Finita, finalmente!

 

1998-2000: grazie alla maestra Annamaria, che sapeva unire alla tenerezza materna una competenza professionale di altissimo livello:  all’asilo nido lasciavo l’Infanta nelle sue mani con molta più tranquillità  di quando la tenevo nelle mie, di mani, consapevole che era il posto più sicuro e accogliente dove potesse stare (anche perché ce lo ricordiamo tutti quante volte è rotolata giù dal lettone ove IO l’avevo incautamente abbandonata per pitturarmi con agio le unghie… o no? )

2003-2008: grazie alla maestra Pia, ormai in pensione da parecchi anni, che ha accompagnato l’Infanta alle elementari: una maestra di quelle di una volta, che insegnava una grammatica precisa e rigorosa, e faceva imparare le poesie a memoria. Una maestra severa e amorevole insieme, che quella volta che l’Infanta, in prima elementare, arrivò in aula in lacrime invece di sbrigarla via con il classico ‘ormai sei grande, cosa c’è da piangere’ se la strinse accanto dicendole ‘sono triste anch’io, vieni qui che piangiamo insieme’, sdoganando così la libertà di piangere al bisogno.

2009-2011: grazie all’insegnante di musica delle medie, qui descritta, che alla richiesta dell’Infanta di poter usare il suo strumento durante gli esami di terza media contrappose un categorico ‘ASSOLUTAMENTE NO! Tu suoni il piffero come tutti gli altri!’.  L’Infanta, che all’esame portava come leitmotiv la Gran Bretagna, invece voleva prodursi in God Save the Queen con l’arpa , e così imparò che a volte, se si vuole qualcosa per sé stessi,  bisogna lottare, prendere una posizione anche magari contro l’autorità costituita e  insistere, specialmente se si pensa di essere nel giusto (e tra l’altro imparò anche che per insegnare musica alle medie non serve necessariamente essere musicisti). Riuscì ad ottenere di portarsi l’arpa a scuola, e suonò delle magnifiche variazioni dell’Inno Nazionale Inglese, e anche molto altro, tra gli applausi degli (altri) insegnanti, compagni e bidelli.

2011-2013: grazie ai professori sociopatici.  l’Infanta ne ha incontrato uno al biennio, bravissimo nella sua materia, ma a  trattare con le persone proprio no. Il trauma fu tale, per l’Infanta, da indurla, dopo qualche settimana, a propormi, disperata, di cambiare scuola. ‘Infanta: la scuola è come la vita. Un sociopatico con cui avere a che fare davanti ce lo avrai sempre. Prima impari come funziona meglio è ‘. La fanciulla comprese, e rimase dove era. L’Infanta vanta ora solide basi della materia d’insegnamento, ma anche un minimo di conoscenza dell’animo umano. Il prossimo che incontra, di sociopatico, per lo meno è preparata.

2005-oggi: grazie alla professoressa di arpa: lei ha insegnato a me a fare il genitore.  Prevedibilmente intorno agli 11 anni l’Infanta fece un bel discorsetto a me e a suo padre, dichiarando che della musica ne aveva abbastanza: ‘non me la sento più’, disse. Noi, desiderosi di comportarci da genitori democratici ci consultammo con la sua insegnante esordendo con un ‘l’Infanta vuole smettere. Desideriamo rispettare la sua volontà e non forzarla’.  Ci trattò giustamente come due mentecatti,  rammentandoci che, forse, due adulti sono più adatti a prender decisioni importanti rispetto a una mocciosa preadolescente che di solito neanche sa da che parte è girata.               ‘Questo è il momento di fare i genitori’ ci disse ‘La storia del non forzarla è la scelta facile, tra 10 anni se ne pentirà, e allora sarà tardi. Vedete un po’  voi.’ Ci convinse, e con azioni coercitive da telefono azzurro, obbligammo la fanciulla proseguire gli studi al conservatorio, almeno fino alla fine delle medie. ‘Solo alla fine della terza media  – le fu detto – sarai libera di decidere. Non prima’ .   Non vi sto a raccontare i drammi in quel periodo: ‘mi rovinate la vita’  e ‘vi odio’ erano le frasi normalmente utilizzate come intercalare dalla giovinetta.  ‘Non vedo l’ora di essere adulta, così potrò decidere da sola e fare quello che voglio io’ dichiarava ad intervalli regolari di 3-4 ore.

Bene, oggi l’Infanta è (relativamente) adulta e ha deciso di fare quello che vuole lei: la musicista, appunto.

2013-2016: infine, grazie alla sua professoressa di italiano e latino: vi dico solo che quando l’Infanta vuole farmi un complimento mi dice ‘sembri la Prof’. Da una parte mi scoccia un po’, perché preferirei il contrario. Ma dall’altra mi sento fighissima, proprio come è fighissima la sua Prof.  Che alla fine della quinta liceo, per ringraziarli di ‘tre anni di fatica e di allegria’ ha consegnato ai suoi alunni questa poesia:

C’è chi insegna
guidando gli altri come cavalli
passo per passo:
forse c’è chi si sente soddisfatto
così guidato.

C’è chi insegna lodando
quanto trova di buono e divertendo:
c’è pure chi si sente soddisfatto
essendo incoraggiato.

C’è pure chi educa, senza nascondere
l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d’essere franco all’altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.

L’ho trovata oggi per caso, facendo pulizia nella sua camera, intanto che lei stava facendo l’orale.

Non la conoscevo, e leggendola ho pianto.

Racchiude una verità grande, grande quanto la responsabilità che tocca ad ogni educatore, più ancora, forse, che a noi genitori.

Grazie a voi, Insegnanti che avete saputo sognare l’Infanta.

Grazie a tutti quelli che, come voi, fanno bei sogni invece di incubi.

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L’Infanta oggi ha finito gli esami.

E’ matura.

 

Adesso si comincia.

 

stay-calm-and-get-ready-for-the-time-of-your-life

 

 

Siamo quello che mangiamo

Premetto che non ho NIENTE contro i vegani. Quelli normali, chiaramente.

Per esempio, la Valchiria, mia amica di lunghissima data, è veganissima, ma  è una persona equilibrata, non rompe i maroni a nessuno, mangia quel che le pare e non si scompone affatto se io mi sbrano una braciola sotto i suoi occhi.

Certo, sua figlia, coetanea dell’Infanta, quando da bambina veniva a casa nostra a mangiare la prima domanda che mi faceva appena varcata la soglia era ‘c’è il dolce, vero ?’ dopo del che mi svuotava il frigorifero, iniziando dal salame di Varzi e finendo con la bomboletta di panna montata sprayata direttamente nel gargarozzo, come è sacrosanto che venga consumata secondo le regole del bon ton.

La sua mamma la guardava con gli occhi a cuore, sgranocchiando giuliva il suo snack di farro biologico gusto segatura, senza fare un plissé.

Questo, a parer mio, si chiama essere equilibrati.

Per dire che non nutro forme di prevenzione, ma quando sono i fatti a parlare…

Ordunque: nella cittadina ex capitale del regno longobardo che mi diè i natali esistono numerosi ristoranti, tra cui anche un paio di vegani.

Insieme al Botanico  abbiamo deciso di testarne uno, aperto di recente e gestito da due esperte di nutrizione ayurvedica. (almeno a detta loro): fino ad oggi, francamente, non sono ancora riuscita a mangiare in un ristorante vegano (ma neanche vegetariano) che mi regga il confronto con un buon ristorante onnivoriano ma siccome finchè c’è cibo c’è speranza non mi rassegno, e quindi eccoci qua.

