Fatti della sostanza di cui son fatti i sogni

Partenza, una volta ancora, per la città della Tour Eiffel, ove, ottimisticamente, si potrebbe perfino prefigurare un possibile meeting con Mr Gray, il cinquantenne brizzolato menzionato qui (rinfrescatevi la memoria). Il distinto ed aitante anziano-ma-non-troppo (e comunque giustissimo per la mia età), dopo aver convenientemente attaccato bottone con la sottoscritta, grazie al provvidenziale intervento della cameriera Amelie, ed aver diligentemente annotato il mio numero telefonico, onde potermi contattare in seguito,  ha poscia immediatamente provveduto a propalare informazioni rilevanti sui principali accadimenti che ne caratterizzano l’esistenza: cittadinanza (belga.. santodio, chissà come guida…), residenza (Francia, per motivi di lavoro… grossista settore mercanzia alimentare, nello specifico  foie gras, d’oie et canard, et  absynthe….no, vabbè… devo dirvi altro ? ) stato civile (C-E-L-I-B-E. Alè!).

Ecco dunque che io, in occasione della mia immantinente presenza a poche centinaia di chilometri dalla sua abitazione, mi sono azzardata a buttargli lì via sms, con una certa nonchalance,  ‘ueilà, sono a Parigi…maaaa… e se ci vedessimo una sera per cena ?’

Niente da fare, è via per lavoro … e va bè, pazienza. Pace. Parto più leggera: non mi depilo, da nessuna parte, mutande di ghisa a vita altissima atte a contenere tutti i metricubi di cellulite che ho prodotto tra natale e capodanno, collant anti stupro di flanella grigio topo e canottiera di lana a costine color carne, che sono debole di pancino.
Ah! Dulcis in fundo: bandiera del giappone (su su su, un po’ di fantasia…)
Ciliegina sulla torta: NON mi strappo i baffi (tanto, chissene…)

Orbene! Ciò che l’esperienza insegna è che la legge di Murphy non l’ha mica inventata un cretino!

Ecco dunque che può accadere  che  durante un meeting pomeridiano, all’alba delle ore 17.00, il belga dei miei sogni mi invii un messaggio il cui senso, per sommi capi,  è il seguente: ‘O donna semi sconosciuta ma oltremodo affascinante, abbandono volentieri un’importante trattativa di foie gras con un grosso cliente arabo e torno subitamente a Parigi… non disdegnerei affatto trattenermi nottetempo con te in quel tempio della lussuria che potrebbe essere la tua camera d’albergo… mia adorata,  mi permetti di passare a prelevarti ore 20 per condurti a cena, e poi vediamo ?’

CIRCOSTANZA ACCESSORIA N. 1
(per rendervi meglio edotti dei fatti, cari lettori, così da aver maggiore lucidità nel giudizio)

– il mio alloggio è un delizioso quanto equivoco alberghetto in zona Montmartre, racchiuso in un angolino isolato, camera spaziosa al 6° piano, vista sui tetti di Parigi che neanche Victor Hugo saprebbe fare di meglio

– la camera ha pareti nere, decori oro, lenzuola in raso color cioccolato, abat-jours a forma di putto nudo con benda sugli occhi, lampadine da 0,02 watt

– alle pareti di hall e camera: foto apparentemente artistiche di signorine svestitissime in bianco e nero, copertine di playboy degli anni 60, primi piani di Linda Crystel

CIRCOSTANZA ACCESSORIA N. 2

Io, proprio proprio quella sera lì, sono già  invitata in un ristorante superfigo: Le Jules Verne, secondo piano della Tour Eiffel.
Mi ha invitata uno dei  miei importatori, quello sudamericano, il più importante del pianeta, che mi ha comprato 7 miliardi di valvole termoioniche da esportare, con enorme profitto, in Ostrogonia, ed è stato così contento dell’affare ma così contento che si vuole a tutti i costi sdebitare. Indi per cui l’invito a me destinato. Ha prenotato con 6 mesi d’anticipo, perchè al Jules Verne è così, Alain Ducasse è sempre in over booking. Costo medio di un pasto: 454 euro, bevande escluse (tutto sopravvaluato, dall’antipasto al dolce). Ma vi offrono il limoncello, alla fine della cena.

