ma a volte anche totalmente gratuite, corredate di fotografie artistiche e non,  sia di piatti che di commensali bizzarri  (che poi, volendo, ci si potrebbe anche agganciare all’idea precedente, a voler ben guardare).  Alternativa possible: 2a) Ristoranti da evitare: praticamente la stessa cosa, ma il rischio di vedere la mia macchina istoriata sulle fiancate con un cacciavite in titanio aumenta considerevolmente
oppure
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3) Donne che si vestono male: praticamente una no-fascion blogger, quindi potremmo dire una Sfascion Blogger. Una raccolta di prolisse quanto inutili dissertazioni su leggins portati solo se sovrappeso, minigonne vertiginose su ginocchia a pallone con la ritenzione idrica, sandali aperti su alluci valghi, righe orizzontali addosso a bombolotte alte m. 1,2, cappelli a tesa non richiesti a matrimoni in municipio.
oppure (last, but not least. Very politically uncorrect)
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4) Donne che figli ne hanno avuti e quindi possono sparare a zero senza ritegno sulle neo mamme che pubblicano foto a sproposito su Facebook e in più educano male la prole, maledetti poppanti malgarbati, senza doversi sentir dire ‘chi non ha figli non capisce’: ecco, questo secondo me potrebbe dare moltissime soddisfazioni e far schizzare i like verso l’alto. O più probabilmente il contrario, chi lo sa. Io per certo mi divertirei un botto. Devo trovare il modo di accorciare il titolo però.
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Cari lettori, ancora una volta mi serve il vostro aiuto ed i vostri preziosi consigli (sapendo in anticipo,ovviamente, che non è detto poi io li segua, beninteso!): quale delle quattro opzioni sarebbe di vostro gradimento ?
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La prima ?
La quarta ?
Un blog misto a rotazione ?
La mia scomparsa ?
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Una ragazza in gamba

(un post un po’ serio, stavolta, per chi avrà la pazienza di leggerselo tutto)

Prendo spunto da questa immagine,

immagine per post (1)

che mi sono ritrovata sulla mia bacheca di Facebook… l’ho vista, e mi sono fermata un momento a meditare:  io, madre snaturata come poche, non ho mai letto una favola all’Infanta piccina.

Però in compenso la casa era sporca da far schifo.

