La paura del domani

No, non del futuro. Non dell’invecchiamento, la signora con la falce in mano che si avvicina, la visione dei fiori sulla tomba e quelle cose lì.

Proprio  il TERRORE della giornata di domani;  14 di febbraio, il maledetto San-bastardo-Valentino.

Ora, è già da almeno un paio di settimane che, a noi single, ci sfrancicano i maroni con le peggio pubblicità mai viste sullo schermo. Passi le coppie petalose che cenano giulive in ristoranti shabby chich (a menu fisso pensato per la giornata, sicuro come l’oro. Anzi,come loro), ma i due sfigati che festeggiano con la pizza Ristorante della Cameo ?  O peggio ancora la Vodafone, che mi bombarda di messaggi subliminali e non, di frasi allusive, di strizzatine d’occhio che lasciano intendere che mi omaggiano di una notte di passione con Derek Sheperd, che mi fa un check up completo dalla punta dei piedi alla punta dei capelli passando per il centro e invece poi salta fuori che il regalone del secolo sono 2 giga per tuuuuuuutta la giornata del 14 ?

Ammazza, deh!  Generorissssssssssimi, proprio. Dei benefattori dell’umanità (che poi io avrei pure la flat aziendale, quindi quei 2 giga lì  di merda proprio mi fanno un baffo).

Ma il top è questa roba qui: i baci perugina con le frasi della Pausini. Che mi sta simpaticissima, per carità.  Ma le frasi sui  baci ?? Ma che mutuo avrà mai da pagare, da dover tirar su il soldo anche con ‘sta roba ?

Va bè. Mi direte che parlo per invidia, perché non c’è uno straccio di uomo che mi si piglia.

Vero, non c’è. Lo vorrei ?  SI!

O No? Non lo so.

Non lo so perché:

  • perchè mi ricordo di alcuni sbattimenti megagalattici  (che al momento non mi sembravano tali, eh) tipo uscire dall’ufficio alle 18, precipitarmi in stazione, cambiarmi nei bagni della stazione, facendo due parole coi tossici, ritruccarmi tipo Kim Kardashian, saltare su un treno pendolari per arrivare in orario serotino all’appuntamento galante apparentemente bella come il sole e fresca come una rosa (almeno a me sembrava… probabilmente ero comunque abbastanza racchia). Adesso come adesso non lo farei neanche se ad aspettarmi ci fosse il già citato Patrick Dempsey. Forse – ma forse – lo farei per Cristoph Waltz, l’uomo più sexi del globo terraqueo, meglio se vestito da Doc Schultz in Django. Ma non credo lui sia disponibile, quindi ciao.
  • perchè mi ricordo dei milioni di euri spesi per scarpe tacco 12 e  completini intimi supersexi che spesso venivano bellamente ignorati, nonchè delle ore passate a sceglierli .. quanto tempo sprecato! (uhmmm meglio questo grigio ghiaccio o quest’altro grigio perla ? li prendo entrambi grazie… poi mettevo le mutande di uno col reggiseno dell’altro perchè erano indistinguibili. E dulcis in fundo il soggetto interessato commentava ‘bello ‘sto completino azzurro. Ho detto tutto)
  • ma soprattutto perché ultimamente incappo spesso in storie di donne di una certa età che fanno cose straordinarie, tipo questa Elisa Forti, che a ottantadue anni fa le corse in montagna e si diverte un bel po’. Oppure di quell’altra ottantenne russa che se ne gira per il mondo da sola, e anche lei non se la passa male. E come loro chissà quante altre.

Ecco, io queste donne non riesco a immaginarmele  in una relazione, nella mia testa scalare le Ande e dormire male perché c’è uno di fianco che russa sono due cose inconciliabili.

Soprattutto non riesco a immaginare ME.

E siccome io quest’anno scavallo il mezzosecolo, e gli ottanta sono ormai più vicini dei venti, io avrei deciso che voglio diventare così, voglio immaginare il mio futuro così, in giro per il mondo, correndo sulle Ande, in direzione ostinata e contraria, a dispetto della mia caviglia fratturata, o a spasso, io incontinente,  per i 5 continenti.

Senza vincoli, senza compromessi, senza legami (salute permettendo).

Quindi no, non è paura del domani.

Ma di domani… mannaggia, di domani sì!

(p.s. se domani si presenta Christoph Waltz con un mazzo di rose chiaramente ritratto tutto)

 

Se stavi a casa tua…

Mi sono rotta una caviglia.

Bon, ve l’ho detto. Così non ci penso più.
E’ una seccatura colossale: 1 mese di stivale di gesso, praticamente come avere su uno scarpone da sci della Nordica, fisso.
Sarà bello, tra un mese, quando lo toglierò, poter affermare  ‘ho perso 4 chili’.
.
(ma dico, siamo nel 2017 e nessuno ha ancora inventato una roba tipo gesso ma leggera che ti blocchi l’arto ma non pesi come il plutonio ? Ma il progresso dov’è?? E già che ci siete vedete di brevettare anche le stampelle che stanno su da sole e non scivolano giù quando le appoggi in giro per casa, và) 
.
C’è da dire che io, quando combino delle minchiate, lo faccio in grande stile: poiché l’incidente è avvenuto su un sentiero ligure molto panoramico ma difficilmente raggiungibile con mezzi di superficie,  va da sè che il recupero della  salm sventurata escursionista abbia avuto luogo con gran dispiego di velivoli a pale rotanti, verricelli di carico e personale di soccorso qualificato (trad: l’elicottero mi ha tirata su col cavo, imbragata come un salame di Varzi).
.
E’ sempre interessante rilevare la quantità di laureati in medicina e specializzati nelle più svariate branche della materia già (e soprattutto)  FUORI dal pronto soccorso, in sala d’attesa: intorno a me era tutto un fiorire di specialisti in ortopedia che sentenziavano con ostentata sicumera ‘ma no, guardi che non è rotta! non è gonfia, vede ? se fosse rotta sarebbe gonfia come un pallone. E poi non è nera, quindi al massimo è una slogatura.         E’ capitato anche a mio cugino – vicino di casa – fratello – nuora – genero – collega – conoscente occasionale – ex fidanzato – gatto – nonno     proprio ma proprio  su quel sentiero lì, molto probabilmente nel punto  preciso dove è caduta anche lei e dopo tre giorni saltavano come dei grilli. Stia tranquilla, dia retta a me: vedrà che non è niente.
.
(dopo la visita: frattura scomposta del malleolo peroneale. Chi glielo dice, adesso, ai 10-12 luminari tutti concordi sulla diagnosi leggera slogatura ??)
.
L’altra cosa interessante è la domanda delle domande: ma come hai fatto ?
Risposta: sono scivolata e sono caduta.
.
Si, ma COME ?
Ma in che senso, come ?? Prima ero in piedi e un secondo dopo ero sdraiata di lato su un cespuglio che ha evitato che ruzzolassi giù nella scarpata e quando tentavo di mettere giù il piede sinistro perdevo conoscenza.
Il come è abbastanza difficile da definire. E soprattutto: una volta che vi ho detto ‘come’ a voi cosa cambia ??
.
Va bè.
.
Altra domandona: ce li avevi gli scarponi ?
.
Ma nooo, certo che no. Avevo le pantofole a forma di orso col naso che si illumina.           O forse le infradito, adesso non ricordo…
.
Ecco, la cosa che più mi scoccia è di fare, potenzialmente, la figura della sprovveduta. Tipo quelli che vanno a fare la traversata del ghiacciaio del monte bianco con le Superga e poi il giornale locale titola ‘geometra inesperto cade nel crepaccio’.
.
Il peggio del peggio poi son quelli che dicono ‘eh, anche tu… se stavi a casa tua, anzichè andare a fare l’escursione, non ti succedeva niente’. A parte che, prima di tutto,  si dice ‘se fossi rimasta a casa tua non ti sarebbe successo niente’ … secondariamente secondo questo bel ragionamento uno cosa dovrebbe fare ? Vivere all’insegna della prevenzione estrema ? Facciamo che mi faccio mangiare direttamente dal divano, così non corro rischio alcuno  ?
.
.
Va bè, insomma, per sintetizzare: sì, avevo gli scarponi (non primo prezzo decathlon). No, non lo so come  ho fatto, ma  sono caduta e mi sono scassata il malleolo.
Sì, mi ha recuperato l’elicottero, con a bordo i soccorritori più fighi che io abbia mai visto…ovviamente nessuno di loro mi ha chiesto il numero di telefono…
.
Va bè, pace.
.
Tanto comunque per almeno un mese non posso uscire di casa a bere prosecchi  o altri alcolici….