ORA.. SECONDO VOI.. IO:

A) Al tempo stesso aziendalista e gourmande fino al midollo, declino l’invito di Mr Gray, conscia, innanzitutto, del mio stato fisico inaccettabile da più punti di vista ma soprattutto consapevole che cenare al Jules Verne non mi ricapiterà mai più nella vita.  Senza contare che l’importatore è un caratteriale violentissimo, tendente al bipolare, ed in caso di mio rifiuto è capacissimo di non comprarmi più neanche un pezzo di ricambio da 2 euro, mandandomi affanculo tutto il target 2014!
No grazie Mr Gray, dovevi pensarci prima.
Adesso sono io, ad essere occupata. Jules, arrivoooo

oppure

B) Con sprezzo del dovere e dedizione al pericolo mi invento una bella influenza gastro-intestinale peraltro moooolto contagiosa, e tiro un pacco colossale all’importatore e pure al mio capo, giunto in volo – a sorpresa ! – dall’Italia per partecipare al lauto banchetto.
Me ne fotto del target, dell’importatore e di Alain Ducasse e do appuntamento a Mr Gray all’angolo di Rue Vattelapesque con Rue de Renard, davanti al verduraio, onde convergere congiuntamente all’hotel Equivoque, ove alloggio.
Me ne fotto anche dei peli, dei baffi, della biancheria inaccettabile, della bandiera del giappone, e adeguatamente camuffata con occhialoni neri, cappello, impermeabile e baffi (veri, sono i miei) mi reco al rendez-vous.

Risultato: serata di sesso sfrenato nella bomboniera nera, cena per modo di dire, a base di foie gras, macarons e champagne con la vie en rose (noir?) in sottofondo spirituale.
Mentre fuori dalla mia finestra una tipica pioggerellina parigina ticchetta sui tetti della Ville Lumière…

….

O lettori miei adorati, che ormai mi conoscete meglio di me stessa, o voi che siete la mia coscienza interiore, il mio grilloparlante telematico, che possedete la chiave dello scrigno che racchiude tutti i miei sogni più segreti… cosa pensate che – veramente – io abbia fatto, alla fine ?

A voi due finali.
A voi la scelta.

A me – e solamente a me – la verità.

Sorpresone !

Può accadere, rientrando anzitempo ed inaspettatamente dal lavoro, di fare una sorpresona alla (ex)Infanta, la quale, aspettandosi il vostro ritorno in orario assai più serotino, inviti a casa nelle ore immediatamente post prandiali un sedicente ‘amico’ confidando nella vostra prolungata assenza diurna.

Il rientro inaspettato è fonte di forte imbarazzo per la giovinetta: la (ex)Infanta balbetta, arrossice, si confonde ed infine mi presenta ufficialmente il tipo il quale, depositate delle scarpe di dimensioni abnormi subito dietro la porta onde evitare di insudiciare il pavimento candido, se ne sta in calzini seduto bello composto sul divano a guardare dei video su youtube.
Lui e la sua cresta rossa da punk.
Anzi: lui e la sua cresta FUCSIA da punk (ma poi: è credibile, un punk con la cresta fucsia ??)
All’atto della presentazione egli si leva urbanamente e si presenta con garbo: piacere signora, Infantopunk.
La madre-di-tutti che c’è in me nota subito il ginocchio destro che fuoriesce completamente dai jeans strappati malamente, e si offre di ripararli seduta stante: te li rammendo, caro ? Ti prenderai un malanno, altrimenti! C’è tutta la rotula di fuori, suvvia…
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Infantopunk declina educatamente l’offerta e riprende a digitare sul MIO pc  (che mi servirebbe per scrivere il post, peraltro).
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….
Bè, doveva succedere. Il giovane ribelle sciallato sul mio divano sembra proprio rispecchiare l’esatto opposto di quel che ci sarebbe aspettati dall'(ex)Infanta: non è nè un giovane nerd nè un piccolo lord con le ghette e il monocolo nè un ex bambino prodigio ora pianista al settimo anno di conservatorio, bensì una via di mezzo tra un hipster e un metallaro o, per dirla con la Treccani, un apparente seguace di un movimento giovanile caratterizzato da abbigliamento eccentrico, con abiti neri, cosparsi di spille e borchie, capelli tagliati in modo insolito e tinti in colori stravaganti.
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A me però, visto così, sembra tanto un patatone travestito da duro del quartiere… tant’è che quando gli chiedo una foto per il mio blog lui dice ‘va bene’, si fa immortalare e mi firma la liberatoria.
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E per la gioia dei più.. eccolo qua!!
 .
infantopunk
L’INFANTOPUNK !!
… in altre parole: MIO GENERO!