E quindi, mi sono chiesta, cosa ricorderà mai l’Infanta, della sua bambinità?  Per fortuna l’Infanta è oggi un’adulta, e glielo possiamo chiedere:
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LISTA DI RICORDI DELL’INFANTA (da un fedele resoconto stenografico, post conversazione intercorsa)
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(Infanta): di quando ero bambina mi ricordo che :
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– non mi piaceva il tuo sugo di pomodoro, però adesso invece sì
– quando uscivo con la testa dalla Twingo    (che aveva il tettuccio apribile.. all”Infanta piaceva mettersi in piedi e uscire con la testa dall’alto. Mentre la twingo era in marcia.  Sono da denuncia ?) 
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– la canzone dei serpenti    qui ci vorrebbe il file audio… la Canzone dei Serpenti l’avevamo inventata noi, io e suo padre, durante una vacanza credo in Francia. Iniziava così: nella casa dei serpenti sono tutti sorridenti… e finiva che ci scaccolavamo tutti e tre, lanciando la nostra mercanzia a destra e a manca. Sono da denuncia ? 
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– la canzone del bimbo-rana    peggio ancora di quella dei serpenti, inventata pure lei di sana pianta per giustificare un orrendo bambolotto che avevamo in casa, che, tirandogli un cappuccio verde in testa, si trasformava, per l’appunto, in un bambino con la testa da rana. Raccapricciante.  Però la cantiamo con piacere ancora adesso. Il bambolotto che fine abbia fatto non si sa, forse ce l’ha preso Dario Argento.  
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– l’astronave     si faceva così: si prendevano i due divani di casa e, rivoluzionando l’arredo domestico, si attaccavano per il lato dei cuscini sul davanti. Si veniva così a creare una comodissima ed ampia piattaforma protetta dalle spalliere, in cui giocare all’astronave, appunto. Ci giocavo volentieri pure io.  Vi dirò: ci giocherei ancora, ma ho venduto i divani al Botanico.
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– quando giocavo a Cats e mi mettevi l’eyeliner       l’Infanta ha sempre nutrito, fin dalla nascita, e nutre tutt’ora, una sfrenata passione per Andrew Lloyd Webber. Che io alimentavo bellamente, pitturandole la faccia a mò di gatto (Memoryyyyy all alone in the moooooooonlight). Con risultati ancora più mostruosi del bimbo rana.
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i costumi di Carnevale / Halloween     che confezionavo io personalmente all’ultimissimo momento,  con mezzi di fortuna, tipo cucitrice,  biadesivo e spille da balia, riciclando stracci del pavimento (sporchi), asciugamani (sporchi)  e miei vestiti smessi e non. Sorprendentemente con risultati straordinari: l’Infanta è stato uno strepitoso pirata, invidiatissima da tutte le principesse col vestitaccio rosa di terital del supermercato, ed un mirabolante Gatto con gli stivali, con mantello lungo fino ai piedi (mio) solo per citarne due dei più riusciti.
il panino col tonno a colazione   l’Infanta non è mai stata troppo convenzionale. Ghiotta di sushi già dalla prima infanzia (l’ho svezzata col Nipiol Uramaki) prima di andare all’asilo amava cominciare la giornata con un bel panino col tonno riomare. E non disdegnava neanche il risotto riscaldato, se ne era rimasto. Son da denuncia ?
quando mi mettevi davanti alla TV con le cuffie … questo perchè c’erano amici adulti a cena. L’Infanta si godeva i suoi programmi preferiti, e noi eravamo liberi di dire sconcezze a voce alta. Da ricordare il memorabile episodio dei pizzoccheri, citato qui
– la tessera della biblioteca, e il libro sull’Italia    a soli  4 o 5 anni l’Infanta è stata iscritta alla biblioteca comunale, che le ha rilasciato una regolare tessera. Il primo libro che ha letto  parlava di uno stivale che, cadendo in acqua, diventava grande, grande, sempre più grande. Ed alla fine era l’Italia. L’Infanta se lo ricorda ancora. Del resto, l’Infanta era quella che per i suoi 4 anni chiese in regalo ‘un comodino, una lampada e un libro da leggere a letto senza figure’… 
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E ci fermiamo qui, ma ce ne sarebbero altri, perché poi l’intervista all’Infanta è andata avanti per una mezz’ora… e spero che voi,  che l’Infanta l’avete conosciuta non proprio bimbetta ma quasi, abbiate apprezzato il momento Amarcord.
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Oggi l’Infanta bimbetta non c’è più, è diventata grande: da settembre può votare, ed eventualmente guidare mezzi atti al trasporto di cose e persone, poichè ha compiuto 18 anni.
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Nella sua lista dei ricordi mancherebbe ‘quando ero alta così ed ho deciso di suonare l’arpa’  e manca perché questo è un ricordo mio, non suo: risale a quando aveva poco più di tre anni, e da allora ne sono passati 15  … e il bello è che l’aveva deciso davvero, tant’è che domani l’Infanta si diploma al Conservatorio, e diventa una Musicista.
Lo è già, a dirla tutta, ma domani diventa ufficiale.
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Formalmente è un Diploma di Laurea, ed è tutto molto bizzarro perché l’Infanta, che è sempre stata un po’ fuori dal coro, di fatto si laurea prima ancora di aver fatto la maturità.
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Io devo impormi di non pensarci troppo, perché quando ci penso piango: piango pensando a quanto è stata, ed è, in gamba, piango pensando che la aspetta un destino radioso ma che la porterà chissà dove, certamente lontano lontano da me, piango anche un po’ d’invidia, perche io non sono mai stata brava e determinata quanto lei nel perseguire un obiettivo con costanza e disciplina, piango perché vorrei fosse ancora una bimbetta così da poterle leggere le favole che non le ho letto, piango perché non so cosa ho fatto per meritarmi una figlia così straordinaria, però ce l’ho, e tant’è.
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Questo post è per te, Infanta mia adorata.
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Perché non so come altro dirti quanto sia orgogliosa di te e felice per te, che avrai la possibilità di fare, nella vita, ciò che più ti piace e che ti riesce tanto bene.
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Avevo anche pensato, da domani, di cambiarti il nome sul blog, e di rinominarti tipo ‘La Strumentista’ o comunque qualcosa di più consono al tuo nuovo status: ma non si può.
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Non si può perché per me (e forse anche per tutti voi) tu sarai sempre e solo
la Mia Infanta.
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La tua Mater

 

San Valentino: ortaggi, amore e partite di calcio

Il CC (Cognato Contadino) viene fuggevolmente citato in questo blog di quando in quando, quasi sempre quale spalla delle nefandezze perpetrate ai suoi danni dalla temibile Superzia.  Occorre però precisare che egli è un personaggio straordinario, che meriterebbe un blog tutto suo, tanto ci sarebbe da dire sulla sua persona… per cominciare, ricordiamoci che ha sposato la Superzia, di sua spontanea volontà,  senza che nessuno l’abbia obbligato con pistole puntate alla tempia né con altri mezzi coercitivi che noi, giustamente, potremmo immaginare.  Il che significa che son trent’anni e passa che il povero tapino si ciba unicamente di vivande privi di sale, grassi, condimenti o di altri insaporitori che le renderebbero un po’ più appetitose di quel che sono;  ce lo aspetteremmo quindi magrolino e striminzito,  oppure sottile e ascetico, con un fisico da maratoneta.. . invece no, il Cognato Contadino ci spiazza e ci sorprende,  presentandosi piacevolmente rotondetto. Si vede che ha un metabolismo che trasforma in 1 chilogrammo di grasso corporeo ogni 0,001 grammi di burro (rigorosamente light)  che usa la Superzia a tavola, altrimenti il fatto non si spiega.

Gentile e garbato, sempre calmo, dotato oltremisura di pazienza e tolleranza, in quantità tali da controbilanciare la scoppiettante energica iperattività della di lui consorte (consorte che qualsiasi altro essere umano, ma forse anche alieno, avrebbe defenestrato da svariati lustri), deve  il suo nick name ad una innata propensione alla coltivazione di tuberi, cucurbitacee, legumi, frutti e molti altri vegetali, purchè commestibili, che destina al consumo quotidiano  sul desco famigliare.