Sorvolo sull’offerta veramente esigua, del menu, ove trionfano il tofu e le verdure bollite: poiché definire gli spinaci e i finocchi lessi ‘ayurvedici’ mi sembra quando meno pretenzioso (specie quando sono venduti a peso, quotazione di mercato che oscilla tra l’aragosta del Maine e il tartufo bianco di Alba), decido di optare per una specie di spezzatino al curry e per le proposte vegetariane, che contemplano anche dei formaggi. Chiedo una birra artigianale, che cercano di propinarmi in un bicchiere di materbi riciclabile: inorridita, faccio notare che sullo scaffale di pallet sulla parete di fronte, ci sono dei manufatti in vetro, che più riciclabile di così non si può, e ne pretendo uno: il boccale mi viene allungato di malavoglia, non capisco perchè, e riempito malamente versando la birra dall’alto.

Le due proprietarie sfoggiano un abbigliamento ed una spocchia ai limiti della tollerabilità: intanto sono vestite col costume tipico dell’operatrice olistica, che prevede ampi camicioni di lino grezzissimo, sciarpe di seta svolazzanti e, immancabile, un turbante di stoffone tipo canapa.

Dispensano, non richieste, dettagliatissime informazioni su come si cucina il daikon, mi invitano ripetutamente a conferenze sulla corretta nutrizione ritenendomi, evidentemente, una povera ignorantona in materia di alimentazione, risultandomi simpatiche come l’esperienza di pestare una merda con le infradito.

Dulcis in fundo, mi approcciano dopo il pasto per un giudizio sul medesimo, interpellandomi con un: ‘allora, vero o no che è tutto buonissimo?’

E NO, cara la mia turbantona, non è tutto buonissimo! E poi la domanda è veramente malposta, ed è evidente che ti aspetti una riposta tipo ‘eccellente, mai mangiato niente di simile!’, esattamente come fanno tutti quelli che passan per di qua e che, temendo le tue ire e soprattutto le tue ramanzine mentono spudoratamente per quieto vivere.

E in effetti è vero, mai mangiato niente di simile. Per fortuna, aggiungo io.

‘Cara signora, fa cagare’ vorrei rispondere sincera. Ma siccome la sincerità non piace a nessuno, e men che meno a due spocchiossisime vegane talebane che mi han trattato come una povera mentecatta fino a due minuti fa, decido per il bene comune di formulare una riposta più cortese e diplomatica, che dica e non dica, che lasci spazio per una eventuale interpretazione: ‘guardi – dichiaro serafica  – ho trovato tutto ai limiti dell’edibilità’.

Le due mi guardano col disgusto che immagino riservino al foie gras de canard, ma tentano comunque un recupero in zona cesarini offrendomi una fetta della loro mirabolante torta vegana di zucca e cioccolato.

Memore di quel che mi è arrivato nel piatto sotto la denominazione di ‘spezzatino’ ritengo assennato mettere in atto misure cautelative, e chiedo di poter osservare da vicino il tanto decantato dolce prima di addivenire a decisioni che ne riguardino il consumo immediato, che potrebbero rivelarsi avventate: tosto giunge, da visionare, una merda di mucca su un piatto da portata.  (forse ho frainteso: avevo capito ‘cioccolata e zucca’ ma forse era ‘scagazzata di mucca’) 

Sarà anche essere la torta più buona del mondo (ma ne dubito fortemente), ma non si può guardare!

Sempre guidata dal mio innegabile savoir faire evito un’altra volta di dichiarare apertamente il mio pensiero (signora, sembra fatta di pupù) e mi  limito ad un ‘guardi, è talmente brutta che non la mangerei neanche se me la regalasse. Mi permetto di suggerirvi di curare un tantino la  presentazione dei piatti, attualmente un po’ carente, a mio modesto avviso’  (critica costruttiva).

Non la prendono bene neanche un po’: mi devo sorbire una ramanzina di venti  minuti sulle innumerevoli virtù delle cucurbitacee, e mi rinnovano più e più volte l’invito al lavaggio del cervello che si terrà venerdì prossimo ore 20,30, dopo l’aperitivo-degustazione di finger food macrobiotico a base di muscolo di grano (tutto-yin-e-yan-dall-antipasto-al-dolce).

Declino cortesemente, non tanto per tema del cibo ma soprattutto perché non ho nulla di  adatto da indossare per l’occasione: non possiedo infatti  nè caftani di juta, nè sciarpe svolazzanti di seta grezza nè le birkenstock d’ordinanza, per tacere dei turbanti.

Arriva il conto: più o meno quel che si pagherebbe da Oldani per un menu degustazione di buon livello… diciamo che quei 7 etti di verdura biodinamica cotta al vapore han fatto la cifra grossa, ecco..

Il Botanico è un lord e paga senza fare una piega (per fortuna ha un bel limite sulla carta di credito) e ce ne andiamo, soddisfatti della cena quanto Adinolfi di fraternizzare due genitori gay precedentemente divorziati  e i loro 5 figli avuti tramite eterologa, e ci dirigiamo tanto veloci quanto affamati verso un kebab poco distante ove ci strafoghiamo felici  di hummus, spiedini, falafel ed altre leccornie medio orientali per la cifra folle di € 12,50 (in due).

Stavolta pago io.

VALUTAZIONE

Cibo: 2

Spocchia:10  

Turbanti: 8  

Faccia tosta: 8  

Diplomazia (mia):9  

Kebab (molto piccante, con dentro tutto): 9  

 

CONSIGLIATO ?  Il kebab si!

ego

L’Infanta, la scuola, e la macchina del tempo

Ieri per l’Infanta è stato l’ultimo giorno di liceo.  L’ultimo giorno di scuola.

La aspetta tra un paio di settimane la maturità scientifica (e chi se lo sarebbe aspettato che mia figlia potesse eccellere in fisica?? Figlia mia, che non ho ancora capito adesso perchè l’acqua bolle. Mah…) ma di fatto la giovinetta sta uscendo per sempre da quella porzione di sistema scolastico che prevede la pagella del primo e secondo quadrimestre, i colloqui con gli insegnanti, la campanella, la merenda, i fogli protocolli a righe e a quadretti, lo zaino di Masha e Orso, i pennarelli, le ore di 50 minuti, le matite e le unghie mangiate, la supplente, il compito in classe, la gommapane, la colla pritt, il bidello, il cancellino, l’ora di ginnastica,  e molto altro ancora.

Puff, finito. Forever.

Ma si,  certo.. poi c’è l’Università.

Ma la scuola, quella vera, diciamocelo, finisce alla fine del liceo. Punto.

Non ho mai sentito nessun laureando dire ‘domani vado a scuola’, per esempio. Essi dicono ‘vado in facoltà’, a conferma di quanto dianzi da me affermato.

A me sembra ieri, di averla accompagnata al suo primo giorno di scuola, tenendola per mano, lei e i suoi due codini enormi che manco Candy Candy ce li aveva grossi così

Mi sembra ieri, di non essere arrivata in tempo a prenderla al ritorno dalle gite, presentandomi costantemente con tre bei quarti d’ora di ritardo (mezza brilla per di più) avendo di gran lunga preferito l’aperitivo con le amiche al rientro della prole da Mantova

Mi sembra ieri, di essermi categoricamente  rifiutata di aiutarla a fare i compiti a casa perchè ‘cara la mia signorina, la scuola è il tuo lavoro! Ti chiedo forse io di aiutarmi con i miei fogli excel ed in particolare con le tabelle pivot?  NO! E quindi arrangiati!’

Mi sembra ieri, di averle controllato con amore materno lo zaino scolastico ogni matt all’inizio di ogni settembre (tipicamente la mattina stessa del primo giorno di scuola), per svuotarlo dei libri, quaderni e residui di panino col prosciutto ivi giacente dal giugno precedente, allorquando l’oggetto veniva scaraventato in un angolo recondito dell’abitazione ove rimaneva, intonso, a prendere polvere per tutta l’estate

Mi sembra ieri di aver tuonato enne volte ‘Infanta! che sia l’ultima volta! Lo zaino si svuota entro e non oltre la fine del primo semestre di ogni anno, chiaro?! Vale a dire il 30/06, trenta zero sei duemilaquelcheè!!’ …ebbene, posso confermare con orgoglio neanche malcelato di aver fallito totalmente l’obiettivo: non è mai successo in tredici anni scolastici! Sedici, se contiamo la materna. Contiamola.