L’apparenza inganna

sottotitolo: l’aerolinea del dubbio

(niente dettagli. Non voglio togliervi il gusto della sorpresa, puta caso capitasse anche a voi…) 
Il primo sospetto avrebbe dovuto, legittimamente, balenarmi davanti agli occhi  al momento della prenotazione, un mese fa: il sito sembrava scritto a macchina, con una Remington del ’25, poi ciclostilato e in qualche modo salvato in pdf sul web.
Il check in on line non si può fare, e la grande novità presentata per il 2013 è la certificazione ISO e il fatto che gli aerei siano omologati…
Va bè, ci faccio caso, ma fino a un certo punto: son talmente contenta che con una cifra ragguardevole ma non proibitiva io possa volare diretta su Milano da una cittadina francese – di cui mai e poi mai farò il nome – senza scali (l’ultima volta mi han perso i bagagli all’andata e anche al ritorno…) che faccio il biglietto al volo, felice come una pasqua!
Un secondo sospetto mi assale in loco, al momento del check in, quando realizzo che, a dispetto di un aeroporto nuovo di pacca, wifi gratis dappertutto h24, prese di ricarica in ogni dove e personale al tuo servizio in tutti gli angoli, al banco della mia aerolinea non c’è nessuno. Il deserto. E di banco ce n’è solo uno, in fondo alla sala, praticamente dentro il bagno. I vicini della German Wings mi informano urbanamente che il check in apre solo 1 ora prima; mi ripresento a tempo debito, ma niente, è sempre deserto. Il check in me lo fa la German Wings. Va bè.
A questo punto, se avessi avuto un po’ di cervello e non fossi stata stanca abbbestia, come un minatore del Sussex in piena rivoluzione industriale, avrei dovuto capire, perdìo!
Mi assegnano il posto 7C: chiedo, come ormai è prassi, di essere spostata in fondo all’aereo, penultima fila, così da avere più probabilità di non avere nessuno di fianco, lato corridoio per favore.
La tipa della German tossicchia imbarazzata e mi dice di non preoccuparmi: l’aereo è pieno, ma magari DAVANTI un posto vuoto c’è. (come, davanti ??)
E mi consegna la carta d’imbarco, sulla quale leggo ‘no toilet on bord’.
Ma cribbio! E se devo vomitare ??
Ma altre domande non me ne pongo, e mi avvio al gate: è di sotto, in uno scantinato umido, in fondo ad un corridoio buio senza luce, a cui si accede da un passaggio laterale nascosto, tramite una porta di sicurezza col cartello ‘attenti al coccodrillo’.
Niente finger, ovviamente. Fuori c’è un bel pulmino.
E qui, volendo, un altro dubbio ci stava: siamo una manciata di temerari, massimo una quindicina. ‘Comincerà a portare noi e poi farà un secondo giro per gli altri, penso tra me e me’.
Intanto il pullman parte e va. E va.
E va.
E va.
Supera l’aerea cargo, si lascia dietro i jumbo DHL e Federal Express e va.
E va.
E va.
E va.
E finalmente si profila all’orizzonte un piccolo velivolo, massimo 30-40 posti, ad elica. ‘Ma sarà mica quello lì??’ mi chiedo preoccupata.
No, non è lui. Lo circumnavighiamo e DIETRO, nascosto, spunta finalmente il nostro: è l’aereo di Topolino.
Piccolo (il pullman è più grande) cicciotto, con 8 – otto – oblò.
A bordo (6 gradini per salire) capisco che il mio posto 7C è già lui, il penultimo posto lato corridoio !  E a fianco non ho nessuno, perchè ci sono due file di sedili singoli: 8 da una parte, corridoio in mezzo, otto dall’altra.
Siamo a bordo in 17, compresa la hostess.
No toilet on bord, chiaramente. Niente cappelliere. Niente riviste. Niente di niente.
Il panico comincia un po’ a prendere piede al momento del taxi: così come il pullman l’aereo di Topolino prende e va.
E va.
E va.
E va.
E’ l’unica volta nella vita che vorrei dirla io la battuta ‘ma ci andiamo in bus, a milano ?’ ma più che una battuta è una speranza: vorrei continuare così, senza mai staccare il carrello dal suolo.
E dopo una decina di chilometri appare la pista: è un tratturo, uno sterrato tutto buche in mezzo ai campi, con le lepri che ci corrono in mezzo. L’aeroporto non si sa più neanche dove sia.
Recito il rosario e intanto il velivolo prende quota: il passeggero numero 8 fa uno sternuto e la sensazione è di aver preso un vuoto d’aria di 200 metri…
Provo a rilassarmi: perdìndirindina, in un aereo piccolo ho già volato una volta ! Era quello privato del grande capo termoionico, e guidava lui (e no, non è John Travolta…) e son ben atterrata, no ?
……………………..
Ecco. Se son qui a raccontarlo è perchè, alla fin fine, sono atterrata anche stavolta, sana e salva.
E pensate: ci hanno perfino dato degli snack gratuiti a bordo !
… chissà dove cavolo li tenevano stivati: io ho dovuto viaggiare con cappotto e borsetta sulle ginocchia!