A mio modesto avviso, è stata proprio questa passione per  l’ortaggio (giardino -> giardinaggio, orto –> ortaggio) a garantirgli una sopravvivenza gastronomicamente dignitosa in questi trenta e rotti anni anni di matrimonio superziesco.

Passione alla quale, peraltro, ha potuto, negli ultimi anni, dedicarsi quasi a tempo pieno, essendosi egli affrancato dalla schiavitù del lavoro dipendente in  (relativamente) giovane età: anziché svagarsi con l’osservazione quotidiana di scavi stradali e cantieri edili, egli preferisci dedicarsi alla piantumazione di sedani e carote e/o altre verzure saporite.

Per completezza di informazione vi informo che  il ‘quasi’ di cui sopra si deve al fatto che il Cognato Contadino è altresì impegnato, da quando gode dello status di pensionato diversamente anziano,  alla cura e detersione della magione famigliare, che tiene linda  e lustra come uno specchio. Anche perchè la Superzia, che invece sgobba ancora 40 ore la settimana, rientra in orario serotino, indossa un paio di guanti immacolati e controlla scrupolosamente la presenza o meno di polvere sulla mobilia.

E NON sto scherzando. 

Bene. Questo era per farvelo conoscere un po’ meglio.

IL FATTO

Un paio di settimane orsono si è tenuto un grandioso ed elitario festeggiamento in occasione del genetliaco del Cognato Contadino: egli è stato correttamente omaggiato di doni tanto graditi quanto inutili, come si conviene in questi casi. L’ultima a consegnare il dono è stata, ovviamente, la Superzia.

Con fare misterioso, ammiccando ai presenti con sguardo allusivo che significava chiaramente ‘adesso vedete, che sorpresona!’  gli ha allungato un’elegante pergamena cilindrica, fiocco-dotata, la quale, una volta srotolata, ha rivelato al suo interno una veduta panoramica della città di Torino, con in primissimo piano lo Stadio delle Alpi.

Il Cognato Contadino, da sempre calciomane e sfegatatissimo tifoso juventino, era fuori di sè dalla gioia.

‘LA PARTITA DELLA JUVEEEEE’  ha urlato in stato di sovraeccitazione. Non l’avevamo mai visto così!

‘SIIIIIIIIIIII  – ha confermato orgogliosa la Superzia tra gli applausi degli astanti, fischi di approvazione e lanci di coriandoli sul popolo in festa – … FORSE‘    ha poi concluso dopo una trentina di secondi.

GELO IN CASA E NEL QUARTIERE.

‘Come forse ?’ ha sibilato il malcapitato festeggiato, già temendo il peggio

‘Se trovo i biglietti’ ha ribadito la disgraziata, senza batter ciglio

GELISSIMO.

Improvvisamente l’Antartide: cani da slitta, pinguini, aurore boreali, stazioni di ricerca all’orizzonte.

TUTTI I PRESENTI MUTI, SGUARDO A PING PONG COGNATO CONTADINO SUPERZIA

‘Perchè, non li hai ancora presi ?’ ha sibilato il poveruomo, occhi a fessura ma chiaramente iniettati di sangue

‘Forse me li trova la Martina – ha ribattuto tranquilla la sciagurata consorte, brandendo la paletta (di plastica) per i dolci – cià, mangiamo la torta ?’

‘Magari dopo. Vado a comprare le sigarette’  ha ringhiato, tirandosi dietro la porta, il  Cognato Contadino. Che NON fuma.

MESTO FINALE

La partita Juve Napoli ha avuto luogo a Torino ieri sera: lo stadio delle Alpi era pieno, circa 42.000 posti. Ma secondo voi.. da dove se l’è vista il Cognato Contadino ?

Esatto. Dal divano di casa sua.

E pensare che non l’ha neanche ammazzata!   Se non è amore questo…

Ecco qua: buon San Valentino, Superzia & Cognato Contadino !!

Buon San Valentino a voi due, fulgidi esempi di imperituro amore, e anche a tutti quelli che proprio come voi, nonostante tutto, riescono ad essere capaci di amarsi.

Sempre e comunque.

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san

 

Un Natale straordinario!

Natale dalla Superzia:  sono già in trattativa coi  Vanzina per farne il cinepanettone 2016! Uno schianto!

I numeri del Natale 2015:

0:  (zero)   manufatti  di polipropilene, cartone o  plastica che facevano  bello foggio di sé sulla tavola. Non l’avrebbe detto nessuno, i bookmaker davano 1 a 100 l’utilizzo del servizio di porcellana. E invece…

36:  i pezzi del mitico servizio buono Vecchio Ginori, acquistato da una giovine previdente Superzia già qualche anno prima della sue nozze: rimosso la mattina stessa dalla sua  brava confezione originale, con  lo scontrino ancora attaccato (è costato la bellezza di 630.000 mila lire. Valutazione attuale: 85 euro), è stato usato ieri, per la prima volta in 35 anni, ed è uscito indenne dall’esperienza, non avendo sbeccato neanche un piattino da frutta!