Ma soprattutto mi sembra ieri di aver urlato singhiozzando, ubriaca marcia e chiusa dentro il bagno, tirando pedate contro la porta ‘siete degli insensibili! Finisce la scuola e non ve ne frega nienteeeeee’  ai miei esterrefatti  compagni di quinta superiore (ormai attempati cinquantenni col riporto) che bussavano ripetutamente, giustamente preoccupati per la mia grama sorte e per la mia sbornia triste.

Perché 30 anni fa l’Infanta ero io.

Che finivo le superiori, mi diplomavo e dopo aver fatto ben due – dicesi DUE –  giorni di vacanza iniziavo a lavorare alacremente a Milano, che all’epoca noi pavesi (specie quelli stile Piccola Fiammiferaia  come me che non potevano permettersi l’università) non avevamo troppe alternative al pendolarismo, e ci toccava già da giovanissimi prendere il locale delle 7.28 e alè, filare, via nella metropoli a fatturare, che Milàn l’è un gran Milàn.

Gli albori della termoionicità, mi sento di dire oggidì

Io 30 anni fa venivo spedita a calci in culo nel mondo del lavoro direttamente dal banco di scuola: l’Infanta, invece, ha ancora almeno un lustro di decompressione, giacchè, per fortuna sua, ha abbastanza cervello e talento per affrontare serenamente il percorso accademico (invece io domani passo dal negozio Comprooro sottocasa ad alienare la fede nuziale, la medaglietta del battesimo  e la catenina della prima comunione onde pagare la retta almeno per il primo semestre…Poi vediamo, al limite vado a trafugare anche gli ori nei cassetti di mia madre: lo fanno i drogati per il metadone, potrò ben farlo io per pagare all’Infanta un’istruzione come si deve, o no ??)

Comunque la fine del suo ultimo anno scolastico, e del corso di studi, mi riporta indietro nel tempo e mi addolora infinitamente: perché a me piaceva tanto andare a scuola, mi piaceva studiare,  mi piacevano i compagni, mi piacevano anche certi professori, mi piacevano i panini col salame di cane delle dieci e mezza venduti dal bidello… Ed è perfettamente inutile che diciate ‘bè, ma non è mai troppo tardi! A scuola ci puoi sempre tornare se ne hai voglia!  Chi ti impedisce, volendo, di iscriverti anche tu all’Università ?’

Nessuno, me lo impedisce, e volendo si può anche fare… ma la verità è che la cosa che mi piaceva di più della scuola, trent’anni fa, era avere anch’io 19 anni.

E non c’è nessuna università che offra un corso di Laurea in Eterna Giovinezza.

Sigh.

Ritorno-al-Futuro-Robert-Zemeckis-Delorean-Macchina-del-Tempo-fantascienza

 

Ci vorrebbe la Delorean!

 

Grande Giove!

 

 

 

 

maturita

Africa sub sahariana VS Piemont

2 Giugno, festa della repubblica e tempo di grigliate.

Approfittando di una temporanea apertura con sprazzo di sole in questo inizio novemb giugno, i nuovi vicini di casa, una deliziosa coppia di sposini novelli, invita per il pranzo un assortito gruppo di amici onde deliziarsi in giardino (confinante col mio, ma totalmente invisibile, grazie alla protezione totale fornita da una fittissima siepe di edera infestante) con braciole, costine, salciccie ed altre delizie commestibili previa grigliatura.

Così, mentre io mi inebrio inalando a pieni polmoni quel tipico odor di costata che si spande nell’aere dedicandomi, a tempo stesso, ad attività tipicamente giardinesche tipo stendere il bucato e trapiantare il basilico, loro bevono birra, ruttano discreti e, soprattutto, chiacchierano a voce alta. Molto alta.
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Giacchè farmi i fatti altrui è uno dei miei passatempi favoriti, mi trattengo in giardino per tutto il tempo necessario e anche oltre, assentandomi giusto un momento per andare a svuotare la lavatrice. Al mio ritorno, le braccia cariche di indumenti bagnati e puzzolenti di cane morto (giacciono in lavatrice da almeno due giorni. E comunque quando li ritirerò asciutti puzzeranno di carne alla griglia, sicché…) colgo al volo il proseguo di una narrazione avviata qualche istante prima:
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‘… e quindi siam lì che ci diciamo.. beviamo o non beviamo ? Tutta roba naturale eh, fatta con le loro radici africane, erbe e cose così, che però ti fa sballare di brutto! Noi alla fine l’abbiamo bevuta, e siamo andati fuori di testa, chissà cosa ci hanno messo dentro, oh raga, uno sballo totale, proprio!’
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Io, interessatissima, sospendo temporaneamente la stenditura delle mutande e attendo, ansiosa e non vista, il seguito della mirabolante avventura: voglio sapere dove sono andati, questi qui, avran forse soggiornato in una remota località della valle dell’Omo, presso una tribù autoctona che mai prima d’allora ha avuto contatti con l’uomo bianco, ove sono stati iniziati ai riti locali da uno sciamano centenario, depositario di formule magiche primitive ed ormai dimenticate, propedeutiche all’apertura del terzo occhio?
O saranno stati forse accolti da qualche nobile capo Masai, unico superstite di uno dei rarissimi clan che hanno conservato gli usi e costumi dell’antichissima nilotica etnia, magari in occasione di un safari in Kenya, dopo essersi sperduti nel cratere del Ngoro-ngoro durante una pericolosissima caccia al rinoceronte bianco?
O può anche darsi che invece siano stati rapiti da un gruppo di tuareg durante la traversata del Sahara, e in una notte di luna piena nel deserto abbiano condiviso con i mitici Uomini Blu la celebre Cerimonia del The, quel sacro momento privo di preoccupazioni che Dio ha creato affinchè le anime si ritrovino (per dirla con lo scrittore Tuareg Mossa Ag Assarid… che poi magari questo qui che parla l’ha persino conosciuto di persona!)
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Chissà, chissà, chissà… e mentre la mia mente si perde in sconfinate praterie, e savane abitate solo da felini ruggenti, lune africane sospese nel buio della notte, pallide luci all’interno delle tende dei nomadi, con la Croce del Sud all’orizzonte, il tipo conclude:
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.. comunque lì ai Murazzi quella roba lì la bevono tutti.
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Cioè, erano ai Murazzi ?? A Torino – Centro ?
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Le radici africane ?? Roba loro tutta naturale ???
Poi, loro di chi, dei torinesi ?
E che roba naturale era ? Nocciole ?  Ma non son mica radici !
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Dopo lunga meditazione sono giunta a conclusione che, probabilmente, si è trattato di cioccolata calda, gusto gianduja… io in verità l’ho consumata sovente, anche in quantità ingente, ma a me lo sballo totale non è mai capitato.
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Quindi se tra voi lettori ci fosse un Torinese, frequentatore abituale dei Murazzi, sia gentile, e mi contatti in privato: vorrei sapere il nome della cioccolateria che serve la bevanda che han sorbito i miei vicini,  perché almeno una volta nella vita lo sballo totale vorrei provarlo pure io!
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 Turin (Torino), high definition panorama at twilight
Una bella veduta di Timbuctù (Mali)
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Murphy non era un cretino

Ci tengo molto ad informarvi che io, in ufficio, normalmente, mi agghindo come Grace Kelly al matrimonio della principessa Soraya con lo scià di Persia.

