La sindrome premestruale non esiste

E’ da tanto che volevo scrivere sull’argomento, ma una sorta di atavico pudore mi ha sempre trattenuto dal farlo. Ma adesso questo post qui dell’Enrica Tesio, che pure stimo ed ammiro, mi ha dato la stura, ed in particolare l’affermazione ‘una donna tende a non dominare il proprio ciclo’.

Bè, mi spiace, ma mi dissocio fermamente: io non tendo a non dominare il mio ciclo, semmai il contrario.  Mi rifiuto che sia lui a dominare me, sono io che voglio dominare lui, semmai.

Soprattutto rifiuto l’idea che una cosa così insita nel mio essere donna possa trasformarmi per un tot di giorni al mese in una orrenda megera e in una povera mentecatta che non è in grado di rispondere delle sue azioni: proprio non ci sto, e mi secca parecchio che invece tante donne ci sguazzino, in questa idea.(sarà che io tendenzialmente sono acida e piuttosto aggressiva 365 giorni l’anno, quindi probabilmente non mi accorgo della differenza)

Però… è mai possibile che non capiate che finchè noi per prime affermeremo ‘lasciami stare, ho le mie cose’ (che poi, ma quali cose ? ma chiamatele mestruazioni, santo iddio! Io non ho il marchese, non ho le mie cose, non ho le rosse, e soprattutto non sono indisposta. Al massimo, se devo usare un eufemismo, dico ‘bandiera del giappone’ o ‘ciclotrone’, ma solo perché mi fanno molto ridere)  staremo legittimando tutti i maschi del pianeta a fare altrettanto? E tutte le volte che noi, per motivi validissimi, saremo incazzate e alzeremo la voce ci toccherà sentirci dire ‘uè, ma cos’è? Hai le tue cose’ e non potremo dire ba.

E anche se diremo ‘no, guarda, il motivo è questo e quest’altro’ il maschio di fronte a noi penserà ‘seeee… vabbè. La solita isterica’.

Tanto valeva fermarci al medioevo o giù di lì, quando non ci facevano entrare nella sinagoga, non ci si poteva lavare i capelli e men che meno toccare le piante, che poi morivano.

Possibile che non capiate che la parità ce la possiamo scordare,  se continuiamo, sempre noi per prime, a gloriarci della nostra condizione di povere vittime sfortunate di un qualcosa che peraltro ci tocca ogni sacrosanto mese che dio manda in terra ?

Io poi sono cresciuta con l’imprinting della pubblicità della Nuvenia, quella dove delle paracadutiste mestruate si lanciavano giulive giù dall’aeroplano con l’assorbente con le ali: ecco, io il mio ciclo lo voglio dominare proprio in quella maniera  lì: ce l’ho, me lo tengo, e faccio quello che faccio sempre, ne più ne meno.

Vado in piscina, faccio un trekking in montagna, mi imbarco su un treno notturno in Vietnam in terza classe (questa in verità era l’Infanta. Talis mater, talis filia).

Vi sentite incazzate e volete mandare affanculo tutti ? Molto bene, tenetevelo per voi e fingete. Sforzatevi di essere diverse, esattamente come fate quando il ciclo non l’avete e qualcuno vi irrita a dismisura ma, per educazione, contesto e civiltà, vi comportate comunque con garbo e cortesia, e non lo mandate affanculo, non ringhiate e non gli urlate contro. E’ così difficile ? Perché è la stessa cosa, credetemi.

Vi guardate allo specchio e vi vedete orrende ? Andate giù con un po’ più di trucco, come faccio io che mi vedo orrenda un giorno sì e uno no.

Avete i crampi ? Prendete un analgesico e fatela finita con le vostre lagne, che non interessano a nessuno, men che meno al vostro collega maschio che, purtroppo, se fa più carriera di voi è anche per quello (certo che finchè la pubblicità dell’analgesico fa vedere esattamente la megera di cui si parlava all’inizio, con tanto di ruggito fuori campo ne abbiamo di strada da fare, per raggiungere la parità).

