Siamo quello che mangiamo

Premetto che non ho NIENTE contro i vegani. Quelli normali, chiaramente.

Per esempio, la Valchiria, mia amica di lunghissima data, è veganissima, ma  è una persona equilibrata, non rompe i maroni a nessuno, mangia quel che le pare e non si scompone affatto se io mi sbrano una braciola sotto i suoi occhi.

Certo, sua figlia, coetanea dell’Infanta, quando da bambina veniva a casa nostra a mangiare la prima domanda che mi faceva appena varcata la soglia era ‘c’è il dolce, vero ?’ dopo del che mi svuotava il frigorifero, iniziando dal salame di Varzi e finendo con la bomboletta di panna montata sprayata direttamente nel gargarozzo, come è sacrosanto che venga consumata secondo le regole del bon ton.

La sua mamma la guardava con gli occhi a cuore, sgranocchiando giuliva il suo snack di farro biologico gusto segatura, senza fare un plissé.

Questo, a parer mio, si chiama essere equilibrati.

Per dire che non nutro forme di prevenzione, ma quando sono i fatti a parlare…

Ordunque: nella cittadina ex capitale del regno longobardo che mi diè i natali esistono numerosi ristoranti, tra cui anche un paio di vegani.

Insieme al Botanico  abbiamo deciso di testarne uno, aperto di recente e gestito da due esperte di nutrizione ayurvedica. (almeno a detta loro): fino ad oggi, francamente, non sono ancora riuscita a mangiare in un ristorante vegano (ma neanche vegetariano) che mi regga il confronto con un buon ristorante onnivoriano ma siccome finchè c’è cibo c’è speranza non mi rassegno, e quindi eccoci qua.

Sorvolo sull’offerta veramente esigua, del menu, ove trionfano il tofu e le verdure bollite: poiché definire gli spinaci e i finocchi lessi ‘ayurvedici’ mi sembra quando meno pretenzioso (specie quando sono venduti a peso, quotazione di mercato che oscilla tra l’aragosta del Maine e il tartufo bianco di Alba), decido di optare per una specie di spezzatino al curry e per le proposte vegetariane, che contemplano anche dei formaggi. Chiedo una birra artigianale, che cercano di propinarmi in un bicchiere di materbi riciclabile: inorridita, faccio notare che sullo scaffale di pallet sulla parete di fronte, ci sono dei manufatti in vetro, che più riciclabile di così non si può, e ne pretendo uno: il boccale mi viene allungato di malavoglia, non capisco perchè, e riempito malamente versando la birra dall’alto.

Le due proprietarie sfoggiano un abbigliamento ed una spocchia ai limiti della tollerabilità: intanto sono vestite col costume tipico dell’operatrice olistica, che prevede ampi camicioni di lino grezzissimo, sciarpe di seta svolazzanti e, immancabile, un turbante di stoffone tipo canapa.

Dispensano, non richieste, dettagliatissime informazioni su come si cucina il daikon, mi invitano ripetutamente a conferenze sulla corretta nutrizione ritenendomi, evidentemente, una povera ignorantona in materia di alimentazione, risultandomi simpatiche come l’esperienza di pestare una merda con le infradito.

Dulcis in fundo, mi approcciano dopo il pasto per un giudizio sul medesimo, interpellandomi con un: ‘allora, vero o no che è tutto buonissimo?’

E NO, cara la mia turbantona, non è tutto buonissimo! E poi la domanda è veramente malposta, ed è evidente che ti aspetti una riposta tipo ‘eccellente, mai mangiato niente di simile!’, esattamente come fanno tutti quelli che passan per di qua e che, temendo le tue ire e soprattutto le tue ramanzine mentono spudoratamente per quieto vivere.

E in effetti è vero, mai mangiato niente di simile. Per fortuna, aggiungo io.

‘Cara signora, fa cagare’ vorrei rispondere sincera. Ma siccome la sincerità non piace a nessuno, e men che meno a due spocchiossisime vegane talebane che mi han trattato come una povera mentecatta fino a due minuti fa, decido per il bene comune di formulare una riposta più cortese e diplomatica, che dica e non dica, che lasci spazio per una eventuale interpretazione: ‘guardi – dichiaro serafica  – ho trovato tutto ai limiti dell’edibilità’.

Le due mi guardano col disgusto che immagino riservino al foie gras de canard, ma tentano comunque un recupero in zona cesarini offrendomi una fetta della loro mirabolante torta vegana di zucca e cioccolato.