Ne faccio una questione di principio, anche se non lavoro per una importante multinazionale con 250 dipendenti ma per la TDD, che notoriamente vanta un organico ristrettissimo (siamo in due gatti).
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Intanto, ci tengo a far la mia porca figura primariamente perchè ho una collega alta tipo metri uno e settantacinque con il fisico della Schiffer che anche se si mette un sacco di iuta con due buchi per le braccia sembra uscita da una sfilata di moda un attimo prima, secondariamente perché penso che non si sa mai, cosa possa succedere… metti che il fattorino della DHL è un figo pazzesco, per dire ?  Meglio essere preparati.
E pertanto sfoggio tubini aderenti, scarpe taccatissime e bolerini Chanel con taglio al vivo che ciao, la Carla Gozzi mi spiccia casa.
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Il tutto dimostrato anche dai fatti: l’altro giorno al bar mi si è avvicinato un distintissimo settantenne che guardandomi con quello sguardo lascivo che riserva ogni mattina al cantiere di via Pascoli mi ha sussurrato ‘Signora devo farle i complimenti, lei è elegantissima!’
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La mia autostima pem pem pem .. alle stelle!
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Ovviamente c’è un’eccezione: il venerdì.
Il venerdì, distrutta dalla settimana alle spalle, mi abbandono a mises a volte inaccettabili, basate su sandali francescani, jeans consunti ed informi, magliette bucate.
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Unformal friday, come dicono in the USA.
Cazzata madornale, traduco io col senno di poi.
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Ieri, appunto, era venerdì. Invece di inguainarmi in un bel tailleur Dior con gonna  a corolla, come ogni donna sana di mente dovrebbe fare ogni sacrosanto giorno della settimana, opto per l’abbigliamento tipo ‘vestitacccazzo’ e mi presento al bar per il pranzo con un paio sandalacci rasoterra, che mi slanciano come un panettone bauli,  maglia rubata a mia figlia, pantalone sportivo.
Come se questo non fosse già abbastanza drammatico di suo,  ad aggravare la situazione ci sono due (non uno, DUE)  begli herpes grossi come cavolfiori ad adornare il mio labbro superiore, conseguenza diretta dell’arrivo della primavera e dell’ottenimento della certificazione ISO che, chi l’ha fatta lo sa, non è proprio come farsi una settimana in una spa, a livello di stress.
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Comunque: nel tavolo di fianco al mio, chi c’è secondo voi?
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Eh no, oggi non c’è il galante pensionato con panciotto a quadretti e borsello che ben conosciamo, bensì un misterioso quanto affascinante centauro di mezza età, alto tipo due metri, tutto tatuato, bello come un attore del cinema, abbronzato, chioma folta e ancor più folta barba, tutto tatuato specialmente i bicipiti che esplodono nelle maniche della maglietta aderente, che lascia intuire una tartaruga non ninja. (magari me la sono sognata, ma pace).
Ai lati degli occhi (ovviamente azzurri) un ventaglio di rughette che dichiarano la sua propensione alla risata e al buon umore. Che era tutto tatuato l’ho già detto ?
Tutto tatuato. Tipo Fedez, ma di cinquant’anni. (o venticinque ma portati malissimo. Ma non credo)
Ebbene si, un difetto sembrerebbe averlo: ha una parlata bergamasca che non si può sentire. Ma amen, ci possiamo passare sopra direi.
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A me parte subito un film nella testa, che adesso lui mi offre il caffè, poi domani che è sabato usciamo a cena, poi ci sposiamo,  poi io e lui a cavallo della sua Harley che corriamo nel vento e ogni tanto ci diciamo ‘poooota, và che bel panorama, dè!’.
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Invece lui parte subito e basta.
Non mi degna di uno sguardo, paga il conto,  brum brum e via, se ne torna verso le Orobie come se io neanche esistessi.
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Nessuno mi leverà mai dalla testa che se avessi avuto un vestito così una chance l’avrei avuta.
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Rettifico.
Nessuno mi leverà mai dalla testa che se avessi avuto una faccia così una chance l’avrei avuta
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Del resto, lo diceva pure Coco Chanel:

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Del perché il turismo in certi posti non fa il botto