12: i raffinatissimi calici di cristallo di Boemia. Peccato solo per l’etichetta blu, originale anche quella, ancora appiccicata alla base dello stelo, a certificazione dell’autenticità della provenienza dei medesimi (Karlovy Vary, 1983.All’epoca era ancora  Cecoslovacchia). Anche per loro, finalmente, il battesimo del prosecco. Uno però non ce l’ha fatta.. è perito nel primo giro di lavastoviglie. Quindi

11: i calici superstiti

145:  il livello di Decibel raggiunti, più o meno tra il martello pneumatico (120) e il jet in decollo (150), prodotti dai commensali, di cui nessuno in grado di esprimersi ad una tonalità normale (anche perché 3 erano decisamente sordi causa età avanzata), né capace di parlare uno alla volta. Risultato: alla fine del pasto i decisamente sordi  erano diventati 7, salvandosi solo i più giovani e forti del gruppo. Darwin non era mica un cretino!

1500: grammi di panettone consumati, con la Superzia che a un certo punto  urla ‘qualcuno vuole ancora una fettina di culo?’  (perché il panettone, lei, lo porziona  tipo salame, in fette tonde partendo dalla cupola. Alla fine resta solo la base del tradizionale dolce natalizio… il culo, appunto)

244,06 u: il peso atomico del Plutonio, ma anche dell’ottimo liquore al cioccolato degustato per  digestivo e prodotto da me medesima nelle settimane precedenti le festività.  Buono eh, ma riuscito un po’ troppo solido, tant’è che per estrarlo dalla bottiglia abbiamo dovuto spaccarla e cavarlo fuori con il  cucchiaio.

80°: la gradazione alcolica del liquore di cui al punto precedente.  Sarà stato quello.. o forse il troppo burro nella besciamella (si, fatta dalla Superzia. Ha usato il burro.. adesso capite perché questo clima anomalo che va avanti da settimane? E’ la fine del mondo che si avvicina, sappiatelo!) và a sapere… fatto sta che il Cognato Contadino, consorte della Superzia)  normalmente contraddistinto da un’indole pacifica e mansueta (dote grazie alla quale il matrimonio della Superzia perdura da oltre 3 decenni.. qualsiasi altro essere umano l’avrebbe defenestrata da quel dì) si è trasformato, nel corso del tradizionale (**) partitone di Briscola in 5, in Mr Hyde,  un essere  mostruoso schiumante di rabbia, dalla furia devastatrice di proporzioni inaudite.

Le conoscete  le regole della briscola in  5? No?  Bè, ve le spiego io, funziona così: siete in 5, state giocando a carte, e quando sbagliate a giocare una carta il Cognato Contadino si allunga sul tavolo e vi sibila: ‘mi hai deluso per l’ultima volta’, vi prende la gola con la mano e vi ammazza,  esattamente come Darth Vader quando strozza da remoto l’ammiraglio Kendal Ozzel. Ecco.

20:  i centimetri che la Superzia ha cercato disperatamente di guadagnare in tutte le foto-ricordo, allorquando , prima dello scatto, correva a mettersi in ginocchio sulla sedia al mio fianco, per apparire alta quanto me. Senza riuscirci.

Ed infine:

I 10 commensali, così ripartiti:

  • 3 sordi causa età avanzata
  • 2 legate da vincoli di sorellanza
  • 2 mariti ancora in corso di validità
  • 2 mogli
  • 2 ex coniugi
  • 1 fidanzato-convivente
  • 1 cognato
  • 1 ex cognato
  • 1 cognata
  • 4 figlie
  • 1 figlio
  • 3 nonni
  • 2 cugine
  • 3 zii
  • 2 nipoti

NO, non dovete fare la somma. E’ il  Gioco delle Feste 2015… CHI E’ CHI ??

 

(**)  Ricollegandomi al post precedente.. non avevamo mai giocato a briscola prima di quest’anno. Questa sì, che  diventerà  una tradizione: non mi sono mai divertita tanto! Certo, bisogna evitare a tutti i costi che il Cognato Contadino si compri una spada laser…

 

 

 

Tempo di rotture

Niente ci  rassicura quanto le consuetudini. Niente ci sembra necessario, specialmente a Natale, quanto la tradizione.. pensate, ad esempio,  al senso di pace che vi prende nel  sapere per certo che alle 21 del 24 dicembre su Italia Uno danno Una poltrona per due.

La bellezza dell’immutabilità.

Però arriva un momento in cui le tradizioni si rompono: del resto, altro non sono che il simbolo esterno di qualcosa che dovremmo portare dentro di noi, e se questo è vero, ma vero – vero, allora anche la rottura di una tradizione non è cosa grave. Anzi, è necessario, a volte, rompere una tradizione, così da dimostrarci che noi siamo più forti e più importanti di un simbolo.

Questo Natale 2015 è il mio Natale delle rotture: anche un po’ delle rotture di palle, certamente, ma soprattutto è il Natale che vede giungere a scadenza alcune delle tradizioni che mi hanno tenuto in piedi nell’ultimo decennio: dovevo capirlo già due settimane fa, quando l’Infanta ed io abbiamo deciso di dare la stura alle decorazioni natalizie (albero, presepe, candele orrende, centritavola, e via discorrendo) in data 6/12 anziché 8/12, come si è sempre fatto da che mondo è mondo. Da lì in poi è stato tutto un precipitare.