 

I racconti della montagna

Mi domando: ma gli svizzeri, in generale, sono bipolari ??
(Sottotitolo alternativo:  ammazza quanto siete malgarbati ! Invece no ! Invece si ! Invece no! Invece si! Invece no!)
 .
Se pensavo che i valligiani più malgarbati ed infingardi dell’intero arco alpino risiedessero in questa valle qui era solo perchè non ero mai stata in Svizzera.
(O almeno così ho pensato in un primo momento. Poi ho cambiato idea. Poi si. Poi no. Poi si. Poi no. Poi si. Poi no.)
.
Dopo l’esperienza extra sensoriale nel camper di plastica uso hotel che costa come l’Imperial Suite dell’Hilton, quella dove di solito alloggia la Paris, per intenderci (di cui al post precedente) ho pensato di trattenermi un poco tra le montagne più belle del mondo in direzione ostinata e contraria ai prezzi ivi praticati.
Tento la sosta con pernotto in una valle ME-RA-VI-GLIO-SA  ma complice probabilmente il tempo eccezionalmente buono la trovo in overbooking.
O meglio: deduco che sia in overbooking, perchè NON esiste una proloco o un ufficio informazioni. Mi fermo a chiedere al panettiere, e mi si dice ‘alles besetz’ il che significa che non c’è una stanza neanche a pagarla. Anzi in verità, a pagarla, una ci sarebbe: trattasi di una singola  2,5 x 2  sopra una pizzeria arredata con gli scarti della cameretta della mia amica Silvia C.. di quando aveva 12 anni (Silvia: se mi leggi tanti cari saluti).
Ovviamente costa più del camper .. cioè, più di quanto lo pagherei se lo comprassi, il camper.
.
Cambio repentinamente programma e decido di tentare la sorte all’Ospizio del San Gottardo (patrimonio Unesco, peraltro) e dove la mia audacia viene premiata: a soli 80 CHF mi danno una deliziosa camerina di legno con piumone cuoricinato bianco e rosso. Però senza bagno.
Pazienza: il bagno in comune di un ospizio svizzero sarà senza dubbio più lindo del cesso di casa mia (ed in effetti è così).
.
Prevedendo di avventurarmi in una escursione in quota la mattina successiva, scendo ad informarmi alla reception: Avete una cartina ? chiedo molto urbanamente.
‘Da consultare’ mi domanda il receptionist con il terrore negli occhi.
‘Bè, sa, non vorrei smarrir…’  ma non ho neanche il tempo di rispondere che il tipo sentenzia:
‘all’edicola le vendono!’
.
Ah, la celeberrima ospitalità svizzera !  Effettivamente le vendono: adocchio una simil-kompass atta alla bisogna, e sfortunatamente adocchio anche il bigliettino del prezzo: 29 franchi svizzeri ! Tipo 25 euro.. ma cos’è, un manoscritto di Leonardo da Vinci ??
‘E’ professionale’ sentenzia l’esercente (in che senso ? E’ quella ufficiale in dotazione ai cani San Bernardo da soccorso ?? Mah…)
La metto giù subito manco fosse antrace… in alternativa mi viene proposta una roba che certamente professionale non è: ci sono le montagne disegnante tipo coi pastelli a cera a colori vivaci, scala 1 : 1 miliardo, di quelle che sulle nostre montagne trovi dappertutto, tipo in farmacia, dal panettiere, e via discorrendo.
‘Son 3 franchi e ottanta’ spara l’edicolante senza un minimo di vergogna.
.
FORTUNATAMENTE ho dimenticato il portafogli in camera, il che mi obbliga a ritransitare dalla reception .
.
Il burbero-alla-prima-impressione receptionist stavolta invece si informa con inaspettata cortesia: cara signora, l’ha poi trovata la cartina ?
Si – rispondo io alquanto stupefatta dall’improvviso cambiamento di personalità – ma ho sentito il mio family banker e purtroppo il mio fido non mi consente l’acquisto. Comunque ho pensato prendere quella disegnata dalla seconda B della scuola locale.
.
‘Non le serve’ precisa il precedente burbero, ora mio benefattore, estraendo da sotto il bancone la mappa superprofessionale da un milione di dollari. Me la sciorina davanti, spiegandomi per filo e per segno tutte le escursioni della zona con garbo e cortesia.
.
Vado qui! affermo giuliva puntando un laghetto a quota 2500. Ma se mi perdo?
.
‘Non tema, che di certo non si perde. E comunque le presto io la cartina. Domani mattina, prima di partire, passi di qui. Basta che poi me la riporti’
.
Mi profondo in ringraziamenti accorati, non capacitandomi che la stessa persona possa essere prima un villano malgarbato e poi un angelo della montagna. Va bè, mai giudicare alla prima impressione, mi dico tra me e me !!
.
Il mattino dopo, adeguatamente bardata per la mia gita (calzoni alla zuava, camicia a quadri, piccozza, cappello con piuma, bacchette, bombola di ossigeno, san bernardo al seguito con botticella di grappa) passo a saldare il conto e/o ritirare la cartina prima di avviarmi alla scalata del gigante bianco.
.
Ovviamente il tipo del giorno prima non c’è, e al suo posto c’è la Fraulein Rottenmeier.
‘Salve, eccole la carta di credito.. senta, c’è qui la mia cartina?’
.
Quasi sviene dall’orrore e dall’ardire della mia richiesta!! ‘LA KARTA ZI COMPRA ALL’EDIKOLA’  mi sbraita con quel tipico accento flautato del cantone di Uri.
.
‘No, guardi -cerco di spiegare io con gentilezza – è che ieri..’
‘NEIN! EDICOLA!’
.
‘Si, però ieri il suo collega.. non c’è stamattina? MI ha promesso che ..’
.
‘NON ABBIAMO KARTINE! NICHT!’
.
Ve la faccio breve; la tipa non voleva saperne per nessuno motivo. Ho dovuto scavalcare la reception ed aprire personalmente, forzandolo con un piede di porco, il cassetto (blindato) dove il tipo aveva riposto la mappa, dopo aver sgomitata di lato la valchiria, nonostante la mole da montanara svizzera.
.
‘eccola qua!’  proclamo a denti stretti dalla rabbia, brandendo l’oggetto del contendere (e non è una metafora)
‘vede ? Il suo collega l”aveva lasciata qui per PRESTARMELA!’
.
La Rottenmeier, di fronte all’evidenza dei fatti, si trasforma in un nanosecondo nella nonna di Heidi: come il receptionist del giorno prima, diventa in un istante un’altra persona:   mi augura buon giorno, mi bacia sulle guance, mi regala una barretta di fondente e mi congeda salutandomi giuliva con la mano. E’ la mia impressione ma adesso ha le trecce e le guance rubizze e prima no ? Mah…
.
In compenso, dopo una trentina di minuti che scarpino in salita ripenso alla cifra corrisposta, e mi sembra un tantino esagerata.. che mi abbia addebitato più del dovuto per vendetta ? Possibile ?
.
Sì, possibile, anzi certo. Me ne capacito pienamente al rientro dalla mia ascesa, verso le ore 16.00. Il nuovo receptionist (un terzo personaggio, c’è un turnover in quell’albergo lì che io non ho mai visto…) da me interpellato in merito conferma: la tipastra mi ha fatto pagare tipo 30 euro di più!  Per fortuna il nuovo arrivato è urbanissimo, si scusa in tutte le lingue parlate nella nazione e tosto mi rimborsa in euri sonanti.
CONCLUSIONE
Ma allora ???!!  Vi decidete ?  Siete Dottor Jeckill o Mr Hyde ?  Siete garbati oppure  no? Io non so più cosa pensare né come comportarmi con voi!
Ma soprattutto… io, secondo voi, con la supercartina superprofessionale… mi sono persa oppure no ?
A chi indovina, in premio, un Toblerone originale da 750 g!
toblerone-hero
.
.
.
.
.
.
.
BONUS TRACK
Qui sotto una foto originale, presa sul posto, per tutti quelli che ‘in svizzera non c’è una carta per terra neanche a morire’
.
.cartaccia