In tempi recenti sono usa dedicare le scarsissime energie rimaste a fine settimana, dopo la spremitura della TDD, ad un’attività sana e ritemprante quale il trekking montano. Poichè la mia residenza è al centro della pianura padana, prediligo per le mie spedizioni in alta (a volte media) quota le valli ad essa immediatamente adiacenti, onde ottimizzare il tempo necessario allo spostamento.
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Va da sè che la meta più gettonata sia una valle (che mi guardo bene dal nominare) a poco meno di un paio d’ore da casa mia, ove mi avventuro sovente, a volte accompagnata da fide compagne di cammino, a volte anche sola soletta. Tanto ovunque vada, di solito, c’è pieno zeppo di milanesi che son saliti per far la gita fuori porta; le valli sono molte belle, le montagne aspre e selvagge,  i sentieri sono di solito ben segnati  e i rifugi accoglienti. A parte qualche rara eccezione, naturalmente.
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Questa valle potrebbe tranquillamente fare invidia e concorrenza a mete ben più blasonate:  eppure, a mio modesto parere, il turismo ne trae un vantaggio relativo, io credo a causa della scarsa propensione degli autoctoni a trattare col turista.
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Qui di seguito, alcuni esempi pratici:
(nb: i toponimi e tutti i  riferimenti a cose – persone – impianti di risalita sono stati abilmente camuffati per motivi di privacy. E anche perchè ci vorrei tornare, con la mia OPEL  ASTRA VERDE SMERALDO)
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In data recente io ed una delle adepte alla setta ‘ScarponeTacco12’ da me fondata, ci siamo recate nell’ameno villaggio di Salamandra, ove imbarcarci su una cabinovia per raggiungere con agio, grazie all’ausilio del mezzo semovente,  l’inizio dell’audace percorso montano preventivamente pianificato.
Incautamente però ho scordato sul tavolo della cucina tutto il materiale cartaceo descrittivo dell’ardito itinerario scaricato dall’internet il giorno innanzi.
Poco male, ci siamo dette, acquisteremo una cartina in loco. Vuoi che non le abbiano ?   (ingenue)
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Noi, all’esercente del bar alla partenza dell’impianto: ci scusi, avete delle cartine della zona ?
Esercente: NO. (fine)
Noi: Ah. no, perchè sa..  avremmo dimenticato a casa..
Esercente: al gabbiotto dei biglietti le hanno.
Noi: Benissimo grazie arrivederci
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Noi, all’esercente del gabbiotto; ci scusi, avete delle cartine escursionistiche della zona ?
Esercente: si, queste. Arrivederci (fine)
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Le cartine sono un riquadro 5 cm x 5 cm stampato all’interno della pubblicità della cabinovia.
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Non ritenendo la risoluzione dell’immagine bastevole alla bisogna, io e la mia accompagnatrice ci fermiamo un momento a riflettere: che si fa ? Rinunciamo ?  Fotografiamo col telefono una cartinona scrausa appesa al muro esterno che però ha solo delle linee dei sentieri tracciate col pennarello ma NON i nomi delle località?
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Decidiamo di non farci scoraggiare e di salire comunque: sicuramente al bar dell’arrivo dell’impianto le avranno.. o  no?
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Intanto però ne approfittiamo per socializzare con un abitante del luogo, salito nella cabina con noialtre. La salita è prevista per le ore 10,00. Alle 10,01 l’indigeno comincia a lamentarsi con la voce di Max Cavallari quando fa i surgelati brr
‘E non rispettano gli orari.. e poi quando arriviamo.. e qui non parte più.. etc etc ‘
Dopo una pausa di riflessione, o una virgola, chi lo sa, si informa urbanamente sulla nostra meta:
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Noi (giulive): Andiamo al Rifugio Sparafucile, poi saliamo alla vetta Soverchia e con un giro ad anello, per il Passo del Fedifrago vorremmo rientrare qui al parcheggio.  Lei, che è del posto, che dice, si può fare ?
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Indigeno (scorbutico e negativamente sorpreso, anche un po’ disgustato): ma  perchè andate lì ? Non è meglio se andate alla Punta del Camoscio Morto ? E’ più lunga, son sette ore andare e otto a tornare, 1450 metri di dislivello, ma è più bella… anzi no, perchè invece non fate il sentiero natura, che son 45 minuti tutto in piano, mi sembra più adatto a voi.
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Noi: … ma perchè scusi, non è bello il nostro giro ?
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Indigeno: maaaaasssìììì, non è brutto. Se proprio volete andare lì… (e lo dice come se stessimo partendo per una gita d’istruzione al sistema fognario di Calcutta). Comunque, quando siete al Rifugio Sparafucile, visto che proprio non mi riesce di dissuadervi dal recarvicisi, chiedete bene al rifugista, ché la via per la Soverchia (lo dice il nome) è assai infida, e  non per tutti.
Certamente non per voi (non lo dice, ma lo pensa)
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Confuse ma ancor più decise di prima a NON farci scoraggiare decidiamo di ignorare completamente le insensate avvertenze e rimaniamo ferme nei nostri propositi: conquistare la Vetta Soverchia, con sosta preventiva al Rifugio Sparafucile (specialità gastronomica: tuttocapriolo, dall’antipasto al dolce) e poi giù, per il Passo del Fedifrago, a riprender la vettura.
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Ma non scordiamoci che per la mia dabbenaggine siam senza cartina… ma eccoci al bar all’arrivo dell’impianto:
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Noi, all’esercente del bar all’arrivo: ci scusi, avete delle cartine della zona ?
Esercente: si, queste .
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E tosto ci rifila un pacco di pubblicità con il riquadro 5 x 5
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Al che io noto una bella cartina Kompass che, appesa al muro, fa bella mostra di sè, e preciso: no, ma noi intendevamo una tipo quella lì.
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Esercente: AHH !!  Da comprare, intende ? Ma certo che le ho, sono cinque  euro.
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Noi: ….
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A parte che non avevamo mai detto di volerla gratuitamente.. vogliamo parlare della capacità commerciale dell’esercente ? Gliene avrei dati anche dieci, di euri!
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Comunque, partiamo baldanzose per il Rifugio Sparafucile, ove arriviamo con largo anticipo rispetto all’ora di pranzo, avendo evidentemente sottovalutato la nostra baldanza fisica.
Stante che io una bella polenta con lo spezzatino me la mangio molto volentieri anche come merenda di mezza mattina, come del resto faccio anche quotidianamente in ufficio, entro al rifugio con due propositi precisi:
– uscirne con in mano un piatto di polenta fumante, rigorosamente coperta di abbondantissimo sugo di capriolo
– chiedere informazioni al rifugista sulla prosecuzione del nostro viaggio
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Ve lo dico già: fallirò  in entrambi gli scopi.
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Rifugista: la polenta vien pronta alle 12.15, minimo. Si scordi la merenda, cara mia.  E poi … chi è che la obbliga a salire alla Vetta Soverchia ?
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Io: guardi, non mi obbliga nessuno. Semmai potremmo parlare di scelta. Del resto, glielo garantisco, non mi ha obbligato nessuno a venire nemmeno qui, eppure…
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Rifugista: se proprio proprio vuole andar su alla Soverchia, e non ne capisco la ragione, almeno passi dal Vallo del Porco!
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Io: ma se è da dove siamo venute!  Senta, ma perchè non vuole che andiamo alla Soverchia ?  E’ brutto il sentiero ? E’ una vetta non panoramica ?
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Rifugista: non lo so, io alla Sovercha non ci sono mai stato. E’ al di fuori dai sentieri che batto io. Io vado alla Punta del Camoscio Morto, al Lago delle Brugne, e a volte faccio il Sentiero Natura. 45 minuti, tutto in piano. Perchè non avete fatto quello lì?
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Io: …
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ORA: di solito il rifugista è un omone amabile e gentile, che indossa pantaloni di velluto anche ad agosto e camicia di flanella a quadrotti. Egli rifocilla abbondantemente tutti,  indipendentemente dall’orario, ha la polenta pronta H24, e idem dicasi per i condimenti.  Conosce tutti i sentieri a menadito nel raggio di 250 km (li traccia lui), e all’occorrenza fa disegni esplicativi sul tovagliolo, anche se è di stoffa. Se non è troppo occupato arriva addirittura ad accompagnarti per un tratto, portandosi dietro il paiolo e tutto, per non smettere di rimestare la polenta.
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Com’è che il Rifugio Sparafucile è invece gestito da un troll malgarbato e ignorante, che non si spinge a più di 300 metri dal suo rifugio e non ti rifocilla affatto, nonostante il tuo evidente stato di malnutrizione?
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(per fortuna noi, che siamo  escursioniste espertissime e avvezze al problem solving, ci eravamo portate i nostri bravi panini imbottiti, così, per lo meno, non abbiamo sofferto la fame. Io ne avevo tre, tutti porchetta e brie, e non erano niente male)
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Cammina, cammina, cammina, cammina, cammina, cammina.. eccoci alla Vetta Soverchia !  Un sentiero straordinariamente bello, che ci ha portato ad uno  spettacolare punto panoramico, con vista a 360° !  In vetta, dopo aver additato tutte le principali cime dell’arco alpino grazie all’indicatore a forma di rosa dei venti ivi piazzato, socializziamo ancora, questa volta con :
– una famigliola che è salita per un’altra via (se il Troll viene a sapere che ci sono svariate vie di accesso alla Soverchia gli piglia un colpo…)
– la VECCHIA.
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La VECCHIA è una signora anziana, sui settanta (potrebbero essere anche sessanta portati malissimo però) che probabilmente in gioventù è stata la prima donna a salire sul K2 o un altro degli 8.000.
Ci descrive il suo itinerario: praticamente ha fatto più strada lei oggi che io nei miei trekking dal ’97 in poi. Impressionante. Sfoggia una forma fisica ed una competenza che  Messner le spiccia casa.
Messa al corrente dei nostri piani, ossia ridiscendere al parcheggio tramite il Passo del Fedifrago, approva gravemente col capo. Finalmente qualcuno che non ci critica aspramente, perdìo!
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La VECCHIA ci dà la sua benedizione e si avvia. Poi ha un ripensamento,  indietreggia e pronuncia le fatidiche parole : quando arrivate al larice fulminato, dove c’è il cristo crocifisso.. al bivio prendete a destra, mi raccomando. anche se la freccia indica sinistra. Voi dovete andare a DESTRA!
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Dato che è l’unica persona della giornata che ci sembra un minimo affidabile decidiamo di fare come dice lei, la VECCHIA: ecco il larice bruciato, ecco il crocifisso, ecco la freccia a sinistra.
Noi via, a destra.
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CI SIAMO PERSE.
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Teoricamente la discesa avrebbe dovuto prenderci un’ora e mezza… noi ce ne abbiamo messe tipo quattro, prendendo bivi a casaccio (al bivio mettetela uno straccio di segnaletica, santocielo!), tornando sui nostri passi 5-6 volte, guadando torrenti impetuosi, e soprattutto bestemmiando a voce alta in direzione del larice morto ed insultando la VECCHIA con tutti gli epiteti possibili e immaginabili.
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Conclusione
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Se state leggendo questo lungo post è perchè, alla fine, ce l’abbiamo fatta: a un certo punto abbiamo finalmente incrociato un essere umano che dopo averci salutate con un ‘Mrs Barbie, I suppose’ ci ha indicato la via della salvezza,  permettendoci così di rientrare sane e salve alla macchina.
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Ma vorrei pregare gli abitanti della valle, che in essa si fossero riconosciuti, e anche  magari altri escursionisti come me, che fossero incappati nel Rifugista-Troll, di farsi avanti: contattatemi in privato. Vorrei avere, e dare a mia volta, conferma dell’effettivo nome del rifugio, e condividere eventuali altre esperienze nefaste.
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E la VECCHIA ?
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io credo che la VECCHIA non sia mai esistita …
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vecchia
LA VECCHIA!