Eh lo so, sono stata dura e probabilmente troppo aggressiva, me ne rendo conto. Sarebbe peraltro facile giustificarmi con un bel ‘cosa ci volete fare… sono in quei giorni’.

Ma invece no. O forse si. Chi lo sa.

Sarà bello il giorno in cui questo non farà la differenza. Ma, purtroppo, non è oggi.

Non ancora. E la colpa, mannaggia,  è anche nostra.

 

E per chi non sapesse di cosa sto parlando ecco qua! Cliccare per credere !

Tupperman

Siete disoccupati ? Siete maschi ? Siete single ?  Se avete risposto ‘si’ almeno alle prime due potete continuare a leggere. Qui vi si spiega come fare i big money e, al tempo stesso, come circondarvi di fig  leggiadre ed avvenenti  signorine di bell’aspetto senza sforzo alcuno.

Siete curiosi, eh? Bè, ve lo dico subito, senza tanti preamboli: diventate presentatori Tupperware ! Lo dico con cognizione di causa, avendo io stessa partecipato l’altra sera, per la prima volta in vita mia, ad una riunione della celeberrima azienda produttrice di contenitori vari in materiale plastico. Anzi, ad un Party, come lo chiamano loro.

E’ d’uopo precisare che io già possiedo dai 500 ai 600 contenitori in plastica e/o altri materiali per la conservazione di alimenti, di tutte le forme, misure e dimensioni. C’è da dire che la lavastoviglie, la pattumiera e la mia dabbenaggine si sono ingoiate più o meno il 55% dei tappi, sicchè  oltre la metà di detti contenitori risulta inutilizzabile. Ne rimangono comunque almeno un 250 buoni, sicchè vi domanderete: allora perché ci sei andata ?

Bè, innanzitutto perché i numeri di cui sopra denunciano palesemente una patologia degna di Real Time: mi piacciono, i contenitori. Quasi più delle scarpe col tacco. Quindi ne compro ad ogni piè sospinto, poi perdo il coperchio e mi auto-giustifico ad effettuare il successivo acquisto di un nuovo set di esemplari di colore fluo, poi un coperchio sparisce, quindi alè, nuovo set in tinta pastello. E così via.  (conservo anche i contenitori di plastica della ricotta. Ho detto tutto)

Lo stipo ove sono riposti, ovviamente alla rinfusa, e altrettanto ovviamente sul ripiano più alto, può essere aperto in serenità solo indossando un casco integrale da moto, pena ricavarne ecchimosi, contusioni, nonché un probabile trauma cranico con commozione cerebrale in caso di caduta rovinosa dei contenitori in vetro da 2 l. cadauno.  Nel ho 6,  di cui 2 soli dotati di coperchio.

Oltre alla motivazione psichiatrica c’è anche una ragione umana (sulla quale, peraltro, si basa tutto il concetto di marketing di Tupperware): mi ha invitata un’amica.  Come rifiutare ?  E poi, metti che ci trovi proprio quella ciotolona che cerco da tanto tempo con diametro 33,7 cm  in color pervinca.  Ci vado!

E qui torniamo all’incipit (maschi, attenti! ): presenti una decina (10. Uno-zero) di femmine, di età variabile, ma tutte discretamente figh graziose. E poi ovviamente c’è lei, la Signora Venditrice Tupperware, che conduce il Party e ci illustra con maestria e professionalità i millemila usi dei prodotti che ha previamente sciorinato in bellavista sul tavolo del soggiorno della mia amica F. Ci produce anche, ipso facto, degli gnocchi (però lei insiste a dire ‘dei gnocchi’. Si vede che sono invecchiata, perché non la correggo neanche 1 volta).

Io, fortunella come nessun’altra, vinco subito il giochino-presentazione e mi accaparro a costo zero un bel contenitore a forma di mela. Sono FELICE!