Innanzitutto la colonna sonora:  il sottofondo musicale dell’operazione di addobbo casalingo è sempre stato, da 11 anni a questa parte,  un cd di musiche natalizie, comprendente un ‘Oh holy night’ che io non sono mai riuscita ad imparare per bene, né a livello di testo, né a livello di melodia: era tradizione nella tradizione che io, ad un certo punto, un po’ prima dell’inserimento del puntale nel nostro cipressabete, mi producessi in un’esibizione da pelle d’oca, un po’  alla Maraia Cherei,  in un fantasiosissimo inglese maccheronico, sbagliando per di più tutti gli attacchi. E oltretutto in una tonalità decisamente troppo alta per il mio timbro, che all’acuto finale provocava puntualmente lo scoppio di una pallina di cristallo frangibile.

Bene, il cd è sparito. Dissolto. Lo abbiamo cercato ovunque, ma non ve ne è traccia in tutta la casa. Abbiamo anche perquisito un paio di appartamenti adiacenti, ma niente.  Secondo i miei calcoli salterà fuori probabilmente tra Pasqua e Pentecoste, per risparire nuovamente verso fine novembre 2016.

Che fare?   ci siamo dette un po’ sgomente…  Abbiamo preso per un istante in considerazione l’idea di non fare niente ma poi.. via, siamo partite. Niente CD, niente tradizione.

Ma gli addobbi sono venuti bene lo stesso.  Abbiamo inaugurato un nuovo cd con Sinatra che la fa da padrone, e ci piace un bel po’.

 

La Cena della Vigilia: la vigilia di Natale, dal 2006 in poi, io e il Botanico ceniamo insieme. E’ la nostra ‘Cena della Vigilia’, dove si consumano gli avanzi di ciò che io preparo anticipatamente per il Gran Pastone Natalizio del giorno dopo. Ce lo siamo detto e stradetto: la Cena della Vigilia è Sacra, e non si tocca! E’ la nostra Tradizione, e così sarà omnia secula seculorum. Amen.  Ricordo che il Botanico è capace di finire gli avanzi di una cena per 12 in 45 minuti. Arrivando già mangiato, peraltro.

Bene, quest’anno il Botanico ha un irrinunciabile impegno in famiglia, e non può proprio presentarsi.  In compenso la Coltissima, che ha origini extra europee,  ha deciso di evitare l’intercontinentale e non fare ritorno alla terra natìa per le feste. Detto fatto, pronti via, ella diventa la nuova protagonista della Cena Della Vigilia! (Il menu ideale sembrerebbe essere libri di cibernetica e insalate di matematica, ma la Coltissima sa già tutto di entrambi gli argomenti).  Propenderò per un catering prodotto da mani mercenarie poiché  ritengo che gli avanzi non saranno sufficienti:  perché come se tutto quanto sopra descritto non bastasse, quest’anno il Natale non si festeggerà a casa mia, come è avvenuto puntualmente nell’ultimo decennio bensì… e qui viene il gran finale col botto.. A CASA DELLA SUPERZIA.

DELLA SUPERZIA! La Regina del Bon Ton delle Scatole della Pizza!

La quale apparecchierà  per dieci commensali sulle pregiate tavole di truciolato del trabattello, con la sua tovaglia più bella di cartapesta, e tirerà fuori, finalmente, il Richard Ginori di plastica dura.  Non vedo l’ora che sia domani…

E dico davvero.

Perchè la tradizione siamo noi.  Quelle dieci persone lì, attorno al Pastone Natalizio.

E infine – e questa no, che non si può rompere, di tradizione –  Buon Natale a  voi, adorati lettori, che quest’anno, più ancora dei precedenti, siete stati pazienti e comprensivi, e avete atteso trepidanti  il mio ritorno.

Grazie di volermi bene, così come io ne voglio a voi.

 

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in verità domani la Superzia apparecchia così…

La cena prenatalizia

ATTENZIONE! Il post contiene volgarità triviali!

Ristorante. Qualche giorno prima di Natale.

Finalmente soli. Eccovi lì, in un locale carino, dove vorreste godervi  – meritatamente –  la vostra brava cena prenatalizia, ma .. avete presente quando al tavolo di fianco ci sono due tizie moleste, che ininterrottamente parlano di cose che voi vorreste tanto non sentire, ma è impossibile, e l’orecchio vi casca lì e non potete fare a meno di ascoltare ogni dettaglio della loro imbarazzante conversazione, che comprende:

  • Interessantissime e dotte dissertazioni relative a creme per le emorroidi e altri prodotti analoghi, dove il suffisso dell’ultimo aggettivo non è affatto casuale (uso, abuso, marche preferite, confezioni regalo per le feste, case history)
  • Particolari raccapriccianti relativi alla loro deiezioni corporee (utilizzando, ad un certo punto, anche termini tecnici tipo ‘fecaloma’ – ma saranno mica due medici??  due proctologi, forse ?? –  che durante una cena non si può proprio sentire!)
  • Una delle due, la più molesta, ad un certo punto si domanda, a voce alta, come fare il giorno dopo ad andare in bagno in ufficio brandendo il tubetto della preparazione H (Oh, zia!  Ma metterlo in una bustina anonima no ? O sotto l’ascella?? )
  • Altri particolari orrendi, relativi a malattie, loro e dei loro famigliari, terapie varie, ricoveri ospedalieri, medicazioni, bendaggi occlusivi, e chi più ne ha più ne metta.

Ecco.