Nella patria di Gugliemo Tell

 

Ecco.
Dovrebbe essere un classico:  sono seduta SOLA nel grazioso dehors di un ristorante svizzero (sembra un ossimoro, lo so) agghindata come di solito sono al lavoro (poichè NON è venerdì e quindi vi rimando a questo post qui per un giudizio di merito sul mio look). Pur lasciando alla vostra fervida immaginazione l’eleganza media dell’avventore svizzero, ci sarebbe da aspettarsi che almeno uno straccio di locale mi si avvicini, bicchiere in mano e sguardo malandrino, con intenzioni socievoli…o è chiedere troppo ?
.
C’è pieno ma pieno di maschi.
Maschi svizzeri, d’accordo, però sempre meglio che niente: adesso nominatemi al volo uno svizzero sexi!
No, Guglielmo Tell non vale: intanto è già nel titolo, e poi è un personaggio di fantasia. Dai, tiratene fuori uno, se ce la fate… non ce la fate, visto ?
.
Comunque: alla mia destra 2 svizzeri di cui 1 con baffi a manubrio. Mangiano fonduta (d’altronde.. dove siamo?)
Sempre a destra, ma avanti di due tavoli: gruppo di 4 maschi svizzeri. Mangiano carnazza, bevono birrazza.
Tavolo di fronte: altri 4 svizzeri, vedo le birre ma non so cosa stiano mangiando.
Altro tavolo in fondo: altri 4 svizzeri maschi, vedo in tavola addirittura una bottiglia di vino rosso.
.
Dunque, come MINIMO 14 maschi (svizzeri) soli, senza femmine. Forse il fatto di essere svizzeri ci spiega perchè siano sprovvisti di accompagnatrici.
Ma ad ogni modo: come mai nessuno ha ancora spedito la cameriera al mio tavolo con :
– 1 rosa
oppure
– 1 birra
oppure
– 1 calice di rosso (vino svizzero ? un altro ossimoro)
oppure
– 1 bigliettino ‘moechtest du mit mir tanzen ?’ (vuoi metterti con me, più o meno)
oppure
– una balestra
oppure
– una forma di emmenthal
oppure
– un orologio a cucù
oppure
– un toblerone (dai!! niente doppi sensi, per cortesia!)
oppure
– una banca
oppure
– un qualsiasi cadeau che mi dimostri che io, femmina italiana, non sono passata inosservata, santo iddio!
.
Se fossimo in un film a quest’ora avrei già la cena pagata dal tipo coi bermuda, la maglietta verde ramarro e i sandali ! (ma certo, coi calzini, ci mancherebbe!)
.
Invece niente.
(per onestà intellettuale devo ammettere che un paio di sguardi sono arrivati: non ho però capito se lascivi o ammiccanti o se invece il tipo era  semplicemente strabico. L’ho tenuto d’occhio a lungo ma l’operazione di rimozione del tartaro all’arcata superiore con lo stuzzicadenti è andata per le lunghe, e alla fine ho desistito)
.
Comunque è finita che l’insalata in brodo di salsa rosa me la sono dovuta pagare io, dopo aver stipulato un regolare contratto di mutuo quinquennale con il locale istituto di credito (si sa che i prezzi in svizzera son così, praticamente inaccessibili a noi italiani medi). Niente rosa, niente vino, niente birra, niente cucù, niente proposte di matrimonio che mi avrebbero permesso di ottenere la cittadanza svizzera. Niente.
.
E tutto questo ve lo scrivo immersa nel lusso e nello sfarzo della mia FA-VO-LO-SA tripla
uso singolo che potete immaginare quanto mi costi, se per pagare l’insalata in brodo ho dovuto fare il mutuo.
.
Per chi non avesse colto l’ironia, la tripla uso singolo di fatto è una specie di interno camper di plastica, dove dalla doccia si accede direttamente al letto di sotto, perchè il terzo letto è una specie di letto a castello…e io che mi ero figurata una notte di sesso sfrenato in una camera di almeno 20 metri quadri.
.
Un’illusa, proprio.
.
Non so se più per i 20 metri quadrati della camera o per il concetto di ‘sesso sfrenato’ con uno svizzero…
.
.
svizzera

Finita, finalmente!

 

1998-2000: grazie alla maestra Annamaria, che sapeva unire alla tenerezza materna una competenza professionale di altissimo livello:  all’asilo nido lasciavo l’Infanta nelle sue mani con molta più tranquillità  di quando la tenevo nelle mie, di mani, consapevole che era il posto più sicuro e accogliente dove potesse stare (anche perché ce lo ricordiamo tutti quante volte è rotolata giù dal lettone ove IO l’avevo incautamente abbandonata per pitturarmi con agio le unghie… o no? )

2003-2008: grazie alla maestra Pia, ormai in pensione da parecchi anni, che ha accompagnato l’Infanta alle elementari: una maestra di quelle di una volta, che insegnava una grammatica precisa e rigorosa, e faceva imparare le poesie a memoria. Una maestra severa e amorevole insieme, che quella volta che l’Infanta, in prima elementare, arrivò in aula in lacrime invece di sbrigarla via con il classico ‘ormai sei grande, cosa c’è da piangere’ se la strinse accanto dicendole ‘sono triste anch’io, vieni qui che piangiamo insieme’, sdoganando così la libertà di piangere al bisogno.

2009-2011: grazie all’insegnante di musica delle medie, qui descritta, che alla richiesta dell’Infanta di poter usare il suo strumento durante gli esami di terza media contrappose un categorico ‘ASSOLUTAMENTE NO! Tu suoni il piffero come tutti gli altri!’.  L’Infanta, che all’esame portava come leitmotiv la Gran Bretagna, invece voleva prodursi in God Save the Queen con l’arpa , e così imparò che a volte, se si vuole qualcosa per sé stessi,  bisogna lottare, prendere una posizione anche magari contro l’autorità costituita e  insistere, specialmente se si pensa di essere nel giusto (e tra l’altro imparò anche che per insegnare musica alle medie non serve necessariamente essere musicisti). Riuscì ad ottenere di portarsi l’arpa a scuola, e suonò delle magnifiche variazioni dell’Inno Nazionale Inglese, e anche molto altro, tra gli applausi degli (altri) insegnanti, compagni e bidelli.