La serata prosegue lietamente, malgrado la tecnica di vendita della tipa sia basata un po’ troppo su un’idea di donna che non mi rappresenta: insiste nel dire che ‘dobbiamo preparare un bel pranzetto al maritino che rientra dal lavoro’  (ma quale maritino, che io sono single??! E quand’anche ce lo avessi… ma che si ordinasse pure una pizza và, che io mi sto rifacendo le unghie. Per me prosciutto e funghi, grazie), che ‘magari lavoriamo, e allora abbiamo poco tempo per le pulizie, e si sa che i nostri mariti e i nostri figli a quelle cose lì non ci pensano’ e propone la linea di strofinacci ad hoc (ancora ?? ma quali mariti? E soprattutto: manco io, ci penso, alle pulizie. Manco per sbaglio, guardi, preferisco bere un martini che fare la polvere) e via così. Io mi guardo intorno e per un attimo mi vedo attorniata da 10 Bree Van De Kamp tutte con dei tubini a colori pastello, con il filo di perle al collo e i capelli cotonati. Io mi sbircio allo specchio: indosso un vestito giallo paglierino con la gonna a corolla. La pettinatura è quella delle figurine Miralanza. Poi, per fortuna,  l’allucinazione svanisce, e torno alla realtà grazie alla tipa che mi incalza: ‘allora cara Barbie, non compriamo proprio niente ?? Neanche lo strofinaccio magico per i vetri, che tanta noia ci danno quando son da pulire ?’ Noia a chi ?? a me no di sicuro. Faccio finta che siano acidati, guardi.

E quindi no, non ho comprato niente. Sono stata l’unica, le altre 9 hanno tutte acquistato i mirabolanti prodotti.  Io però avevo già la mia mela per riporre in frigo la mezza cipolla tagliata, quindi a posto così. E sapevo benissimo di contravvenire alla regola aurea sulla quale si basa tutta l’azienda: nessuna amica può essere così STRONZA da non comprare neanche un contenitorino piccolo piccolo, di quelli dove conservi il mezzo tuorlo avanzato dalla torta margherita (fatta per darla a merenda ai cari piccini, che mica vorremo dargli i kinder, nevvero?).

Bè, si vede che non conoscevano me.

Amica, perdonami!!

Ma torniamo all’incipit: io mi domando e dico.. ma se una roba così funziona diciamo su una scala da 1 a 10 a livello 5-7 a seconda della presentatrice… quanto potrebbe funzionare se invece ci fosse un PRESENTATORE ?

MASCHIO. Con la canottiera a coste e i muscolazzi.

Oppure in giacca e cravatta, a seconda del tipo. O con la tuta da meccanico. O magari con un bell’outfit trendy, da milanese alla moda. O un bell’hipsterone, coi tatuaggi e la barba.

Che magari, invece di sapere tutto, fa u po’ la parte di quello che sì, presenta le cose ma alla fine non ne sa poi così tanto e quindi ‘care signore, voi cosa ne dite? E giù discussioni, consigli, ricette… secondo voi, cari i miei HR della Tupperware… quanto potrebbe funzionare ? io dico UN BEL PO’.  E vi dirò: mi stupisco che non ci abbiate ancora pensato!

E pensate:  se portasse anche qualche suo amico, magari single… , cosa ne verrebbe fuori? Io dico che in quel caso lì SI, che si parlerebbe di party.  ‘… ma come già finito, ma se sono solo le tre di notte ?? Allora prendo questo, questo e questo.. anche la brocca da sangria, che adesso arriva l’estate, vedesse che bei bikini che ho…lei in che piscina va? E magari anche il set da lasagne in policarbonato, quello da 26 porzioni. Massssì, lo compro ne ho già tre ma in color salmone mi manca. E la prossima riunione la facciamo a casa mia! No, mia! No mia  !!  (e giù le Bree Van De Kamp a darsi sganassoni per accaparrarsi la presenza del maschio Tupperware).

Io lo dico ufficialmente: casa mia, in caso di maschio Tupperware, è apertissima, siete i benvenuti! E state certi che, nel caso, non esiterei a rinnovare senza indugio il 100% del mio parco barattoli.  Compresi quelli senza coperchio.

 

Siete disoccupati ? Siete maschi ? Siete single ?

Se avete risposto sì, almeno alle prime due, prenotate il Ferrari e scrivete alla Tupperware.