 

Scuse pretestuose

Amici lettori…scusate.
Vorrei dire che non ho scuse, ma in verità le ho.
Pretestuose, ma le ho.
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Ormai, praticamente, tutti i miei (scarsissimi) post cominciano così, con delle scuse.
Non so se sia arrivato il momento di arrendermi all’evidenza, e cioè che il blog ha fatto il suo tempo, è ora di chiudere e ciao,  oppure di tentare, almeno, di trovare una spiegazione.
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Intanto facciamoci una domanda: perché, illo tempore, è nato il blog ?
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Originariamente concepito per narrare delle mie peripezie di donna-che-viaggia-per-lavoro il contenuto è poi arrivato a lambire la sfera personale e famigliare, creando quell’universo parallelo e immaginario popolato da esseri mitologici tipo la Superzia o il Botanico, che tante soddisfazioni ha dato a e me e tanto divertimento ha procurato a voi…ma l’origine, non si può negare, è quella: io che viaggio.
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E io, da un anno a questa parte, non viaggio più.
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Niente più attese snervanti nelle sale d’attesa dell’aeroporto, nè voli transeuropei su scalcinati aeromobili di compagnie low cost cibandomi prevalentemente di Cheddar Cheese Crakers della boutique on board, niente più serate solitarie in alberghi delle catene più scrause al mondo, niente più trasferimenti su treni più o meno veloci da un posto in culo ai lupi a un altro più ancora in culo ai lupi del precedente.  Niente più cene di gala con delegati elegantissimi in felpe fluorescenti, né deliziose cenette in ristorantini francesi dove pascermi di foie gras e saint – emilion a spese della Termoionofactory… niente di tutto questo, ormai.
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Certo, le serate solitarie le ho ancora: quasi tutte direi.
Però casa mia.
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Ma non è la stessa cosa: intanto, poiché l’impiego alla TDD (Tacchi Dadi & Datteri Inc.) sottrae circa il 75% del mio tempo da lucida e pressoché il 100% delle mie energie che, col passare degli anni, scarseggiano sempre più, oltretutto impegnandomi in incombenze prevalentemente compiuteristiche, il che rende difficilissimo una volta a casa, in tarda sera, riaccedere un’altra volta il portatile.
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Mi prende una specie di repulsione che, se l’assecondassi, mi porterebbe a lanciare lo scalcinato device casalingo lontano lontano nel prato di fronte a casa, totalmente incurante dei nefasti effetti inquinanti dello sconsiderato gesto sull’ambiente.
Peraltro lo stesso sentimento lo provo nel confronti dell’apparecchio telefonico: se squilla a casa l’Infanta corre rapida a rispondere, temendo la gittata a parabola verso la casa dei vicini (spesso sono malcapitati callcenteristi  che entusiasticamente propongono servizi alternativi alle compagnie tradizionali, ai quali l’Infanta urbanamente comunica ‘la padrona non è in casa’, e riattacca)
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In sovrappiù occorre tener conto del fatto che io a forza di volontà non sono messa bene: ricordiamoci che sono quella che a gennaio ha scaricato runtastic per andare a correre, la versione pro, quella a pagamento, e  l’altro ieri la app mi ha fatto una ramanzina che cominciava con ‘un’attività di 7 minuti una volta al trimestre va bene però si può fare di meglio. Perchè non provi…’.
L’ho subito disinstallata nonostante avessi cacciato € 4,99. Per dire.
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Questo spiega perché il proponimento ‘stasera scrivo, a qualunque costo’ normalmente sortisce come effetto me che guardo una replica di Grey’s Anatomy su La7d.
E sottolineo replica, perché in quel caso non devo neanche fare lo sforzo di seguire attentamente la trama.
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Questa la drammatica realtà dei fatti.
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Che faccio ? Rinuncio ? Abbandono ?
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Ci ho pensato, e un’alternativa ci sarebbe: cambiare la destinazione d’uso.
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Eccovi quindi alcune ipotesi di riciclo del blog, del tutto controtendenza, che tengono conto della mia mutata condizione lavorativa.
Conversione di ‘Donne che viaggiano per il mondo’ in :
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1) Carampane single disperate ma non troppo:  indispensabile dispensario di preziosi consigli su come, dove e sopratutto perché  rimorchiare dopo i cinquant’anni, analisi antropologica del contesto, possibilità di scambio di suggerimenti, idee, indirizzi e anche fotografie osé. Recensioni dei social network più all’avanguardia in materia di incontri, indagini approfondite sul perché non funzionino mai.
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oppure
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2) Critica gastronomica della ragion pura: recensioni, sempre e solo negativissime, di ristoranti, trattorie, pub, bistrot e altri locali atti alla somministrazione di cibi e bevande. Critiche motivate, ragionate e competenti, ma a volte anche totalmente gratuite, corredate di fotografie artistiche e non,  sia di piatti che di commensali bizzarri  (che poi, volendo, ci si potrebbe anche agganciare all’idea precedente, a voler ben guardare).  Alternativa possible: 2a) Ristoranti da evitare: praticamente la stessa cosa, ma il rischio di vedere la mia macchina istoriata sulle fiancate con un cacciavite in titanio aumenta considerevolmente
oppure
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3) Donne che si vestono male: praticamente una no-fascion blogger, quindi potremmo dire una Sfascion Blogger. Una raccolta di prolisse quanto inutili dissertazioni su leggins portati solo se sovrappeso, minigonne vertiginose su ginocchia a pallone con la ritenzione idrica, sandali aperti su alluci valghi, righe orizzontali addosso a bombolotte alte m. 1,2, cappelli a tesa non richiesti a matrimoni in municipio.
oppure (last, but not least. Very politically uncorrect)
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4) Donne che figli ne hanno avuti e quindi possono sparare a zero senza ritegno sulle neo mamme che pubblicano foto a sproposito su Facebook e in più educano male la prole, maledetti poppanti malgarbati, senza doversi sentir dire ‘chi non ha figli non capisce’: ecco, questo secondo me potrebbe dare moltissime soddisfazioni e far schizzare i like verso l’alto. O più probabilmente il contrario, chi lo sa. Io per certo mi divertirei un botto. Devo trovare il modo di accorciare il titolo però.
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Cari lettori, ancora una volta mi serve il vostro aiuto ed i vostri preziosi consigli (sapendo in anticipo,ovviamente, che non è detto poi io li segua, beninteso!): quale delle quattro opzioni sarebbe di vostro gradimento ?
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La prima ?
La quarta ?
Un blog misto a rotazione ?
La mia scomparsa ?
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Una ragazza in gamba

(un post un po’ serio, stavolta, per chi avrà la pazienza di leggerselo tutto)

Prendo spunto da questa immagine,

immagine per post (1)

che mi sono ritrovata sulla mia bacheca di Facebook… l’ho vista, e mi sono fermata un momento a meditare:  io, madre snaturata come poche, non ho mai letto una favola all’Infanta piccina.

Però in compenso la casa era sporca da far schifo.