 

 

(ancora) nella terra degli Chti

(e fatevi una cultura qui, se non sapete di cosa sto parlando, oppure anche qui)

Le valvole termoioniche chiamano dalla Piccardia ? e io rispondo, prendo e su e corro!

Ed eccomi a Orchies, territorio Chti per eccellenza dove, di ottimo umore e in orario serotino, mi avvio sotto una pioggerellina tanto sgradevolissima quanto tipicamente francese verso il centro villaggio, attraversando strade deserte ma illuminate con grande sfarzo (le feste sono appena passate) che a confronto Time Square sembra adorna di lumini da cimitero.

Non c’è in giro NESSUNO, e   1) penso di essere piombata in una dimensione parallela dove gli umani non esistono, e gli esseri viventi sono lampadine natalizie da 2000 watt
2) dubito fortemente di trovare un ristorante aperto ove sfamarmi di succulente vivande locali.
Da notare che sono bardata peggio del protagonista di ‘Giù al nord’ (vedi sopra), ma nonostante la pioggia ci sono quasi 14 gradi: un paio di locali, che finalmente, incrocio, indossano un soprabito di gabardine l’uno e uno smanicato leggero l’altro; io un piumino da spedizione tra i ghiacci, superimbottito di pelliccia di orso, i guanti con la resistenza incorporata, e i moon boot.
Non sudo, sublimo
Comunque: a dispetto di ogni mia più pessimistica previsione nella piazza del municipio (7 miliardi di watt accesi) mi imbatto nella magnifica Brasserie  du renard,  un locale talmente francese ma talmente francese che:
– la cameriera è Amelie Poulain
– l’arredamento sembra un set cinematografico, coi divani rossi di velluto e le abat jours sui tavolini (rigorosamente appiccicati l’uno all’altro)
– nell’aria aleggia un fortissimo odore di Maroilles (il formaggio locale che ormai voi tutti conoscete e che, come sappiamo, fa sembrare lo zola un chanel nr 5,  il puzzone di Moena il gled e le ascelle di zingaro sentore di pino mugo dell’Himalaya)
Fraternizzo all’istante col personale al completo, compresa la brigata di cucina, scongiurando tutti di parlarmi in chti.
Essendo che SONO degli cthi non se lo fanno ripetere 2 volte e attaccano a mitragliarmi di robe incomprensibili nell’esilarante idioma locale. Io non capisco niente, ma rido fragorosamente (chissà.. magari mi dicono ‘oh, vecchiarda! va che belle rughe che ti ritrovi! … ma tanto io non lo saprò mai…)
L’unica cosa che afferro è una specie di ‘schtbon?’ quando mi ritirano il piatto, che è un po’ il corrispondente di un ‘ccchettepiace?’ detto con forte accento marchigiano o ciociaro.
Me lo butta lì la padrona in persona, poi ridono anche tutti gli altri avventori, ma io di più, e poi la tipa mi dice che posso chiamarla per nome (Amandine).
Il prossimo passo credo sia l’amicizia su Facebook, oppure le ferie insieme quest’estate in Costa Azzurra.
Il risultato di tutto ciò è che la serata che avrei dovuto trascorrere cenando mogia mogia sola soletta al ristorante si trasforma in un evento mondano divertentissimo, con gli occupanti del tavolo accanto che quando se ne vanno mi salutano festosi augurandomi un bel soggiorno in francia (che suona un po’ tipo: ‘aoh, shignora, shtia bbbene, guìn’frangia!’
e io che mi ammazzo di vino rosso, profitteroles col cioccolato caldo, intanto che il cameriere col gilet pulisce i divanetti di velluto rosso sbatacchiandoci sopra il suo bravo tovagliolo bianco (il copione lo prevede…) mentre Amelie ammicca sorniona dal bancone asciugando i bicchieri e indicandomi col mento il cinquantenne brizzolato che, tutto solo anche lui, centellina il suo calvados due tavoli in là, mentre legge Le Figaro.
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Intanto, in sottofondo, una  fisarmonica suona, chiaramente, un valzer…
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Bon. vai pure coi titoli di coda, direi…
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Le plus grand succès de l’histoire du cinéma... (AFP)