2011-2013: grazie ai professori sociopatici.  l’Infanta ne ha incontrato uno al biennio, bravissimo nella sua materia, ma a  trattare con le persone proprio no. Il trauma fu tale, per l’Infanta, da indurla, dopo qualche settimana, a propormi, disperata, di cambiare scuola. ‘Infanta: la scuola è come la vita. Un sociopatico con cui avere a che fare davanti ce lo avrai sempre. Prima impari come funziona meglio è ‘. La fanciulla comprese, e rimase dove era. L’Infanta vanta ora solide basi della materia d’insegnamento, ma anche un minimo di conoscenza dell’animo umano. Il prossimo che incontra, di sociopatico, per lo meno è preparata.

2005-oggi: grazie alla professoressa di arpa: lei ha insegnato a me a fare il genitore.  Prevedibilmente intorno agli 11 anni l’Infanta fece un bel discorsetto a me e a suo padre, dichiarando che della musica ne aveva abbastanza: ‘non me la sento più’, disse. Noi, desiderosi di comportarci da genitori democratici ci consultammo con la sua insegnante esordendo con un ‘l’Infanta vuole smettere. Desideriamo rispettare la sua volontà e non forzarla’.  Ci trattò giustamente come due mentecatti,  rammentandoci che, forse, due adulti sono più adatti a prender decisioni importanti rispetto a una mocciosa preadolescente che di solito neanche sa da che parte è girata.               ‘Questo è il momento di fare i genitori’ ci disse ‘La storia del non forzarla è la scelta facile, tra 10 anni se ne pentirà, e allora sarà tardi. Vedete un po’  voi.’ Ci convinse, e con azioni coercitive da telefono azzurro, obbligammo la fanciulla proseguire gli studi al conservatorio, almeno fino alla fine delle medie. ‘Solo alla fine della terza media  – le fu detto – sarai libera di decidere. Non prima’ .   Non vi sto a raccontare i drammi in quel periodo: ‘mi rovinate la vita’  e ‘vi odio’ erano le frasi normalmente utilizzate come intercalare dalla giovinetta.  ‘Non vedo l’ora di essere adulta, così potrò decidere da sola e fare quello che voglio io’ dichiarava ad intervalli regolari di 3-4 ore.

Bene, oggi l’Infanta è (relativamente) adulta e ha deciso di fare quello che vuole lei: la musicista, appunto.

2013-2016: infine, grazie alla sua professoressa di italiano e latino: vi dico solo che quando l’Infanta vuole farmi un complimento mi dice ‘sembri la Prof’. Da una parte mi scoccia un po’, perché preferirei il contrario. Ma dall’altra mi sento fighissima, proprio come è fighissima la sua Prof.  Che alla fine della quinta liceo, per ringraziarli di ‘tre anni di fatica e di allegria’ ha consegnato ai suoi alunni questa poesia:

C’è chi insegna
guidando gli altri come cavalli
passo per passo:
forse c’è chi si sente soddisfatto
così guidato.

C’è chi insegna lodando
quanto trova di buono e divertendo:
c’è pure chi si sente soddisfatto
essendo incoraggiato.

C’è pure chi educa, senza nascondere
l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d’essere franco all’altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.

L’ho trovata oggi per caso, facendo pulizia nella sua camera, intanto che lei stava facendo l’orale.

Non la conoscevo, e leggendola ho pianto.

Racchiude una verità grande, grande quanto la responsabilità che tocca ad ogni educatore, più ancora, forse, che a noi genitori.

Grazie a voi, Insegnanti che avete saputo sognare l’Infanta.

Grazie a tutti quelli che, come voi, fanno bei sogni invece di incubi.

______________________________________________________________________

L’Infanta oggi ha finito gli esami.

E’ matura.

 

Adesso si comincia.

 

stay-calm-and-get-ready-for-the-time-of-your-life

 

 

Siamo quello che mangiamo

Premetto che non ho NIENTE contro i vegani. Quelli normali, chiaramente.

Per esempio, la Valchiria, mia amica di lunghissima data, è veganissima, ma  è una persona equilibrata, non rompe i maroni a nessuno, mangia quel che le pare e non si scompone affatto se io mi sbrano una braciola sotto i suoi occhi.

Certo, sua figlia, coetanea dell’Infanta, quando da bambina veniva a casa nostra a mangiare la prima domanda che mi faceva appena varcata la soglia era ‘c’è il dolce, vero ?’ dopo del che mi svuotava il frigorifero, iniziando dal salame di Varzi e finendo con la bomboletta di panna montata sprayata direttamente nel gargarozzo, come è sacrosanto che venga consumata secondo le regole del bon ton.

La sua mamma la guardava con gli occhi a cuore, sgranocchiando giuliva il suo snack di farro biologico gusto segatura, senza fare un plissé.

Questo, a parer mio, si chiama essere equilibrati.

Per dire che non nutro forme di prevenzione, ma quando sono i fatti a parlare…

Ordunque: nella cittadina ex capitale del regno longobardo che mi diè i natali esistono numerosi ristoranti, tra cui anche un paio di vegani.

Insieme al Botanico  abbiamo deciso di testarne uno, aperto di recente e gestito da due esperte di nutrizione ayurvedica. (almeno a detta loro): fino ad oggi, francamente, non sono ancora riuscita a mangiare in un ristorante vegano (ma neanche vegetariano) che mi regga il confronto con un buon ristorante onnivoriano ma siccome finchè c’è cibo c’è speranza non mi rassegno, e quindi eccoci qua.

Sorvolo sull’offerta veramente esigua, del menu, ove trionfano il tofu e le verdure bollite: poiché definire gli spinaci e i finocchi lessi ‘ayurvedici’ mi sembra quando meno pretenzioso (specie quando sono venduti a peso, quotazione di mercato che oscilla tra l’aragosta del Maine e il tartufo bianco di Alba), decido di optare per una specie di spezzatino al curry e per le proposte vegetariane, che contemplano anche dei formaggi. Chiedo una birra artigianale, che cercano di propinarmi in un bicchiere di materbi riciclabile: inorridita, faccio notare che sullo scaffale di pallet sulla parete di fronte, ci sono dei manufatti in vetro, che più riciclabile di così non si può, e ne pretendo uno: il boccale mi viene allungato di malavoglia, non capisco perchè, e riempito malamente versando la birra dall’alto.

Le due proprietarie sfoggiano un abbigliamento ed una spocchia ai limiti della tollerabilità: intanto sono vestite col costume tipico dell’operatrice olistica, che prevede ampi camicioni di lino grezzissimo, sciarpe di seta svolazzanti e, immancabile, un turbante di stoffone tipo canapa.

Dispensano, non richieste, dettagliatissime informazioni su come si cucina il daikon, mi invitano ripetutamente a conferenze sulla corretta nutrizione ritenendomi, evidentemente, una povera ignorantona in materia di alimentazione, risultandomi simpatiche come l’esperienza di pestare una merda con le infradito.

Dulcis in fundo, mi approcciano dopo il pasto per un giudizio sul medesimo, interpellandomi con un: ‘allora, vero o no che è tutto buonissimo?’

E NO, cara la mia turbantona, non è tutto buonissimo! E poi la domanda è veramente malposta, ed è evidente che ti aspetti una riposta tipo ‘eccellente, mai mangiato niente di simile!’, esattamente come fanno tutti quelli che passan per di qua e che, temendo le tue ire e soprattutto le tue ramanzine mentono spudoratamente per quieto vivere.