(se invece avete risposto si solo alla terza scrivete solo a me. In privato però)

 

Brillante esempio di uomo Tupperware.

Praticamente un Tupperman!

La paura del domani

No, non del futuro. Non dell’invecchiamento, la signora con la falce in mano che si avvicina, la visione dei fiori sulla tomba e quelle cose lì.

Proprio  il TERRORE della giornata di domani;  14 di febbraio, il maledetto San-bastardo-Valentino.

Ora, è già da almeno un paio di settimane che, a noi single, ci sfrancicano i maroni con le peggio pubblicità mai viste sullo schermo. Passi le coppie petalose che cenano giulive in ristoranti shabby chich (a menu fisso pensato per la giornata, sicuro come l’oro. Anzi,come loro), ma i due sfigati che festeggiano con la pizza Ristorante della Cameo ?  O peggio ancora la Vodafone, che mi bombarda di messaggi subliminali e non, di frasi allusive, di strizzatine d’occhio che lasciano intendere che mi omaggiano di una notte di passione con Derek Sheperd, che mi fa un check up completo dalla punta dei piedi alla punta dei capelli passando per il centro e invece poi salta fuori che il regalone del secolo sono 2 giga per tuuuuuuutta la giornata del 14 ?

Ammazza, deh!  Generorissssssssssimi, proprio. Dei benefattori dell’umanità (che poi io avrei pure la flat aziendale, quindi quei 2 giga lì  di merda proprio mi fanno un baffo).

Ma il top è questa roba qui: i baci perugina con le frasi della Pausini. Che mi sta simpaticissima, per carità.  Ma le frasi sui  baci ?? Ma che mutuo avrà mai da pagare, da dover tirar su il soldo anche con ‘sta roba ?

Va bè. Mi direte che parlo per invidia, perché non c’è uno straccio di uomo che mi si piglia.

Vero, non c’è. Lo vorrei ?  SI!

O No? Non lo so.

Non lo so perché:

  • perchè mi ricordo di alcuni sbattimenti megagalattici  (che al momento non mi sembravano tali, eh) tipo uscire dall’ufficio alle 18, precipitarmi in stazione, cambiarmi nei bagni della stazione, facendo due parole coi tossici, ritruccarmi tipo Kim Kardashian, saltare su un treno pendolari per arrivare in orario serotino all’appuntamento galante apparentemente bella come il sole e fresca come una rosa (almeno a me sembrava… probabilmente ero comunque abbastanza racchia). Adesso come adesso non lo farei neanche se ad aspettarmi ci fosse il già citato Patrick Dempsey. Forse – ma forse – lo farei per Cristoph Waltz, l’uomo più sexi del globo terraqueo, meglio se vestito da Doc Schultz in Django. Ma non credo lui sia disponibile, quindi ciao.
  • perchè mi ricordo dei milioni di euri spesi per scarpe tacco 12 e  completini intimi supersexi che spesso venivano bellamente ignorati, nonchè delle ore passate a sceglierli .. quanto tempo sprecato! (uhmmm meglio questo grigio ghiaccio o quest’altro grigio perla ? li prendo entrambi grazie… poi mettevo le mutande di uno col reggiseno dell’altro perchè erano indistinguibili. E dulcis in fundo il soggetto interessato commentava ‘bello ‘sto completino azzurro. Ho detto tutto)
  • ma soprattutto perché ultimamente incappo spesso in storie di donne di una certa età che fanno cose straordinarie, tipo questa Elisa Forti, che a ottantadue anni fa le corse in montagna e si diverte un bel po’. Oppure di quell’altra ottantenne russa che se ne gira per il mondo da sola, e anche lei non se la passa male. E come loro chissà quante altre.

Ecco, io queste donne non riesco a immaginarmele  in una relazione, nella mia testa scalare le Ande e dormire male perché c’è uno di fianco che russa sono due cose inconciliabili.

Soprattutto non riesco a immaginare ME.