Io e la Superzia stasera siamo uscite a cena, dopo essere state, congiuntamente, a far visita al medico di famiglia.

Quello sopra è il risultato. Ci scusiamo pubblicamente con il poveretto seduto al tavolo alla nostra sinistra, che probabilmente non è un mio lettore, ma se mai lo fosse stato non credo che si ripresenterà mai più su queste pagine. Quella della preparazione H non sono io (dovere di cronaca), e comunque la Superzia la usa per le borse sotto gli occhi, come Sandra Bullock.

FINALE  

Come probabilmente immaginate (ma volendo potete anche rinfrescarvi la memoria qui) io, notoriamente, non le mando mica a dire a nessuno, men che meno al ristoratore il quale, incautamente, mi provochi delusione sul piano gastronomico-culinario. Più altera di Fiammetta Fadda, più competente di  Antonino Cannavacciuolo e più cicciottella di Antonella Clerici, sono ormai bandita – causa la mia proverbiale sfrancicamichieria – dalla maggior parte dei ristoratori della cittadina che mi diè i natali, i quali sfoggiano una mia bella foto sulla porta d’ingresso, barrata a mo’ di cartello stradale con la spiritosissima scritta ‘qui io non posso entrare’.

La frase che le mie amiche più temono, e che generalmente provoca un fuggi fuggi generale è ‘se il cameriere non chiede niente sto zitta, ma se me lo chiede…’. Poi si sa che un ‘tutto bene signora?’ non si nega a nessuno, e io – sorniona  – esordisco con ‘le interessa veramente, il mio parere ?’ (sopracciglio alzato e sguardo di sfida). Se l’ingenuo sedicente maitre risponde ‘certamente, mi interessa molto!’ per farsi bello, è finita. FINITA! Io parto in quarta, e demolisco sistematicamente tutte le portate che non mi hanno convinto pienamente (la media, di solito, è superiore all’80% dei piatti serviti).

Il ristoratore a volte si adira, a volte si interessa solo apparentemente alla mia opinione,  salvo poi sputarmi nel dessert (lui, lo chef, il sous-chef, il lavapiatti, che ci butta dentro anche un po’ di sciacquatura),  altre volte ancora  invece mi si prende sul serio, mi si ascolta e mi si porgono ringraziamenti (c’è addirittura un ristorante che propone un dolce che ho personalmente vagliato, valutato e corretto  prima di essere inserito nel menù, tanto per dire…)

Orbene: tutto questo è NIENTE  in confronto a quel che può succedere allorquando la domanda venga posta contemporaneamente a me E alla Superzia, che ha sì la competenza culinaria del paracarro, ma compensa abbondantemente con una dialettica sopraffina e con una propensione alla sfrancicaminchieria che non potete neanche lontanamente immaginare.  E’ un po’ lo Yoda dei Cavalieri Sfrancica, se volete imparare bene bene bene andate da lei per un paio di mesi (non per niente è la maggiore, delle due).

Quindi le polpette sono asciutte, la crema di funghi non sa di funghi e nemmeno è abbastanza cremosa, nella bruschetta c’è troppo aglio, il bicchiere è troppo di vetro, il tovagliolo non è di fiandra,  e via e via e via…

Peccato che poi sul finale perda completamente di credibilità suggerendo la cottura al microonde  quale valida alternativa alla frittura in olio evo, come fa lei a casa di solito, a garanzia di maggior leggerezza e digeribilità dell’alimento! E mi raccomando la funzione crisp!

Vabbè, dai. Alla fine ci hanno solo dimezzato il conto..  l’obiettivo era non pagare del tutto, ma ci siamo andate abbastanza vicine.

Faremo meglio la prossima volta, la Superzia ha già prenotato in un rinomato ristorante stellato… proprio subito dopo la visita dal dermatologo!

ego

 

 

I will survive

Il motto della  TDD è ‘ottimizzare’,  il che vale soprattutto per il tempo: essendo per sua natura la start up perennemente sotto organico (almeno per i primi 2-3 anni) è normale fare in due il lavoro di sette-otto persone compreso, quando occorre, lo scarico dei camion.

Va da sé che banalità quali un trasferimento di 700 km verso la terra dei wurstel&crauti  si fa rigorosamente in orario extra lavorativo: la partenza per la bella patria dei brezeln (e in questo periodo anche dei mercatini di natale più belli del pianeta… ma secondo voi li ho visti ??) è quindi  fissata ad un ora più che conveniente, vale a dire le 18.30 (con davanti l’attraversamento della Svizzera che notoriamente pullula di radar più di Cape Canaveral). Il personale coinvolto nella trasferta è l’intero organigramma della TDD: io e il GrandeCapo  (che d’ora in avanti chiameremo anche CroMagnon. Capirete poi perché)

Detto GrandeCapo parte carico di campioni dimostrativi ma anche e soprattutto di pregiudizi, tipo che al self service dell’autogrill svizzero si mangia MALISSIMO; quindi di fermarsi al tavolo non se ne parla neanche e decide saggiamente (a detta sua) di approvvigionarsi in autonomia all’annesso market Coop, acquistando una pagnotta, un salame rigorosamente Citterio e una confezione di speck (scoprendo poi con raccapriccio che la denominazione speck, oltralpe, designa la pancetta affumicata (scrausa) e non il nobile salume tipico del sudtirolo. Più una lattina di cocacola, per la modica cifra di 37 euro. D’altronde siamo in Isvizzera).