Memore di quel che mi è arrivato nel piatto sotto la denominazione di ‘spezzatino’ ritengo assennato mettere in atto misure cautelative, e chiedo di poter osservare da vicino il tanto decantato dolce prima di addivenire a decisioni che ne riguardino il consumo immediato, che potrebbero rivelarsi avventate: tosto giunge, da visionare, una merda di mucca su un piatto da portata.  (forse ho frainteso: avevo capito ‘cioccolata e zucca’ ma forse era ‘scagazzata di mucca’) 

Sarà anche essere la torta più buona del mondo (ma ne dubito fortemente), ma non si può guardare!

Sempre guidata dal mio innegabile savoir faire evito un’altra volta di dichiarare apertamente il mio pensiero (signora, sembra fatta di pupù) e mi  limito ad un ‘guardi, è talmente brutta che non la mangerei neanche se me la regalasse. Mi permetto di suggerirvi di curare un tantino la  presentazione dei piatti, attualmente un po’ carente, a mio modesto avviso’  (critica costruttiva).

Non la prendono bene neanche un po’: mi devo sorbire una ramanzina di venti  minuti sulle innumerevoli virtù delle cucurbitacee, e mi rinnovano più e più volte l’invito al lavaggio del cervello che si terrà venerdì prossimo ore 20,30, dopo l’aperitivo-degustazione di finger food macrobiotico a base di muscolo di grano (tutto-yin-e-yan-dall-antipasto-al-dolce).

Declino cortesemente, non tanto per tema del cibo ma soprattutto perché non ho nulla di  adatto da indossare per l’occasione: non possiedo infatti  nè caftani di juta, nè sciarpe svolazzanti di seta grezza nè le birkenstock d’ordinanza, per tacere dei turbanti.

Arriva il conto: più o meno quel che si pagherebbe da Oldani per un menu degustazione di buon livello… diciamo che quei 7 etti di verdura biodinamica cotta al vapore han fatto la cifra grossa, ecco..

Il Botanico è un lord e paga senza fare una piega (per fortuna ha un bel limite sulla carta di credito) e ce ne andiamo, soddisfatti della cena quanto Adinolfi di fraternizzare due genitori gay precedentemente divorziati  e i loro 5 figli avuti tramite eterologa, e ci dirigiamo tanto veloci quanto affamati verso un kebab poco distante ove ci strafoghiamo felici  di hummus, spiedini, falafel ed altre leccornie medio orientali per la cifra folle di € 12,50 (in due).

Stavolta pago io.

VALUTAZIONE

Cibo: 2

Spocchia:10  

Turbanti: 8  

Faccia tosta: 8  

Diplomazia (mia):9  

Kebab (molto piccante, con dentro tutto): 9  

 

CONSIGLIATO ?  Il kebab si!

ego

L’Infanta, la scuola, e la macchina del tempo

Ieri per l’Infanta è stato l’ultimo giorno di liceo.  L’ultimo giorno di scuola.

La aspetta tra un paio di settimane la maturità scientifica (e chi se lo sarebbe aspettato che mia figlia potesse eccellere in fisica?? Figlia mia, che non ho ancora capito adesso perchè l’acqua bolle. Mah…) ma di fatto la giovinetta sta uscendo per sempre da quella porzione di sistema scolastico che prevede la pagella del primo e secondo quadrimestre, i colloqui con gli insegnanti, la campanella, la merenda, i fogli protocolli a righe e a quadretti, lo zaino di Masha e Orso, i pennarelli, le ore di 50 minuti, le matite e le unghie mangiate, la supplente, il compito in classe, la gommapane, la colla pritt, il bidello, il cancellino, l’ora di ginnastica,  e molto altro ancora.

Puff, finito. Forever.

Ma si,  certo.. poi c’è l’Università.

Ma la scuola, quella vera, diciamocelo, finisce alla fine del liceo. Punto.

Non ho mai sentito nessun laureando dire ‘domani vado a scuola’, per esempio. Essi dicono ‘vado in facoltà’, a conferma di quanto dianzi da me affermato.