E siccome io quest’anno scavallo il mezzosecolo, e gli ottanta sono ormai più vicini dei venti, io avrei deciso che voglio diventare così, voglio immaginare il mio futuro così, in giro per il mondo, correndo sulle Ande, in direzione ostinata e contraria, a dispetto della mia caviglia fratturata, o a spasso, io incontinente,  per i 5 continenti.

Senza vincoli, senza compromessi, senza legami (salute permettendo).

Quindi no, non è paura del domani.

Ma di domani… mannaggia, di domani sì!

(p.s. se domani si presenta Christoph Waltz con un mazzo di rose chiaramente ritratto tutto)

 

Se stavi a casa tua…

Mi sono rotta una caviglia.

Bon, ve l’ho detto. Così non ci penso più.
E’ una seccatura colossale: 1 mese di stivale di gesso, praticamente come avere su uno scarpone da sci della Nordica, fisso.
Sarà bello, tra un mese, quando lo toglierò, poter affermare  ‘ho perso 4 chili’.
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(ma dico, siamo nel 2017 e nessuno ha ancora inventato una roba tipo gesso ma leggera che ti blocchi l’arto ma non pesi come il plutonio ? Ma il progresso dov’è?? E già che ci siete vedete di brevettare anche le stampelle che stanno su da sole e non scivolano giù quando le appoggi in giro per casa, và) 
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C’è da dire che io, quando combino delle minchiate, lo faccio in grande stile: poiché l’incidente è avvenuto su un sentiero ligure molto panoramico ma difficilmente raggiungibile con mezzi di superficie,  va da sè che il recupero della  salm sventurata escursionista abbia avuto luogo con gran dispiego di velivoli a pale rotanti, verricelli di carico e personale di soccorso qualificato (trad: l’elicottero mi ha tirata su col cavo, imbragata come un salame di Varzi).
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E’ sempre interessante rilevare la quantità di laureati in medicina e specializzati nelle più svariate branche della materia già (e soprattutto)  FUORI dal pronto soccorso, in sala d’attesa: intorno a me era tutto un fiorire di specialisti in ortopedia che sentenziavano con ostentata sicumera ‘ma no, guardi che non è rotta! non è gonfia, vede ? se fosse rotta sarebbe gonfia come un pallone. E poi non è nera, quindi al massimo è una slogatura.         E’ capitato anche a mio cugino – vicino di casa – fratello – nuora – genero – collega – conoscente occasionale – ex fidanzato – gatto – nonno     proprio ma proprio  su quel sentiero lì, molto probabilmente nel punto  preciso dove è caduta anche lei e dopo tre giorni saltavano come dei grilli. Stia tranquilla, dia retta a me: vedrà che non è niente.
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(dopo la visita: frattura scomposta del malleolo peroneale. Chi glielo dice, adesso, ai 10-12 luminari tutti concordi sulla diagnosi leggera slogatura ??)
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L’altra cosa interessante è la domanda delle domande: ma come hai fatto ?
Risposta: sono scivolata e sono caduta.
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Si, ma COME ?
Ma in che senso, come ?? Prima ero in piedi e un secondo dopo ero sdraiata di lato su un cespuglio che ha evitato che ruzzolassi giù nella scarpata e quando tentavo di mettere giù il piede sinistro perdevo conoscenza.
Il come è abbastanza difficile da definire. E soprattutto: una volta che vi ho detto ‘come’ a voi cosa cambia ??
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Va bè.
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Altra domandona: ce li avevi gli scarponi ?
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Ma nooo, certo che no. Avevo le pantofole a forma di orso col naso che si illumina.           O forse le infradito, adesso non ricordo…
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Ecco, la cosa che più mi scoccia è di fare, potenzialmente, la figura della sprovveduta. Tipo quelli che vanno a fare la traversata del ghiacciaio del monte bianco con le Superga e poi il giornale locale titola ‘geometra inesperto cade nel crepaccio’.
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Il peggio del peggio poi son quelli che dicono ‘eh, anche tu… se stavi a casa tua, anzichè andare a fare l’escursione, non ti succedeva niente’. A parte che, prima di tutto,  si dice ‘se fossi rimasta a casa tua non ti sarebbe successo niente’ … secondariamente secondo questo bel ragionamento uno cosa dovrebbe fare ? Vivere all’insegna della prevenzione estrema ? Facciamo che mi faccio mangiare direttamente dal divano, così non corro rischio alcuno  ?
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Va bè, insomma, per sintetizzare: sì, avevo gli scarponi (non primo prezzo decathlon). No, non lo so come  ho fatto, ma  sono caduta e mi sono scassata il malleolo.
Sì, mi ha recuperato l’elicottero, con a bordo i soccorritori più fighi che io abbia mai visto…ovviamente nessuno di loro mi ha chiesto il numero di telefono…
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Va bè, pace.
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Tanto comunque per almeno un mese non posso uscire di casa a bere prosecchi  o altri alcolici….