E in effetti è vero, mai mangiato niente di simile. Per fortuna, aggiungo io.

‘Cara signora, fa cagare’ vorrei rispondere sincera. Ma siccome la sincerità non piace a nessuno, e men che meno a due spocchiossisime vegane talebane che mi han trattato come una povera mentecatta fino a due minuti fa, decido per il bene comune di formulare una riposta più cortese e diplomatica, che dica e non dica, che lasci spazio per una eventuale interpretazione: ‘guardi – dichiaro serafica  – ho trovato tutto ai limiti dell’edibilità’.

Le due mi guardano col disgusto che immagino riservino al foie gras de canard, ma tentano comunque un recupero in zona cesarini offrendomi una fetta della loro mirabolante torta vegana di zucca e cioccolato.

Memore di quel che mi è arrivato nel piatto sotto la denominazione di ‘spezzatino’ ritengo assennato mettere in atto misure cautelative, e chiedo di poter osservare da vicino il tanto decantato dolce prima di addivenire a decisioni che ne riguardino il consumo immediato, che potrebbero rivelarsi avventate: tosto giunge, da visionare, una merda di mucca su un piatto da portata.  (forse ho frainteso: avevo capito ‘cioccolata e zucca’ ma forse era ‘scagazzata di mucca’) 

Sarà anche essere la torta più buona del mondo (ma ne dubito fortemente), ma non si può guardare!

Sempre guidata dal mio innegabile savoir faire evito un’altra volta di dichiarare apertamente il mio pensiero (signora, sembra fatta di pupù) e mi  limito ad un ‘guardi, è talmente brutta che non la mangerei neanche se me la regalasse. Mi permetto di suggerirvi di curare un tantino la  presentazione dei piatti, attualmente un po’ carente, a mio modesto avviso’  (critica costruttiva).

Non la prendono bene neanche un po’: mi devo sorbire una ramanzina di venti  minuti sulle innumerevoli virtù delle cucurbitacee, e mi rinnovano più e più volte l’invito al lavaggio del cervello che si terrà venerdì prossimo ore 20,30, dopo l’aperitivo-degustazione di finger food macrobiotico a base di muscolo di grano (tutto-yin-e-yan-dall-antipasto-al-dolce).

Declino cortesemente, non tanto per tema del cibo ma soprattutto perché non ho nulla di  adatto da indossare per l’occasione: non possiedo infatti  nè caftani di juta, nè sciarpe svolazzanti di seta grezza nè le birkenstock d’ordinanza, per tacere dei turbanti.

Arriva il conto: più o meno quel che si pagherebbe da Oldani per un menu degustazione di buon livello… diciamo che quei 7 etti di verdura biodinamica cotta al vapore han fatto la cifra grossa, ecco..

Il Botanico è un lord e paga senza fare una piega (per fortuna ha un bel limite sulla carta di credito) e ce ne andiamo, soddisfatti della cena quanto Adinolfi di fraternizzare due genitori gay precedentemente divorziati  e i loro 5 figli avuti tramite eterologa, e ci dirigiamo tanto veloci quanto affamati verso un kebab poco distante ove ci strafoghiamo felici  di hummus, spiedini, falafel ed altre leccornie medio orientali per la cifra folle di € 12,50 (in due).

Stavolta pago io.

VALUTAZIONE

Cibo: 2

Spocchia:10  

Turbanti: 8  

Faccia tosta: 8  

Diplomazia (mia):9  

Kebab (molto piccante, con dentro tutto): 9  

 

CONSIGLIATO ?  Il kebab si!

ego

L’Infanta, la scuola, e la macchina del tempo

Ieri per l’Infanta è stato l’ultimo giorno di liceo.  L’ultimo giorno di scuola.

La aspetta tra un paio di settimane la maturità scientifica (e chi se lo sarebbe aspettato che mia figlia potesse eccellere in fisica?? Figlia mia, che non ho ancora capito adesso perchè l’acqua bolle. Mah…) ma di fatto la giovinetta sta uscendo per sempre da quella porzione di sistema scolastico che prevede la pagella del primo e secondo quadrimestre, i colloqui con gli insegnanti, la campanella, la merenda, i fogli protocolli a righe e a quadretti, lo zaino di Masha e Orso, i pennarelli, le ore di 50 minuti, le matite e le unghie mangiate, la supplente, il compito in classe, la gommapane, la colla pritt, il bidello, il cancellino, l’ora di ginnastica,  e molto altro ancora.

Puff, finito. Forever.

Ma si,  certo.. poi c’è l’Università.

Ma la scuola, quella vera, diciamocelo, finisce alla fine del liceo. Punto.

Non ho mai sentito nessun laureando dire ‘domani vado a scuola’, per esempio. Essi dicono ‘vado in facoltà’, a conferma di quanto dianzi da me affermato.

A me sembra ieri, di averla accompagnata al suo primo giorno di scuola, tenendola per mano, lei e i suoi due codini enormi che manco Candy Candy ce li aveva grossi così

Mi sembra ieri, di non essere arrivata in tempo a prenderla al ritorno dalle gite, presentandomi costantemente con tre bei quarti d’ora di ritardo (mezza brilla per di più) avendo di gran lunga preferito l’aperitivo con le amiche al rientro della prole da Mantova

Mi sembra ieri, di essermi categoricamente  rifiutata di aiutarla a fare i compiti a casa perchè ‘cara la mia signorina, la scuola è il tuo lavoro! Ti chiedo forse io di aiutarmi con i miei fogli excel ed in particolare con le tabelle pivot?  NO! E quindi arrangiati!’

Mi sembra ieri, di averle controllato con amore materno lo zaino scolastico ogni matt all’inizio di ogni settembre (tipicamente la mattina stessa del primo giorno di scuola), per svuotarlo dei libri, quaderni e residui di panino col prosciutto ivi giacente dal giugno precedente, allorquando l’oggetto veniva scaraventato in un angolo recondito dell’abitazione ove rimaneva, intonso, a prendere polvere per tutta l’estate

Mi sembra ieri di aver tuonato enne volte ‘Infanta! che sia l’ultima volta! Lo zaino si svuota entro e non oltre la fine del primo semestre di ogni anno, chiaro?! Vale a dire il 30/06, trenta zero sei duemilaquelcheè!!’ …ebbene, posso confermare con orgoglio neanche malcelato di aver fallito totalmente l’obiettivo: non è mai successo in tredici anni scolastici! Sedici, se contiamo la materna. Contiamola.

Ma soprattutto mi sembra ieri di aver urlato singhiozzando, ubriaca marcia e chiusa dentro il bagno, tirando pedate contro la porta ‘siete degli insensibili! Finisce la scuola e non ve ne frega nienteeeeee’  ai miei esterrefatti  compagni di quinta superiore (ormai attempati cinquantenni col riporto) che bussavano ripetutamente, giustamente preoccupati per la mia grama sorte e per la mia sbornia triste.

Perché 30 anni fa l’Infanta ero io.

Che finivo le superiori, mi diplomavo e dopo aver fatto ben due – dicesi DUE –  giorni di vacanza iniziavo a lavorare alacremente a Milano, che all’epoca noi pavesi (specie quelli stile Piccola Fiammiferaia  come me che non potevano permettersi l’università) non avevamo troppe alternative al pendolarismo, e ci toccava già da giovanissimi prendere il locale delle 7.28 e alè, filare, via nella metropoli a fatturare, che Milàn l’è un gran Milàn.

