Bizzarrie scandinave e molto altro

Cose bizzarre che possono accadere in Svezia

1) L’albergo

Vengo accolta in una hall apparentemente faraonica, che lascia presagire glamour e sfarzo a volontà. Certo, l’immediata vicinanza dello scalo merci della stazione ferroviaria qualcosa dovrebbe farmi presagire… ma l’ottimismo prevale sul realismo e detto fatto  vengo fatta gentilmente accomodare in una specie di ascensore (che in verità è un montacarichi) per scendere nella mia camera.  Ma come, scendere ??

Scopro quindi che le camere qui si trovano nel sottosuolo, nelle viscere della terra.     Detto montacarichi, peraltro, si aziona premendo una specie di pulsantone di emergenza, il quale finchè lo schiacci fa funzionare l’importante meccanismo di discesa, ma come lo molli smette. Il che significa che se ti distrai e lasci la presa anche solo per un secondo il montacarichi si arresta. Anche a metà percorso, per dire. Lasciandoti lì’ col naso davanti al muro (il montacarichi non ha pareti, è una piattaforma e basta) e il terrore che ti attanaglia la gola.

No panic, and schiscia el buton, per arrivare alle

2) Camere

disposte nel sottosuolo a scacchiera orizzontale: solo quelle su due lati esterni son dotate di finestre, le altre NO.  (ma sarà legale, mi domando io??). Per capire come raggiungere la mia c’è un

3) Touch screen

atto a localizzare la posizione del tuo loculo sulla scacchiera, subito fuori dal montacarichi.

Da notare che per evidente perfidia i numeri delle camere sono disposti a casaccio sui cubicoli, tipo che la 101 è vicina alla 307 che è accanto alla 515.  Io cerco di memorizzare il percorso che porta alla mia 607, ma a causa del mio scarsissimo senso dell’orientamento e, più in generale, della mia dabbenaggine congenita, non riesco a capire se devo girare a destra o a sinistra rispetto al pallone rosso del ‘voi siete qui’ .

Morale: ci metto 10 minuti buoni e 6 tentativi per arrivare alla mia singola con

4) Finestra con vista esterna 

direttamente sui container blu dell’area scalo merci della stazione (vedi incipit), proprio sopra le traversine.

Mi gira la testa. Non ce la posso fare,  e decido di tornare alla reception per farmi cambiare stanza (forse forse è meglio la claustrofobia in un cubicolo centrale). Risalgo col montacarichi e mi rivolgo al

5) Receptionist

che insiste al limite della molestia per sapere cosa diavolo ho fatto di sotto per tutto questo tempo! ‘HO CERCATO LA CAMERA’ ribatto io un po’ seccata. Non mi crede.

Chiede se ho usato il bagno, se ho fatto un pisolino, se ho toccato qualcosa, se ho fatto la doccia, se ho sgualcito gli asciugamani, se ho disfatto il letto.

Alle mie reiterate negazioni, proteste e dinieghi (nonhofattonienteeeeeeeee)  si rassegna con malcelata incredulità, e con malgarbo mi cerca un’altra camera, il tutto sotto lo sguardo esterrefatto di

6) Un uomo vestito da donna

che sta facendo il check in.

Ecco, ora voi penserete che io per amor di letteratura e per fare dell’ironia  esageri di molto, e mi esprima per iperboli, e vi immaginate un trans elegante, o una drag queen con le piume, o una donna un po’ androgina, tipo Annie Lennox o Tilda Swinton, o a limite un uomo un po’ effeminato, tipo David Bowie nel 1972.

NO! Vi dico che era UN UOMO (senza baffi) VESTITO DA DONNA (con un po’ di baffi)

Un uomo anziano vestito da donna anziana. Con una parrucca sintetica color del can che fugge.

Mi spiego meglio: prendete vostro zio Osvaldo, 65 anni suonati, un po’ sovrappeso, barba di un giorno, mettetegli una parrucca brutta, una gonna e un soprabito. Un filo di cipria, niente ombretto nè rossetto.

Mandatelo a Stoccolma a fare il check in un hotel (il mio) .. ecco! Così!

Ha pagato con una Visa, by the way..

FINALE CON SORPRESA  (come se già così non fosse abbastanza)

Sono finita nella camera 118, al bordo della scacchiera, ma dall’altro lato, vista su parcheggio. Pace, sono esausta, va bene così. La prendo.

(anche perché avevo già pagato)

Costa come una suite del Danieli di Venezia, di quelle con la vista su piazza San Marco e il maggiordono incluso, ma si sa che la Svezia è così.  (un posto letto in un ostello, camerata da 16 con bagno in comune può costare anche 60-70 euro. Roba che il letto alla fine come minimo te lo vuoi portare a casa) 

Evito di guardare fuori, e mi avvio subito  alla Città Vecchia, dove ceno con polpette dell’Ikea in  un ristorante storico fighissimo.

6 polpette: 30 euro

Però il cameriere è un hipster fighissimo più del ristorante, il quale, probabilmente,  di giorno fa i servizi di moda su Vogue con la Cara Delevigne.

Accanto a me la coppia più assurda che io abbia mai visto: lei una balena di 180 kg (che si è mangiata il piatto più calorico del menu, a base di belly di maiale), lui Fred Astaire.

Per strada: tutte le donne sono fatte con lo stampo della mia amica valchiria (rinfrescatevi qui la memoria) bionde,  alte due metri, alle quali io cerco disperatamente di chiedere indicazioni, ma che NON mi rispondono neanche morte (forse perché dall’alto vengo presa per una macchia nera sull’asfalto), chissà…)

Infine, last but not least: avventuratami sventatamente in un’area semi-selvaggia di un’isoletta dell’arcipelago ove nidificano il gabbiani, ho rischiato la morte per beccaggio massivo ad opera di una colonia locale che ho avventatamente importunato scattando foto (brutte, come al solito) nel bel mezzo del periodo di cova.

Ve lo giuro: sono scappata a gambe levate inseguita da uno stormo di un  centinaio di pennuti inferocitissimi che puntava alla mia testa al grido tipico della loro specie: VIA VIA VIA VIA ! (e non mio mio mio mio come Disney vuol farci credere.. e lasciamo perdere quell’immagine del tutto fuorviante del Jonathan Livingston, và).

Ho avuto tanta ma tanta paura !

Comunque:  nonostante tutto ciò – o forse: grazie a tutto ciò – mi sono goduta questa mini vacanzina di 36 ore, che mi sono presa dopo l’ultimo convegno termoionico a cui ho partecipato.

E quando dico ultimo intendo ultimo.

E’ ora che ve lo dica: Barbie, regina delle valvole termoioniche, sta per abbandonare il magico mondo che fino ad oggi l’ha ospitata.

Ecco.  Ve l’ho detto.

 

… poteva finire così

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