E quindi, mi sono chiesta, cosa ricorderà mai l’Infanta, della sua bambinità?  Per fortuna l’Infanta è oggi un’adulta, e glielo possiamo chiedere:
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LISTA DI RICORDI DELL’INFANTA (da un fedele resoconto stenografico, post conversazione intercorsa)
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(Infanta): di quando ero bambina mi ricordo che :
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– non mi piaceva il tuo sugo di pomodoro, però adesso invece sì
– quando uscivo con la testa dalla Twingo    (che aveva il tettuccio apribile.. all”Infanta piaceva mettersi in piedi e uscire con la testa dall’alto. Mentre la twingo era in marcia.  Sono da denuncia ?) 
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– la canzone dei serpenti    qui ci vorrebbe il file audio… la Canzone dei Serpenti l’avevamo inventata noi, io e suo padre, durante una vacanza credo in Francia. Iniziava così: nella casa dei serpenti sono tutti sorridenti… e finiva che ci scaccolavamo tutti e tre, lanciando la nostra mercanzia a destra e a manca. Sono da denuncia ? 
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– la canzone del bimbo-rana    peggio ancora di quella dei serpenti, inventata pure lei di sana pianta per giustificare un orrendo bambolotto che avevamo in casa, che, tirandogli un cappuccio verde in testa, si trasformava, per l’appunto, in un bambino con la testa da rana. Raccapricciante.  Però la cantiamo con piacere ancora adesso. Il bambolotto che fine abbia fatto non si sa, forse ce l’ha preso Dario Argento.  
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– l’astronave     si faceva così: si prendevano i due divani di casa e, rivoluzionando l’arredo domestico, si attaccavano per il lato dei cuscini sul davanti. Si veniva così a creare una comodissima ed ampia piattaforma protetta dalle spalliere, in cui giocare all’astronave, appunto. Ci giocavo volentieri pure io.  Vi dirò: ci giocherei ancora, ma ho venduto i divani al Botanico.
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– quando giocavo a Cats e mi mettevi l’eyeliner       l’Infanta ha sempre nutrito, fin dalla nascita, e nutre tutt’ora, una sfrenata passione per Andrew Lloyd Webber. Che io alimentavo bellamente, pitturandole la faccia a mò di gatto (Memoryyyyy all alone in the moooooooonlight). Con risultati ancora più mostruosi del bimbo rana.
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i costumi di Carnevale / Halloween     che confezionavo io personalmente all’ultimissimo momento,  con mezzi di fortuna, tipo cucitrice,  biadesivo e spille da balia, riciclando stracci del pavimento (sporchi), asciugamani (sporchi)  e miei vestiti smessi e non. Sorprendentemente con risultati straordinari: l’Infanta è stato uno strepitoso pirata, invidiatissima da tutte le principesse col vestitaccio rosa di terital del supermercato, ed un mirabolante Gatto con gli stivali, con mantello lungo fino ai piedi (mio) solo per citarne due dei più riusciti.
il panino col tonno a colazione   l’Infanta non è mai stata troppo convenzionale. Ghiotta di sushi già dalla prima infanzia (l’ho svezzata col Nipiol Uramaki) prima di andare all’asilo amava cominciare la giornata con un bel panino col tonno riomare. E non disdegnava neanche il risotto riscaldato, se ne era rimasto. Son da denuncia ?
quando mi mettevi davanti alla TV con le cuffie … questo perchè c’erano amici adulti a cena. L’Infanta si godeva i suoi programmi preferiti, e noi eravamo liberi di dire sconcezze a voce alta. Da ricordare il memorabile episodio dei pizzoccheri, citato qui
– la tessera della biblioteca, e il libro sull’Italia    a soli  4 o 5 anni l’Infanta è stata iscritta alla biblioteca comunale, che le ha rilasciato una regolare tessera. Il primo libro che ha letto  parlava di uno stivale che, cadendo in acqua, diventava grande, grande, sempre più grande. Ed alla fine era l’Italia. L’Infanta se lo ricorda ancora. Del resto, l’Infanta era quella che per i suoi 4 anni chiese in regalo ‘un comodino, una lampada e un libro da leggere a letto senza figure’… 
..
E ci fermiamo qui, ma ce ne sarebbero altri, perché poi l’intervista all’Infanta è andata avanti per una mezz’ora… e spero che voi,  che l’Infanta l’avete conosciuta non proprio bimbetta ma quasi, abbiate apprezzato il momento Amarcord.
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Oggi l’Infanta bimbetta non c’è più, è diventata grande: da settembre può votare, ed eventualmente guidare mezzi atti al trasporto di cose e persone, poichè ha compiuto 18 anni.
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Nella sua lista dei ricordi mancherebbe ‘quando ero alta così ed ho deciso di suonare l’arpa’  e manca perché questo è un ricordo mio, non suo: risale a quando aveva poco più di tre anni, e da allora ne sono passati 15  … e il bello è che l’aveva deciso davvero, tant’è che domani l’Infanta si diploma al Conservatorio, e diventa una Musicista.
Lo è già, a dirla tutta, ma domani diventa ufficiale.
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Formalmente è un Diploma di Laurea, ed è tutto molto bizzarro perché l’Infanta, che è sempre stata un po’ fuori dal coro, di fatto si laurea prima ancora di aver fatto la maturità.
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Io devo impormi di non pensarci troppo, perché quando ci penso piango: piango pensando a quanto è stata, ed è, in gamba, piango pensando che la aspetta un destino radioso ma che la porterà chissà dove, certamente lontano lontano da me, piango anche un po’ d’invidia, perche io non sono mai stata brava e determinata quanto lei nel perseguire un obiettivo con costanza e disciplina, piango perché vorrei fosse ancora una bimbetta così da poterle leggere le favole che non le ho letto, piango perché non so cosa ho fatto per meritarmi una figlia così straordinaria, però ce l’ho, e tant’è.
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Questo post è per te, Infanta mia adorata.
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Perché non so come altro dirti quanto sia orgogliosa di te e felice per te, che avrai la possibilità di fare, nella vita, ciò che più ti piace e che ti riesce tanto bene.
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Avevo anche pensato, da domani, di cambiarti il nome sul blog, e di rinominarti tipo ‘La Strumentista’ o comunque qualcosa di più consono al tuo nuovo status: ma non si può.
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Non si può perché per me (e forse anche per tutti voi) tu sarai sempre e solo
la Mia Infanta.
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La tua Mater

 

San Valentino: ortaggi, amore e partite di calcio

Il CC (Cognato Contadino) viene fuggevolmente citato in questo blog di quando in quando, quasi sempre quale spalla delle nefandezze perpetrate ai suoi danni dalla temibile Superzia.  Occorre però precisare che egli è un personaggio straordinario, che meriterebbe un blog tutto suo, tanto ci sarebbe da dire sulla sua persona… per cominciare, ricordiamoci che ha sposato la Superzia, di sua spontanea volontà,  senza che nessuno l’abbia obbligato con pistole puntate alla tempia né con altri mezzi coercitivi che noi, giustamente, potremmo immaginare.  Il che significa che son trent’anni e passa che il povero tapino si ciba unicamente di vivande privi di sale, grassi, condimenti o di altri insaporitori che le renderebbero un po’ più appetitose di quel che sono;  ce lo aspetteremmo quindi magrolino e striminzito,  oppure sottile e ascetico, con un fisico da maratoneta.. . invece no, il Cognato Contadino ci spiazza e ci sorprende,  presentandosi piacevolmente rotondetto. Si vede che ha un metabolismo che trasforma in 1 chilogrammo di grasso corporeo ogni 0,001 grammi di burro (rigorosamente light)  che usa la Superzia a tavola, altrimenti il fatto non si spiega.

Gentile e garbato, sempre calmo, dotato oltremisura di pazienza e tolleranza, in quantità tali da controbilanciare la scoppiettante energica iperattività della di lui consorte (consorte che qualsiasi altro essere umano, ma forse anche alieno, avrebbe defenestrato da svariati lustri), deve  il suo nick name ad una innata propensione alla coltivazione di tuberi, cucurbitacee, legumi, frutti e molti altri vegetali, purchè commestibili, che destina al consumo quotidiano  sul desco famigliare.

A mio modesto avviso, è stata proprio questa passione per  l’ortaggio (giardino -> giardinaggio, orto –> ortaggio) a garantirgli una sopravvivenza gastronomicamente dignitosa in questi trenta e rotti anni anni di matrimonio superziesco.

Passione alla quale, peraltro, ha potuto, negli ultimi anni, dedicarsi quasi a tempo pieno, essendosi egli affrancato dalla schiavitù del lavoro dipendente in  (relativamente) giovane età: anziché svagarsi con l’osservazione quotidiana di scavi stradali e cantieri edili, egli preferisci dedicarsi alla piantumazione di sedani e carote e/o altre verzure saporite.

Per completezza di informazione vi informo che  il ‘quasi’ di cui sopra si deve al fatto che il Cognato Contadino è altresì impegnato, da quando gode dello status di pensionato diversamente anziano,  alla cura e detersione della magione famigliare, che tiene linda  e lustra come uno specchio. Anche perchè la Superzia, che invece sgobba ancora 40 ore la settimana, rientra in orario serotino, indossa un paio di guanti immacolati e controlla scrupolosamente la presenza o meno di polvere sulla mobilia.