A me sembra ieri, di averla accompagnata al suo primo giorno di scuola, tenendola per mano, lei e i suoi due codini enormi che manco Candy Candy ce li aveva grossi così

Mi sembra ieri, di non essere arrivata in tempo a prenderla al ritorno dalle gite, presentandomi costantemente con tre bei quarti d’ora di ritardo (mezza brilla per di più) avendo di gran lunga preferito l’aperitivo con le amiche al rientro della prole da Mantova

Mi sembra ieri, di essermi categoricamente  rifiutata di aiutarla a fare i compiti a casa perchè ‘cara la mia signorina, la scuola è il tuo lavoro! Ti chiedo forse io di aiutarmi con i miei fogli excel ed in particolare con le tabelle pivot?  NO! E quindi arrangiati!’

Mi sembra ieri, di averle controllato con amore materno lo zaino scolastico ogni matt all’inizio di ogni settembre (tipicamente la mattina stessa del primo giorno di scuola), per svuotarlo dei libri, quaderni e residui di panino col prosciutto ivi giacente dal giugno precedente, allorquando l’oggetto veniva scaraventato in un angolo recondito dell’abitazione ove rimaneva, intonso, a prendere polvere per tutta l’estate

Mi sembra ieri di aver tuonato enne volte ‘Infanta! che sia l’ultima volta! Lo zaino si svuota entro e non oltre la fine del primo semestre di ogni anno, chiaro?! Vale a dire il 30/06, trenta zero sei duemilaquelcheè!!’ …ebbene, posso confermare con orgoglio neanche malcelato di aver fallito totalmente l’obiettivo: non è mai successo in tredici anni scolastici! Sedici, se contiamo la materna. Contiamola.

Ma soprattutto mi sembra ieri di aver urlato singhiozzando, ubriaca marcia e chiusa dentro il bagno, tirando pedate contro la porta ‘siete degli insensibili! Finisce la scuola e non ve ne frega nienteeeeee’  ai miei esterrefatti  compagni di quinta superiore (ormai attempati cinquantenni col riporto) che bussavano ripetutamente, giustamente preoccupati per la mia grama sorte e per la mia sbornia triste.

Perché 30 anni fa l’Infanta ero io.

Che finivo le superiori, mi diplomavo e dopo aver fatto ben due – dicesi DUE –  giorni di vacanza iniziavo a lavorare alacremente a Milano, che all’epoca noi pavesi (specie quelli stile Piccola Fiammiferaia  come me che non potevano permettersi l’università) non avevamo troppe alternative al pendolarismo, e ci toccava già da giovanissimi prendere il locale delle 7.28 e alè, filare, via nella metropoli a fatturare, che Milàn l’è un gran Milàn.

Gli albori della termoionicità, mi sento di dire oggidì

Io 30 anni fa venivo spedita a calci in culo nel mondo del lavoro direttamente dal banco di scuola: l’Infanta, invece, ha ancora almeno un lustro di decompressione, giacchè, per fortuna sua, ha abbastanza cervello e talento per affrontare serenamente il percorso accademico (invece io domani passo dal negozio Comprooro sottocasa ad alienare la fede nuziale, la medaglietta del battesimo  e la catenina della prima comunione onde pagare la retta almeno per il primo semestre…Poi vediamo, al limite vado a trafugare anche gli ori nei cassetti di mia madre: lo fanno i drogati per il metadone, potrò ben farlo io per pagare all’Infanta un’istruzione come si deve, o no ??)

Comunque la fine del suo ultimo anno scolastico, e del corso di studi, mi riporta indietro nel tempo e mi addolora infinitamente: perché a me piaceva tanto andare a scuola, mi piaceva studiare,  mi piacevano i compagni, mi piacevano anche certi professori, mi piacevano i panini col salame di cane delle dieci e mezza venduti dal bidello… Ed è perfettamente inutile che diciate ‘bè, ma non è mai troppo tardi! A scuola ci puoi sempre tornare se ne hai voglia!  Chi ti impedisce, volendo, di iscriverti anche tu all’Università ?’

Nessuno, me lo impedisce, e volendo si può anche fare… ma la verità è che la cosa che mi piaceva di più della scuola, trent’anni fa, era avere anch’io 19 anni.

E non c’è nessuna università che offra un corso di Laurea in Eterna Giovinezza.

Sigh.

Ritorno-al-Futuro-Robert-Zemeckis-Delorean-Macchina-del-Tempo-fantascienza

 

Ci vorrebbe la Delorean!

 

Grande Giove!