Gli albori della termoionicità, mi sento di dire oggidì

Io 30 anni fa venivo spedita a calci in culo nel mondo del lavoro direttamente dal banco di scuola: l’Infanta, invece, ha ancora almeno un lustro di decompressione, giacchè, per fortuna sua, ha abbastanza cervello e talento per affrontare serenamente il percorso accademico (invece io domani passo dal negozio Comprooro sottocasa ad alienare la fede nuziale, la medaglietta del battesimo  e la catenina della prima comunione onde pagare la retta almeno per il primo semestre…Poi vediamo, al limite vado a trafugare anche gli ori nei cassetti di mia madre: lo fanno i drogati per il metadone, potrò ben farlo io per pagare all’Infanta un’istruzione come si deve, o no ??)

Comunque la fine del suo ultimo anno scolastico, e del corso di studi, mi riporta indietro nel tempo e mi addolora infinitamente: perché a me piaceva tanto andare a scuola, mi piaceva studiare,  mi piacevano i compagni, mi piacevano anche certi professori, mi piacevano i panini col salame di cane delle dieci e mezza venduti dal bidello… Ed è perfettamente inutile che diciate ‘bè, ma non è mai troppo tardi! A scuola ci puoi sempre tornare se ne hai voglia!  Chi ti impedisce, volendo, di iscriverti anche tu all’Università ?’

Nessuno, me lo impedisce, e volendo si può anche fare… ma la verità è che la cosa che mi piaceva di più della scuola, trent’anni fa, era avere anch’io 19 anni.

E non c’è nessuna università che offra un corso di Laurea in Eterna Giovinezza.

Sigh.

Ritorno-al-Futuro-Robert-Zemeckis-Delorean-Macchina-del-Tempo-fantascienza

 

Ci vorrebbe la Delorean!

 

Grande Giove!

 

 

 

 

maturita

Africa sub sahariana VS Piemont

2 Giugno, festa della repubblica e tempo di grigliate.

Approfittando di una temporanea apertura con sprazzo di sole in questo inizio novemb giugno, i nuovi vicini di casa, una deliziosa coppia di sposini novelli, invita per il pranzo un assortito gruppo di amici onde deliziarsi in giardino (confinante col mio, ma totalmente invisibile, grazie alla protezione totale fornita da una fittissima siepe di edera infestante) con braciole, costine, salciccie ed altre delizie commestibili previa grigliatura.

Così, mentre io mi inebrio inalando a pieni polmoni quel tipico odor di costata che si spande nell’aere dedicandomi, a tempo stesso, ad attività tipicamente giardinesche tipo stendere il bucato e trapiantare il basilico, loro bevono birra, ruttano discreti e, soprattutto, chiacchierano a voce alta. Molto alta.
.
Giacchè farmi i fatti altrui è uno dei miei passatempi favoriti, mi trattengo in giardino per tutto il tempo necessario e anche oltre, assentandomi giusto un momento per andare a svuotare la lavatrice. Al mio ritorno, le braccia cariche di indumenti bagnati e puzzolenti di cane morto (giacciono in lavatrice da almeno due giorni. E comunque quando li ritirerò asciutti puzzeranno di carne alla griglia, sicché…) colgo al volo il proseguo di una narrazione avviata qualche istante prima:
.
‘… e quindi siam lì che ci diciamo.. beviamo o non beviamo ? Tutta roba naturale eh, fatta con le loro radici africane, erbe e cose così, che però ti fa sballare di brutto! Noi alla fine l’abbiamo bevuta, e siamo andati fuori di testa, chissà cosa ci hanno messo dentro, oh raga, uno sballo totale, proprio!’
.
Io, interessatissima, sospendo temporaneamente la stenditura delle mutande e attendo, ansiosa e non vista, il seguito della mirabolante avventura: voglio sapere dove sono andati, questi qui, avran forse soggiornato in una remota località della valle dell’Omo, presso una tribù autoctona che mai prima d’allora ha avuto contatti con l’uomo bianco, ove sono stati iniziati ai riti locali da uno sciamano centenario, depositario di formule magiche primitive ed ormai dimenticate, propedeutiche all’apertura del terzo occhio?
O saranno stati forse accolti da qualche nobile capo Masai, unico superstite di uno dei rarissimi clan che hanno conservato gli usi e costumi dell’antichissima nilotica etnia, magari in occasione di un safari in Kenya, dopo essersi sperduti nel cratere del Ngoro-ngoro durante una pericolosissima caccia al rinoceronte bianco?
O può anche darsi che invece siano stati rapiti da un gruppo di tuareg durante la traversata del Sahara, e in una notte di luna piena nel deserto abbiano condiviso con i mitici Uomini Blu la celebre Cerimonia del The, quel sacro momento privo di preoccupazioni che Dio ha creato affinchè le anime si ritrovino (per dirla con lo scrittore Tuareg Mossa Ag Assarid… che poi magari questo qui che parla l’ha persino conosciuto di persona!)
.
Chissà, chissà, chissà… e mentre la mia mente si perde in sconfinate praterie, e savane abitate solo da felini ruggenti, lune africane sospese nel buio della notte, pallide luci all’interno delle tende dei nomadi, con la Croce del Sud all’orizzonte, il tipo conclude:
.
.. comunque lì ai Murazzi quella roba lì la bevono tutti.
.
Cioè, erano ai Murazzi ?? A Torino – Centro ?
.
Le radici africane ?? Roba loro tutta naturale ???
Poi, loro di chi, dei torinesi ?
E che roba naturale era ? Nocciole ?  Ma non son mica radici !
.
Dopo lunga meditazione sono giunta a conclusione che, probabilmente, si è trattato di cioccolata calda, gusto gianduja… io in verità l’ho consumata sovente, anche in quantità ingente, ma a me lo sballo totale non è mai capitato.
.
Quindi se tra voi lettori ci fosse un Torinese, frequentatore abituale dei Murazzi, sia gentile, e mi contatti in privato: vorrei sapere il nome della cioccolateria che serve la bevanda che han sorbito i miei vicini,  perché almeno una volta nella vita lo sballo totale vorrei provarlo pure io!
 .
 Turin (Torino), high definition panorama at twilight
Una bella veduta di Timbuctù (Mali)
 .
.

Murphy non era un cretino

Ci tengo molto ad informarvi che io, in ufficio, normalmente, mi agghindo come Grace Kelly al matrimonio della principessa Soraya con lo scià di Persia.