E NON sto scherzando. 

Bene. Questo era per farvelo conoscere un po’ meglio.

IL FATTO

Un paio di settimane orsono si è tenuto un grandioso ed elitario festeggiamento in occasione del genetliaco del Cognato Contadino: egli è stato correttamente omaggiato di doni tanto graditi quanto inutili, come si conviene in questi casi. L’ultima a consegnare il dono è stata, ovviamente, la Superzia.

Con fare misterioso, ammiccando ai presenti con sguardo allusivo che significava chiaramente ‘adesso vedete, che sorpresona!’  gli ha allungato un’elegante pergamena cilindrica, fiocco-dotata, la quale, una volta srotolata, ha rivelato al suo interno una veduta panoramica della città di Torino, con in primissimo piano lo Stadio delle Alpi.

Il Cognato Contadino, da sempre calciomane e sfegatatissimo tifoso juventino, era fuori di sè dalla gioia.

‘LA PARTITA DELLA JUVEEEEE’  ha urlato in stato di sovraeccitazione. Non l’avevamo mai visto così!

‘SIIIIIIIIIIII  – ha confermato orgogliosa la Superzia tra gli applausi degli astanti, fischi di approvazione e lanci di coriandoli sul popolo in festa – … FORSE‘    ha poi concluso dopo una trentina di secondi.

GELO IN CASA E NEL QUARTIERE.

‘Come forse ?’ ha sibilato il malcapitato festeggiato, già temendo il peggio

‘Se trovo i biglietti’ ha ribadito la disgraziata, senza batter ciglio

GELISSIMO.

Improvvisamente l’Antartide: cani da slitta, pinguini, aurore boreali, stazioni di ricerca all’orizzonte.

TUTTI I PRESENTI MUTI, SGUARDO A PING PONG COGNATO CONTADINO SUPERZIA

‘Perchè, non li hai ancora presi ?’ ha sibilato il poveruomo, occhi a fessura ma chiaramente iniettati di sangue

‘Forse me li trova la Martina – ha ribattuto tranquilla la sciagurata consorte, brandendo la paletta (di plastica) per i dolci – cià, mangiamo la torta ?’

‘Magari dopo. Vado a comprare le sigarette’  ha ringhiato, tirandosi dietro la porta, il  Cognato Contadino. Che NON fuma.

MESTO FINALE

La partita Juve Napoli ha avuto luogo a Torino ieri sera: lo stadio delle Alpi era pieno, circa 42.000 posti. Ma secondo voi.. da dove se l’è vista il Cognato Contadino ?

Esatto. Dal divano di casa sua.

E pensare che non l’ha neanche ammazzata!   Se non è amore questo…

Ecco qua: buon San Valentino, Superzia & Cognato Contadino !!

Buon San Valentino a voi due, fulgidi esempi di imperituro amore, e anche a tutti quelli che proprio come voi, nonostante tutto, riescono ad essere capaci di amarsi.

Sempre e comunque.

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san

 

Un Natale straordinario!

Natale dalla Superzia:  sono già in trattativa coi  Vanzina per farne il cinepanettone 2016! Uno schianto!

I numeri del Natale 2015:

0:  (zero)   manufatti  di polipropilene, cartone o  plastica che facevano  bello foggio di sé sulla tavola. Non l’avrebbe detto nessuno, i bookmaker davano 1 a 100 l’utilizzo del servizio di porcellana. E invece…

36:  i pezzi del mitico servizio buono Vecchio Ginori, acquistato da una giovine previdente Superzia già qualche anno prima della sue nozze: rimosso la mattina stessa dalla sua  brava confezione originale, con  lo scontrino ancora attaccato (è costato la bellezza di 630.000 mila lire. Valutazione attuale: 85 euro), è stato usato ieri, per la prima volta in 35 anni, ed è uscito indenne dall’esperienza, non avendo sbeccato neanche un piattino da frutta!

12: i raffinatissimi calici di cristallo di Boemia. Peccato solo per l’etichetta blu, originale anche quella, ancora appiccicata alla base dello stelo, a certificazione dell’autenticità della provenienza dei medesimi (Karlovy Vary, 1983.All’epoca era ancora  Cecoslovacchia). Anche per loro, finalmente, il battesimo del prosecco. Uno però non ce l’ha fatta.. è perito nel primo giro di lavastoviglie. Quindi

11: i calici superstiti

145:  il livello di Decibel raggiunti, più o meno tra il martello pneumatico (120) e il jet in decollo (150), prodotti dai commensali, di cui nessuno in grado di esprimersi ad una tonalità normale (anche perché 3 erano decisamente sordi causa età avanzata), né capace di parlare uno alla volta. Risultato: alla fine del pasto i decisamente sordi  erano diventati 7, salvandosi solo i più giovani e forti del gruppo. Darwin non era mica un cretino!

1500: grammi di panettone consumati, con la Superzia che a un certo punto  urla ‘qualcuno vuole ancora una fettina di culo?’  (perché il panettone, lei, lo porziona  tipo salame, in fette tonde partendo dalla cupola. Alla fine resta solo la base del tradizionale dolce natalizio… il culo, appunto)

244,06 u: il peso atomico del Plutonio, ma anche dell’ottimo liquore al cioccolato degustato per  digestivo e prodotto da me medesima nelle settimane precedenti le festività.  Buono eh, ma riuscito un po’ troppo solido, tant’è che per estrarlo dalla bottiglia abbiamo dovuto spaccarla e cavarlo fuori con il  cucchiaio.

80°: la gradazione alcolica del liquore di cui al punto precedente.  Sarà stato quello.. o forse il troppo burro nella besciamella (si, fatta dalla Superzia. Ha usato il burro.. adesso capite perché questo clima anomalo che va avanti da settimane? E’ la fine del mondo che si avvicina, sappiatelo!) và a sapere… fatto sta che il Cognato Contadino, consorte della Superzia)  normalmente contraddistinto da un’indole pacifica e mansueta (dote grazie alla quale il matrimonio della Superzia perdura da oltre 3 decenni.. qualsiasi altro essere umano l’avrebbe defenestrata da quel dì) si è trasformato, nel corso del tradizionale (**) partitone di Briscola in 5, in Mr Hyde,  un essere  mostruoso schiumante di rabbia, dalla furia devastatrice di proporzioni inaudite.

Le conoscete  le regole della briscola in  5? No?  Bè, ve le spiego io, funziona così: siete in 5, state giocando a carte, e quando sbagliate a giocare una carta il Cognato Contadino si allunga sul tavolo e vi sibila: ‘mi hai deluso per l’ultima volta’, vi prende la gola con la mano e vi ammazza,  esattamente come Darth Vader quando strozza da remoto l’ammiraglio Kendal Ozzel. Ecco.

20:  i centimetri che la Superzia ha cercato disperatamente di guadagnare in tutte le foto-ricordo, allorquando , prima dello scatto, correva a mettersi in ginocchio sulla sedia al mio fianco, per apparire alta quanto me. Senza riuscirci.

Ed infine:

I 10 commensali, così ripartiti:

  • 3 sordi causa età avanzata
  • 2 legate da vincoli di sorellanza
  • 2 mariti ancora in corso di validità
  • 2 mogli
  • 2 ex coniugi
  • 1 fidanzato-convivente
  • 1 cognato
  • 1 ex cognato
  • 1 cognata
  • 4 figlie
  • 1 figlio
  • 3 nonni
  • 2 cugine
  • 3 zii
  • 2 nipoti

NO, non dovete fare la somma. E’ il  Gioco delle Feste 2015… CHI E’ CHI ??

 

(**)  Ricollegandomi al post precedente.. non avevamo mai giocato a briscola prima di quest’anno. Questa sì, che  diventerà  una tradizione: non mi sono mai divertita tanto! Certo, bisogna evitare a tutti i costi che il Cognato Contadino si compri una spada laser…