 

I racconti della montagna

Mi domando: ma gli svizzeri, in generale, sono bipolari ??
(Sottotitolo alternativo:  ammazza quanto siete malgarbati ! Invece no ! Invece si ! Invece no! Invece si! Invece no!)
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Se pensavo che i valligiani più malgarbati ed infingardi dell’intero arco alpino risiedessero in questa valle qui era solo perchè non ero mai stata in Svizzera.
(O almeno così ho pensato in un primo momento. Poi ho cambiato idea. Poi si. Poi no. Poi si. Poi no. Poi si. Poi no.)
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Dopo l’esperienza extra sensoriale nel camper di plastica uso hotel che costa come l’Imperial Suite dell’Hilton, quella dove di solito alloggia la Paris, per intenderci (di cui al post precedente) ho pensato di trattenermi un poco tra le montagne più belle del mondo in direzione ostinata e contraria ai prezzi ivi praticati.
Tento la sosta con pernotto in una valle ME-RA-VI-GLIO-SA  ma complice probabilmente il tempo eccezionalmente buono la trovo in overbooking.
O meglio: deduco che sia in overbooking, perchè NON esiste una proloco o un ufficio informazioni. Mi fermo a chiedere al panettiere, e mi si dice ‘alles besetz’ il che significa che non c’è una stanza neanche a pagarla. Anzi in verità, a pagarla, una ci sarebbe: trattasi di una singola  2,5 x 2  sopra una pizzeria arredata con gli scarti della cameretta della mia amica Silvia C.. di quando aveva 12 anni (Silvia: se mi leggi tanti cari saluti).
Ovviamente costa più del camper .. cioè, più di quanto lo pagherei se lo comprassi, il camper.
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Cambio repentinamente programma e decido di tentare la sorte all’Ospizio del San Gottardo (patrimonio Unesco, peraltro) e dove la mia audacia viene premiata: a soli 80 CHF mi danno una deliziosa camerina di legno con piumone cuoricinato bianco e rosso. Però senza bagno.
Pazienza: il bagno in comune di un ospizio svizzero sarà senza dubbio più lindo del cesso di casa mia (ed in effetti è così).
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Prevedendo di avventurarmi in una escursione in quota la mattina successiva, scendo ad informarmi alla reception: Avete una cartina ? chiedo molto urbanamente.
‘Da consultare’ mi domanda il receptionist con il terrore negli occhi.
‘Bè, sa, non vorrei smarrir…’  ma non ho neanche il tempo di rispondere che il tipo sentenzia:
‘all’edicola le vendono!’
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Ah, la celeberrima ospitalità svizzera !  Effettivamente le vendono: adocchio una simil-kompass atta alla bisogna, e sfortunatamente adocchio anche il bigliettino del prezzo: 29 franchi svizzeri ! Tipo 25 euro.. ma cos’è, un manoscritto di Leonardo da Vinci ??
‘E’ professionale’ sentenzia l’esercente (in che senso ? E’ quella ufficiale in dotazione ai cani San Bernardo da soccorso ?? Mah…)
La metto giù subito manco fosse antrace… in alternativa mi viene proposta una roba che certamente professionale non è: ci sono le montagne disegnante tipo coi pastelli a cera a colori vivaci, scala 1 : 1 miliardo, di quelle che sulle nostre montagne trovi dappertutto, tipo in farmacia, dal panettiere, e via discorrendo.
‘Son 3 franchi e ottanta’ spara l’edicolante senza un minimo di vergogna.
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FORTUNATAMENTE ho dimenticato il portafogli in camera, il che mi obbliga a ritransitare dalla reception .
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Il burbero-alla-prima-impressione receptionist stavolta invece si informa con inaspettata cortesia: cara signora, l’ha poi trovata la cartina ?
Si – rispondo io alquanto stupefatta dall’improvviso cambiamento di personalità – ma ho sentito il mio family banker e purtroppo il mio fido non mi consente l’acquisto. Comunque ho pensato prendere quella disegnata dalla seconda B della scuola locale.
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‘Non le serve’ precisa il precedente burbero, ora mio benefattore, estraendo da sotto il bancone la mappa superprofessionale da un milione di dollari. Me la sciorina davanti, spiegandomi per filo e per segno tutte le escursioni della zona con garbo e cortesia.