 

 

 

 

maturita

Africa sub sahariana VS Piemont

2 Giugno, festa della repubblica e tempo di grigliate.

Approfittando di una temporanea apertura con sprazzo di sole in questo inizio novemb giugno, i nuovi vicini di casa, una deliziosa coppia di sposini novelli, invita per il pranzo un assortito gruppo di amici onde deliziarsi in giardino (confinante col mio, ma totalmente invisibile, grazie alla protezione totale fornita da una fittissima siepe di edera infestante) con braciole, costine, salciccie ed altre delizie commestibili previa grigliatura.

Così, mentre io mi inebrio inalando a pieni polmoni quel tipico odor di costata che si spande nell’aere dedicandomi, a tempo stesso, ad attività tipicamente giardinesche tipo stendere il bucato e trapiantare il basilico, loro bevono birra, ruttano discreti e, soprattutto, chiacchierano a voce alta. Molto alta.
.
Giacchè farmi i fatti altrui è uno dei miei passatempi favoriti, mi trattengo in giardino per tutto il tempo necessario e anche oltre, assentandomi giusto un momento per andare a svuotare la lavatrice. Al mio ritorno, le braccia cariche di indumenti bagnati e puzzolenti di cane morto (giacciono in lavatrice da almeno due giorni. E comunque quando li ritirerò asciutti puzzeranno di carne alla griglia, sicché…) colgo al volo il proseguo di una narrazione avviata qualche istante prima:
.
‘… e quindi siam lì che ci diciamo.. beviamo o non beviamo ? Tutta roba naturale eh, fatta con le loro radici africane, erbe e cose così, che però ti fa sballare di brutto! Noi alla fine l’abbiamo bevuta, e siamo andati fuori di testa, chissà cosa ci hanno messo dentro, oh raga, uno sballo totale, proprio!’
.
Io, interessatissima, sospendo temporaneamente la stenditura delle mutande e attendo, ansiosa e non vista, il seguito della mirabolante avventura: voglio sapere dove sono andati, questi qui, avran forse soggiornato in una remota località della valle dell’Omo, presso una tribù autoctona che mai prima d’allora ha avuto contatti con l’uomo bianco, ove sono stati iniziati ai riti locali da uno sciamano centenario, depositario di formule magiche primitive ed ormai dimenticate, propedeutiche all’apertura del terzo occhio?
O saranno stati forse accolti da qualche nobile capo Masai, unico superstite di uno dei rarissimi clan che hanno conservato gli usi e costumi dell’antichissima nilotica etnia, magari in occasione di un safari in Kenya, dopo essersi sperduti nel cratere del Ngoro-ngoro durante una pericolosissima caccia al rinoceronte bianco?
O può anche darsi che invece siano stati rapiti da un gruppo di tuareg durante la traversata del Sahara, e in una notte di luna piena nel deserto abbiano condiviso con i mitici Uomini Blu la celebre Cerimonia del The, quel sacro momento privo di preoccupazioni che Dio ha creato affinchè le anime si ritrovino (per dirla con lo scrittore Tuareg Mossa Ag Assarid… che poi magari questo qui che parla l’ha persino conosciuto di persona!)
.
Chissà, chissà, chissà… e mentre la mia mente si perde in sconfinate praterie, e savane abitate solo da felini ruggenti, lune africane sospese nel buio della notte, pallide luci all’interno delle tende dei nomadi, con la Croce del Sud all’orizzonte, il tipo conclude:
.
.. comunque lì ai Murazzi quella roba lì la bevono tutti.
.
Cioè, erano ai Murazzi ?? A Torino – Centro ?
.
Le radici africane ?? Roba loro tutta naturale ???
Poi, loro di chi, dei torinesi ?
E che roba naturale era ? Nocciole ?  Ma non son mica radici !
.
Dopo lunga meditazione sono giunta a conclusione che, probabilmente, si è trattato di cioccolata calda, gusto gianduja… io in verità l’ho consumata sovente, anche in quantità ingente, ma a me lo sballo totale non è mai capitato.
.
Quindi se tra voi lettori ci fosse un Torinese, frequentatore abituale dei Murazzi, sia gentile, e mi contatti in privato: vorrei sapere il nome della cioccolateria che serve la bevanda che han sorbito i miei vicini,  perché almeno una volta nella vita lo sballo totale vorrei provarlo pure io!
 .
 Turin (Torino), high definition panorama at twilight
Una bella veduta di Timbuctù (Mali)
 .
.