Ne faccio una questione di principio, anche se non lavoro per una importante multinazionale con 250 dipendenti ma per la TDD, che notoriamente vanta un organico ristrettissimo (siamo in due gatti).
.
Intanto, ci tengo a far la mia porca figura primariamente perchè ho una collega alta tipo metri uno e settantacinque con il fisico della Schiffer che anche se si mette un sacco di iuta con due buchi per le braccia sembra uscita da una sfilata di moda un attimo prima, secondariamente perché penso che non si sa mai, cosa possa succedere… metti che il fattorino della DHL è un figo pazzesco, per dire ?  Meglio essere preparati.
E pertanto sfoggio tubini aderenti, scarpe taccatissime e bolerini Chanel con taglio al vivo che ciao, la Carla Gozzi mi spiccia casa.
.
Il tutto dimostrato anche dai fatti: l’altro giorno al bar mi si è avvicinato un distintissimo settantenne che guardandomi con quello sguardo lascivo che riserva ogni mattina al cantiere di via Pascoli mi ha sussurrato ‘Signora devo farle i complimenti, lei è elegantissima!’
.
La mia autostima pem pem pem .. alle stelle!
.
Ovviamente c’è un’eccezione: il venerdì.
Il venerdì, distrutta dalla settimana alle spalle, mi abbandono a mises a volte inaccettabili, basate su sandali francescani, jeans consunti ed informi, magliette bucate.
.
Unformal friday, come dicono in the USA.
Cazzata madornale, traduco io col senno di poi.
.
Ieri, appunto, era venerdì. Invece di inguainarmi in un bel tailleur Dior con gonna  a corolla, come ogni donna sana di mente dovrebbe fare ogni sacrosanto giorno della settimana, opto per l’abbigliamento tipo ‘vestitacccazzo’ e mi presento al bar per il pranzo con un paio sandalacci rasoterra, che mi slanciano come un panettone bauli,  maglia rubata a mia figlia, pantalone sportivo.
Come se questo non fosse già abbastanza drammatico di suo,  ad aggravare la situazione ci sono due (non uno, DUE)  begli herpes grossi come cavolfiori ad adornare il mio labbro superiore, conseguenza diretta dell’arrivo della primavera e dell’ottenimento della certificazione ISO che, chi l’ha fatta lo sa, non è proprio come farsi una settimana in una spa, a livello di stress.
.
Comunque: nel tavolo di fianco al mio, chi c’è secondo voi?
.
Eh no, oggi non c’è il galante pensionato con panciotto a quadretti e borsello che ben conosciamo, bensì un misterioso quanto affascinante centauro di mezza età, alto tipo due metri, tutto tatuato, bello come un attore del cinema, abbronzato, chioma folta e ancor più folta barba, tutto tatuato specialmente i bicipiti che esplodono nelle maniche della maglietta aderente, che lascia intuire una tartaruga non ninja. (magari me la sono sognata, ma pace).
Ai lati degli occhi (ovviamente azzurri) un ventaglio di rughette che dichiarano la sua propensione alla risata e al buon umore. Che era tutto tatuato l’ho già detto ?
Tutto tatuato. Tipo Fedez, ma di cinquant’anni. (o venticinque ma portati malissimo. Ma non credo)
Ebbene si, un difetto sembrerebbe averlo: ha una parlata bergamasca che non si può sentire. Ma amen, ci possiamo passare sopra direi.
.
A me parte subito un film nella testa, che adesso lui mi offre il caffè, poi domani che è sabato usciamo a cena, poi ci sposiamo,  poi io e lui a cavallo della sua Harley che corriamo nel vento e ogni tanto ci diciamo ‘poooota, và che bel panorama, dè!’.
.
Invece lui parte subito e basta.
Non mi degna di uno sguardo, paga il conto,  brum brum e via, se ne torna verso le Orobie come se io neanche esistessi.
.
Nessuno mi leverà mai dalla testa che se avessi avuto un vestito così una chance l’avrei avuta.
Annex+Kelly-da-decoretoadore.blogspot.com_2
 .
 .
 .
 .
 .
 .
 .
 .
 .
.
.
Rettifico.
Nessuno mi leverà mai dalla testa che se avessi avuto una faccia così una chance l’avrei avuta
download

 

 

 

 

 

 

Del resto, lo diceva pure Coco Chanel:

chanel jpg

Del perché il turismo in certi posti non fa il botto

In tempi recenti sono usa dedicare le scarsissime energie rimaste a fine settimana, dopo la spremitura della TDD, ad un’attività sana e ritemprante quale il trekking montano. Poichè la mia residenza è al centro della pianura padana, prediligo per le mie spedizioni in alta (a volte media) quota le valli ad essa immediatamente adiacenti, onde ottimizzare il tempo necessario allo spostamento.
.
Va da sè che la meta più gettonata sia una valle (che mi guardo bene dal nominare) a poco meno di un paio d’ore da casa mia, ove mi avventuro sovente, a volte accompagnata da fide compagne di cammino, a volte anche sola soletta. Tanto ovunque vada, di solito, c’è pieno zeppo di milanesi che son saliti per far la gita fuori porta; le valli sono molte belle, le montagne aspre e selvagge,  i sentieri sono di solito ben segnati  e i rifugi accoglienti. A parte qualche rara eccezione, naturalmente.
.
Questa valle potrebbe tranquillamente fare invidia e concorrenza a mete ben più blasonate:  eppure, a mio modesto parere, il turismo ne trae un vantaggio relativo, io credo a causa della scarsa propensione degli autoctoni a trattare col turista.
.
Qui di seguito, alcuni esempi pratici:
(nb: i toponimi e tutti i  riferimenti a cose – persone – impianti di risalita sono stati abilmente camuffati per motivi di privacy. E anche perchè ci vorrei tornare, con la mia OPEL  ASTRA VERDE SMERALDO)
.
In data recente io ed una delle adepte alla setta ‘ScarponeTacco12’ da me fondata, ci siamo recate nell’ameno villaggio di Salamandra, ove imbarcarci su una cabinovia per raggiungere con agio, grazie all’ausilio del mezzo semovente,  l’inizio dell’audace percorso montano preventivamente pianificato.
Incautamente però ho scordato sul tavolo della cucina tutto il materiale cartaceo descrittivo dell’ardito itinerario scaricato dall’internet il giorno innanzi.
Poco male, ci siamo dette, acquisteremo una cartina in loco. Vuoi che non le abbiano ?   (ingenue)
.
Noi, all’esercente del bar alla partenza dell’impianto: ci scusi, avete delle cartine della zona ?
Esercente: NO. (fine)
Noi: Ah. no, perchè sa..  avremmo dimenticato a casa..
Esercente: al gabbiotto dei biglietti le hanno.
Noi: Benissimo grazie arrivederci
.
Noi, all’esercente del gabbiotto; ci scusi, avete delle cartine escursionistiche della zona ?
Esercente: si, queste. Arrivederci (fine)
.
Le cartine sono un riquadro 5 cm x 5 cm stampato all’interno della pubblicità della cabinovia.
.
Non ritenendo la risoluzione dell’immagine bastevole alla bisogna, io e la mia accompagnatrice ci fermiamo un momento a riflettere: che si fa ? Rinunciamo ?  Fotografiamo col telefono una cartinona scrausa appesa al muro esterno che però ha solo delle linee dei sentieri tracciate col pennarello ma NON i nomi delle località?
.
Decidiamo di non farci scoraggiare e di salire comunque: sicuramente al bar dell’arrivo dell’impianto le avranno.. o  no?
.
Intanto però ne approfittiamo per socializzare con un abitante del luogo, salito nella cabina con noialtre. La salita è prevista per le ore 10,00. Alle 10,01 l’indigeno comincia a lamentarsi con la voce di Max Cavallari quando fa i surgelati brr
‘E non rispettano gli orari.. e poi quando arriviamo.. e qui non parte più.. etc etc ‘
Dopo una pausa di riflessione, o una virgola, chi lo sa, si informa urbanamente sulla nostra meta:
.
Noi (giulive): Andiamo al Rifugio Sparafucile, poi saliamo alla vetta Soverchia e con un giro ad anello, per il Passo del Fedifrago vorremmo rientrare qui al parcheggio.  Lei, che è del posto, che dice, si può fare ?
.
Indigeno (scorbutico e negativamente sorpreso, anche un po’ disgustato): ma  perchè andate lì ? Non è meglio se andate alla Punta del Camoscio Morto ? E’ più lunga, son sette ore andare e otto a tornare, 1450 metri di dislivello, ma è più bella… anzi no, perchè invece non fate il sentiero natura, che son 45 minuti tutto in piano, mi sembra più adatto a voi.
.
Noi: … ma perchè scusi, non è bello il nostro giro ?
.
Indigeno: maaaaasssìììì, non è brutto. Se proprio volete andare lì… (e lo dice come se stessimo partendo per una gita d’istruzione al sistema fognario di Calcutta). Comunque, quando siete al Rifugio Sparafucile, visto che proprio non mi riesce di dissuadervi dal recarvicisi, chiedete bene al rifugista, ché la via per la Soverchia (lo dice il nome) è assai infida, e  non per tutti.
Certamente non per voi (non lo dice, ma lo pensa)
.
Confuse ma ancor più decise di prima a NON farci scoraggiare decidiamo di ignorare completamente le insensate avvertenze e rimaniamo ferme nei nostri propositi: conquistare la Vetta Soverchia, con sosta preventiva al Rifugio Sparafucile (specialità gastronomica: tuttocapriolo, dall’antipasto al dolce) e poi giù, per il Passo del Fedifrago, a riprender la vettura.
.
Ma non scordiamoci che per la mia dabbenaggine siam senza cartina… ma eccoci al bar all’arrivo dell’impianto:
.
Noi, all’esercente del bar all’arrivo: ci scusi, avete delle cartine della zona ?
Esercente: si, queste .
.
E tosto ci rifila un pacco di pubblicità con il riquadro 5 x 5
.
Al che io noto una bella cartina Kompass che, appesa al muro, fa bella mostra di sè, e preciso: no, ma noi intendevamo una tipo quella lì.
.
Esercente: AHH !!  Da comprare, intende ? Ma certo che le ho, sono cinque  euro.
.
Noi: ….
.
A parte che non avevamo mai detto di volerla gratuitamente.. vogliamo parlare della capacità commerciale dell’esercente ? Gliene avrei dati anche dieci, di euri!
.
Comunque, partiamo baldanzose per il Rifugio Sparafucile, ove arriviamo con largo anticipo rispetto all’ora di pranzo, avendo evidentemente sottovalutato la nostra baldanza fisica.
Stante che io una bella polenta con lo spezzatino me la mangio molto volentieri anche come merenda di mezza mattina, come del resto faccio anche quotidianamente in ufficio, entro al rifugio con due propositi precisi:
– uscirne con in mano un piatto di polenta fumante, rigorosamente coperta di abbondantissimo sugo di capriolo
– chiedere informazioni al rifugista sulla prosecuzione del nostro viaggio
.
Ve lo dico già: fallirò  in entrambi gli scopi.
.
Rifugista: la polenta vien pronta alle 12.15, minimo. Si scordi la merenda, cara mia.  E poi … chi è che la obbliga a salire alla Vetta Soverchia ?
.
Io: guardi, non mi obbliga nessuno. Semmai potremmo parlare di scelta. Del resto, glielo garantisco, non mi ha obbligato nessuno a venire nemmeno qui, eppure…
.
Rifugista: se proprio proprio vuole andar su alla Soverchia, e non ne capisco la ragione, almeno passi dal Vallo del Porco!
.
Io: ma se è da dove siamo venute!  Senta, ma perchè non vuole che andiamo alla Soverchia ?  E’ brutto il sentiero ? E’ una vetta non panoramica ?
.
Rifugista: non lo so, io alla Sovercha non ci sono mai stato. E’ al di fuori dai sentieri che batto io. Io vado alla Punta del Camoscio Morto, al Lago delle Brugne, e a volte faccio il Sentiero Natura. 45 minuti, tutto in piano. Perchè non avete fatto quello lì?
.
Io: …
.
ORA: di solito il rifugista è un omone amabile e gentile, che indossa pantaloni di velluto anche ad agosto e camicia di flanella a quadrotti. Egli rifocilla abbondantemente tutti,  indipendentemente dall’orario, ha la polenta pronta H24, e idem dicasi per i condimenti.  Conosce tutti i sentieri a menadito nel raggio di 250 km (li traccia lui), e all’occorrenza fa disegni esplicativi sul tovagliolo, anche se è di stoffa. Se non è troppo occupato arriva addirittura ad accompagnarti per un tratto, portandosi dietro il paiolo e tutto, per non smettere di rimestare la polenta.
.
Com’è che il Rifugio Sparafucile è invece gestito da un troll malgarbato e ignorante, che non si spinge a più di 300 metri dal suo rifugio e non ti rifocilla affatto, nonostante il tuo evidente stato di malnutrizione?
 .
(per fortuna noi, che siamo  escursioniste espertissime e avvezze al problem solving, ci eravamo portate i nostri bravi panini imbottiti, così, per lo meno, non abbiamo sofferto la fame. Io ne avevo tre, tutti porchetta e brie, e non erano niente male)
.
Cammina, cammina, cammina, cammina, cammina, cammina.. eccoci alla Vetta Soverchia !  Un sentiero straordinariamente bello, che ci ha portato ad uno  spettacolare punto panoramico, con vista a 360° !  In vetta, dopo aver additato tutte le principali cime dell’arco alpino grazie all’indicatore a forma di rosa dei venti ivi piazzato, socializziamo ancora, questa volta con :
– una famigliola che è salita per un’altra via (se il Troll viene a sapere che ci sono svariate vie di accesso alla Soverchia gli piglia un colpo…)
– la VECCHIA.
.
La VECCHIA è una signora anziana, sui settanta (potrebbero essere anche sessanta portati malissimo però) che probabilmente in gioventù è stata la prima donna a salire sul K2 o un altro degli 8.000.
Ci descrive il suo itinerario: praticamente ha fatto più strada lei oggi che io nei miei trekking dal ’97 in poi. Impressionante. Sfoggia una forma fisica ed una competenza che  Messner le spiccia casa.
Messa al corrente dei nostri piani, ossia ridiscendere al parcheggio tramite il Passo del Fedifrago, approva gravemente col capo. Finalmente qualcuno che non ci critica aspramente, perdìo!
.
La VECCHIA ci dà la sua benedizione e si avvia. Poi ha un ripensamento,  indietreggia e pronuncia le fatidiche parole : quando arrivate al larice fulminato, dove c’è il cristo crocifisso.. al bivio prendete a destra, mi raccomando. anche se la freccia indica sinistra. Voi dovete andare a DESTRA!
.
Dato che è l’unica persona della giornata che ci sembra un minimo affidabile decidiamo di fare come dice lei, la VECCHIA: ecco il larice bruciato, ecco il crocifisso, ecco la freccia a sinistra.
Noi via, a destra.
.
CI SIAMO PERSE.
.
Teoricamente la discesa avrebbe dovuto prenderci un’ora e mezza… noi ce ne abbiamo messe tipo quattro, prendendo bivi a casaccio (al bivio mettetela uno straccio di segnaletica, santocielo!), tornando sui nostri passi 5-6 volte, guadando torrenti impetuosi, e soprattutto bestemmiando a voce alta in direzione del larice morto ed insultando la VECCHIA con tutti gli epiteti possibili e immaginabili.
.
.
Conclusione
.
Se state leggendo questo lungo post è perchè, alla fine, ce l’abbiamo fatta: a un certo punto abbiamo finalmente incrociato un essere umano che dopo averci salutate con un ‘Mrs Barbie, I suppose’ ci ha indicato la via della salvezza,  permettendoci così di rientrare sane e salve alla macchina.
.
Ma vorrei pregare gli abitanti della valle, che in essa si fossero riconosciuti, e anche  magari altri escursionisti come me, che fossero incappati nel Rifugista-Troll, di farsi avanti: contattatemi in privato. Vorrei avere, e dare a mia volta, conferma dell’effettivo nome del rifugio, e condividere eventuali altre esperienze nefaste.
.
E la VECCHIA ?
.
io credo che la VECCHIA non sia mai esistita …
.
.
vecchia
LA VECCHIA!