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Vado qui! affermo giuliva puntando un laghetto a quota 2500. Ma se mi perdo?
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‘Non tema, che di certo non si perde. E comunque le presto io la cartina. Domani mattina, prima di partire, passi di qui. Basta che poi me la riporti’
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Mi profondo in ringraziamenti accorati, non capacitandomi che la stessa persona possa essere prima un villano malgarbato e poi un angelo della montagna. Va bè, mai giudicare alla prima impressione, mi dico tra me e me !!
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Il mattino dopo, adeguatamente bardata per la mia gita (calzoni alla zuava, camicia a quadri, piccozza, cappello con piuma, bacchette, bombola di ossigeno, san bernardo al seguito con botticella di grappa) passo a saldare il conto e/o ritirare la cartina prima di avviarmi alla scalata del gigante bianco.
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Ovviamente il tipo del giorno prima non c’è, e al suo posto c’è la Fraulein Rottenmeier.
‘Salve, eccole la carta di credito.. senta, c’è qui la mia cartina?’
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Quasi sviene dall’orrore e dall’ardire della mia richiesta!! ‘LA KARTA ZI COMPRA ALL’EDIKOLA’  mi sbraita con quel tipico accento flautato del cantone di Uri.
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‘No, guardi -cerco di spiegare io con gentilezza – è che ieri..’
‘NEIN! EDICOLA!’
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‘Si, però ieri il suo collega.. non c’è stamattina? MI ha promesso che ..’
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‘NON ABBIAMO KARTINE! NICHT!’
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Ve la faccio breve; la tipa non voleva saperne per nessuno motivo. Ho dovuto scavalcare la reception ed aprire personalmente, forzandolo con un piede di porco, il cassetto (blindato) dove il tipo aveva riposto la mappa, dopo aver sgomitata di lato la valchiria, nonostante la mole da montanara svizzera.
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‘eccola qua!’  proclamo a denti stretti dalla rabbia, brandendo l’oggetto del contendere (e non è una metafora)
‘vede ? Il suo collega l”aveva lasciata qui per PRESTARMELA!’
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La Rottenmeier, di fronte all’evidenza dei fatti, si trasforma in un nanosecondo nella nonna di Heidi: come il receptionist del giorno prima, diventa in un istante un’altra persona:   mi augura buon giorno, mi bacia sulle guance, mi regala una barretta di fondente e mi congeda salutandomi giuliva con la mano. E’ la mia impressione ma adesso ha le trecce e le guance rubizze e prima no ? Mah…
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In compenso, dopo una trentina di minuti che scarpino in salita ripenso alla cifra corrisposta, e mi sembra un tantino esagerata.. che mi abbia addebitato più del dovuto per vendetta ? Possibile ?
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Sì, possibile, anzi certo. Me ne capacito pienamente al rientro dalla mia ascesa, verso le ore 16.00. Il nuovo receptionist (un terzo personaggio, c’è un turnover in quell’albergo lì che io non ho mai visto…) da me interpellato in merito conferma: la tipastra mi ha fatto pagare tipo 30 euro di più!  Per fortuna il nuovo arrivato è urbanissimo, si scusa in tutte le lingue parlate nella nazione e tosto mi rimborsa in euri sonanti.
CONCLUSIONE
Ma allora ???!!  Vi decidete ?  Siete Dottor Jeckill o Mr Hyde ?  Siete garbati oppure  no? Io non so più cosa pensare né come comportarmi con voi!
Ma soprattutto… io, secondo voi, con la supercartina superprofessionale… mi sono persa oppure no ?
A chi indovina, in premio, un Toblerone originale da 750 g!
toblerone-hero
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BONUS TRACK
Qui sotto una foto originale, presa sul posto, per tutti quelli che ‘in svizzera non c’è una carta per terra neanche a morire’
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.cartaccia