Si sbranerà il tutto guidando con una mano sola, e staccando con l’altra tozzi di pagnotta da avviluppare in fette di Citterio;  la pancetta-speck, invece  volerà semi intonsa fuori dal finestrino poco oltre Zurigo.  (per inciso: adesso avete capito perché CroMagnon?). Digestivo: un Toblerone da 750 g.

(io invece ho optato per una bella cenetta sana e leggera: Burger King da asporto, patatine maxi, e onion rings fritti. Ma almeno da bere ho preso la minerale gassata)

Dopo 500 km e 650 g di Toblerone, esausti e indigesti,  decidiamo di fermarci a dormire per proseguire, con relativa calma, il giorno successivo: siamo fortunatissimi, e scoviamo un sedicente hotel annesso all’area di servizio, con vista panoramica sullo svincolo autostradale, meta prediletta di manovali, carpentieri e altri operatori del settore edile e/o spurghi.

Ve lo consiglio, soprattutto se siete donne mature un po’ giù di autostima: andateci a fare un week end, e presentatevi la mattina a colazione, come ho fatto io,  con un bel taiorino e una decolleté tacco 12. Capirete finalmente il significato dell’espressione ‘mangiare con gli occhi’ (e vi farete anche una cultura sulle diverse tipologie di tuta da lavoro esistenti in commercio oggidì).

Bon, per il momento è tutto. La trasferta è andata bene, e siamo rientrati  sani e salvi alle ore 23.00 del giorno successivo.

Sono sopravvissuta alla prima trasferta TDD.  Speriamo anche alle prossime…

 

E sia la luce. E luce fu!

Eccomi qua. Dopo 5 mesi di silenzio.

In 5 mesi possono succedere tante cose.  O anche niente.  O una via di mezzo.

Io la terza che ho detto. In questi  mesi, ho:

  • Lavorato molto.
  • Fatto partire una start-up
  • Fatto un viaggetto (breve) in Indonesia
  • Fatto svariati trekking in montagna
  • Dormito molto
  • Bevuto troppo

Ma andiamo con ordine.

TDD (Tacchi Dadi e  Datteri) : la Start Up

In verità la TDD non produce veramente i prelibati frutti da palma tipici del nord africa, che tutti acquistiamo in prossimità del periodo natalizio: trattasi invero di una Start Up ad elevatissimo contenuto tecnologico, che niente invidia alla produzione del Large Hadron Collider del Cern, per dire.

Figuratevi un po’ come sono a mio agio io a disquisire con competenza e alterigia di vaporizzatore di ioni, tanto per fare un esempio,  nonché di altre amenità analoghe con gli espertoni del settore.  Ça va sans dire che, come sempre, io ne so meno di zero, ma tant’è, questo è il mio destino. (a confronto le valvole termoioniche erano la tabellina del sette.. anzi, quella del due!) 

In sovrappiù aggiungiamoci che essendo la TDD una start up, in quanto tale, fino a prima della sua nascita essa non esisteva. Non esisteva niente.

Ad esempio: facciamo un bella lettera: prendo la carta intestata …. Ah no, aspetta.  Non esiste la carta intestata.. va bè, che sarà mai ?  Prendo un documento word, ci pianto su il logo aziendale.. Ah no, non esiste neanche il logo aziendale… aspetta, chiamo il nostro grafico di fiducia e gli ch.. ah già. Non ce l’abbiamo, il grafico di fiducia. Bisogna selezionarlo… E via e via e via, così per tutto, dagli indirizzi e-mail alla carta igienica nel bagno . Vi dico solo questo: non avevamo neanche la macchinetta del caffè!

Ho detto tutto!

Adesso, invece, la start up esiste. E’ una realtà, e l’ho creata io, come il Mostro di Frankenstein .. ci somiglia anche un po’ a dirla tutta, un po’ perché io sono una fugnona di mio, e un po’ perché quando devi fare settemila cose tutte insieme è difficile che il risultato sia sofisticato e preciso.

Però fatto sta che prima non c’era, e adesso c’è. Sono il Dio della Start Up!

Tutto ciò a parziale giustificazione della mia latitanza protratta:  la Creazione mi ha preso tempo ma soprattutto energie, fisiche e mentali.

La mia vita – artistica, spirituale e soprattutto sociale – ne ha grandissimamente risentito: ho fatto dell’eremitaggio-dopo-lavoro  un’arte, e più mi esilio più tendo a rifuggire il contatto umano. Non lascio praticamente mai la mia abitazione, se non per andare al lavoro, e da che ho scoperto la pagina Facebook ‘stare in casa is the new uscire’  la mia esistenza misantropa e solitaria ha assunto tutta una sua nuova dignità.

Eppure…

Eppure..

Eppure .

Eppure

Da non credersi.  Faccio una vita da suora, eppure ho un corteggiatore.

Vero eh, mica immaginario. In carne e ossa.

I dettagli (quelli raccontabili) la prossima volta (soprattutto per via del fatto che, incautamente, in tempi non sospetti, gli detto del blog, e quindi è un potenziale lettore. Sto camminando sull’orlo del precipizio)

 

p.s.  se sono uscita dalla mia grotta virtuale occorre ringraziare Patrizia Ruvolo, che si firma nome e cognome e mi scrive da Palermo, commentando il post di agosto;  è stata la sua tirata d’orecchie che mi ha fatto capire che alla misantropia c’è un limite !

(e poi…io mica ci avevo mai pensato,  di avere dei lettori addirittura a Palermo.. potenza dell’Internet!)

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Il Rasoio di Occam

Preambolo lungo e forse inutile

Mi trovo spesso a dissertare con la mia amica Coltissima (apriamo una parentesi, che non c’entra niente… la Coltissima la chiamiamo così perché Wikipedia in confronto a lei è la Settimana Enigmistica. Sa tutto, su qualsiasi argomento. Tranne forse il calcio.. ma già se parliamo di hurling, che non è uno sport proprio popolarissimo, per dire, qualcosina sa. E no, non ho scritto male: perché del curling, ovviamente, invece  sa tutto, dove e quando è stato inventato, regole base, peso della stone, etc etc…) comunque:  dicevo che con lei abbiamo spesso dibattuto del fatto che, a volte, lei non sa riconoscere un comportamento a mio parere esplicito.

Ad esempio mi racconta di tizi che la corteggiano in maniera plateale, ma lei si domanda se, in effetti, le stiano dimostrando interesse, ed inevitabilmente conclude con ‘ma magari ho capito male…’

Le manovre di avvicinamento che descrive sono sempre, a mio avviso, inequivocabili, ma lei obbietta sempre ‘eh, ma non è possibile, è troppo bello / figo / ricco/ alto / intelligente / interessante / fascinoso.. e via discorrendo, come se mai ci si possa ritenere meritevoli di attenzioni da parte di un individuo sì dotato.

Ma Coltissima, ribatto sempre io, quel che sembra di solito è!

Non è che dobbiamo sempre sempre farci venire il dubbio di aver capito male!   Del resto, anche il principio del Rasoio di Occam ce lo conferma, o no ?

E quindi ?

 

Tutto il bel ragionamento di cui sopra è facilissimamente applicabile a tutti tranne che a me stessa.

Lo dico perché da tempo sono attanagliata dal dubbio del ‘avrò capito male…’ relativamente a certi tentativi di approccio del mio erborista, dal quale mi reco periodicamente a fare incetta di Fiori di Bach, rimedi naturali, placebi di vario tipo, palline Zigulì gusto mirtillo, decotti depuranti  ed Erba di San Giovanni in formato comunità.

Orbene, egli:

  • mi parla occhi-negli-occhi con fare ammiccante, poco ci manca che mi faccia l’occhiolino e la linguetta
  • anche se compro un lipstick al burro di carité del costo di centesimi 50 mi annega in un barile di campioncini di creme, sciampi, balsami, profumi, olii essenziali rarissimi del valore commerciale di circa 50 euro, minimo. Una volta mi ha dato un campioncino da 2 litri.
  • mi confeziona gli acquisti in un’elegante scatola variopinta con fiocco di raso blu cina formato minimo 30x30x60, dentro alla quale, con una pala da neve, inserisce un congruo quantitativo di pot-pourri dal profumo esotico e conturbante, tipicamente patchouli
  • se chiedo creme antirughe mi fa la boccuccia e lo sguardo corrucciato, e mi domanda ‘ma per chi, per sua madre ?’ e poi cerca di convincermi che al massimo a me può servire un preparato anti acne, data la mia giovane età
  • Cerca di convincermi a rilasciare il mio indirizzo di casa, sostenendo che l’erboristeria fa consegne a domicilio. Anche serali, anche a tarda notte. Caso mai avessi bisogno un bottiglione di Depuratore Artico alle 3 antimeridiane posso chiamare senza tema, lui accorre prontamente!
  • Insiste che per accreditare i punti sulla carta fedeltà c’è bisogno di un numero di cellulare valido e funzionante, e se rispondo ad una chiamata misteriosa i punti triplicano in un batter d’occhio.

Tutto questo per dire che apparentemente qualche segnale che forse gli interesso c’è… ma magari mi sbaglio.  Perché non è possibile, è troppo GIOVANE!

Difatti  il tipo avrà sì e no 30 anni, e potrebbe essere tecnicamente mio figlio.  Oltre ad essere piuttosto belloccio, chiaramente…

E non è finita qui: è sposato con prole, lo so perché l’ho beccato al centro commerciale un giorno… 30 minuti di conversazione galante, di cui 20 sotto l’occhio velenifero di una tipa con passeggino al seguito spuntata a un certo punto dal negozio Prenatal,  che dopo aver atteso inutilmente un cenno da parte del consorte si è presentata guardandomi in cagnesco ‘piacere Paola’. E lui ‘ah, ecco..sì..mia moglie’.

Secondo me quel giorno lì il rasoio, anche non di Occam, la Paola lo avrebbe usato volentieri.

Per colpirmi alla giugulare, probabilmente.

 

Ma secondo voi … magari mi sbaglio ??

 

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P.S.  Lo so, che state trepidando per conoscere il mio destino dopo le valvole termoioniche (ammesso che esista vita, dopo le termoioniche…).  Non temete, adorati lettori, e confidate in un futuro radioso nel magico  mondo dei TacchiDadi&Datteri…