Nella patria di Gugliemo Tell

 

Ecco.
Dovrebbe essere un classico:  sono seduta SOLA nel grazioso dehors di un ristorante svizzero (sembra un ossimoro, lo so) agghindata come di solito sono al lavoro (poichè NON è venerdì e quindi vi rimando a questo post qui per un giudizio di merito sul mio look). Pur lasciando alla vostra fervida immaginazione l’eleganza media dell’avventore svizzero, ci sarebbe da aspettarsi che almeno uno straccio di locale mi si avvicini, bicchiere in mano e sguardo malandrino, con intenzioni socievoli…o è chiedere troppo ?
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C’è pieno ma pieno di maschi.
Maschi svizzeri, d’accordo, però sempre meglio che niente: adesso nominatemi al volo uno svizzero sexi!
No, Guglielmo Tell non vale: intanto è già nel titolo, e poi è un personaggio di fantasia. Dai, tiratene fuori uno, se ce la fate… non ce la fate, visto ?
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Comunque: alla mia destra 2 svizzeri di cui 1 con baffi a manubrio. Mangiano fonduta (d’altronde.. dove siamo?)
Sempre a destra, ma avanti di due tavoli: gruppo di 4 maschi svizzeri. Mangiano carnazza, bevono birrazza.
Tavolo di fronte: altri 4 svizzeri, vedo le birre ma non so cosa stiano mangiando.
Altro tavolo in fondo: altri 4 svizzeri maschi, vedo in tavola addirittura una bottiglia di vino rosso.
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Dunque, come MINIMO 14 maschi (svizzeri) soli, senza femmine. Forse il fatto di essere svizzeri ci spiega perchè siano sprovvisti di accompagnatrici.
Ma ad ogni modo: come mai nessuno ha ancora spedito la cameriera al mio tavolo con :
– 1 rosa
oppure
– 1 birra
oppure
– 1 calice di rosso (vino svizzero ? un altro ossimoro)
oppure
– 1 bigliettino ‘moechtest du mit mir tanzen ?’ (vuoi metterti con me, più o meno)
oppure
– una balestra
oppure
– una forma di emmenthal
oppure
– un orologio a cucù
oppure
– un toblerone (dai!! niente doppi sensi, per cortesia!)
oppure
– una banca
oppure
– un qualsiasi cadeau che mi dimostri che io, femmina italiana, non sono passata inosservata, santo iddio!
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Se fossimo in un film a quest’ora avrei già la cena pagata dal tipo coi bermuda, la maglietta verde ramarro e i sandali ! (ma certo, coi calzini, ci mancherebbe!)
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Invece niente.
(per onestà intellettuale devo ammettere che un paio di sguardi sono arrivati: non ho però capito se lascivi o ammiccanti o se invece il tipo era  semplicemente strabico. L’ho tenuto d’occhio a lungo ma l’operazione di rimozione del tartaro all’arcata superiore con lo stuzzicadenti è andata per le lunghe, e alla fine ho desistito)
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Comunque è finita che l’insalata in brodo di salsa rosa me la sono dovuta pagare io, dopo aver stipulato un regolare contratto di mutuo quinquennale con il locale istituto di credito (si sa che i prezzi in svizzera son così, praticamente inaccessibili a noi italiani medi). Niente rosa, niente vino, niente birra, niente cucù, niente proposte di matrimonio che mi avrebbero permesso di ottenere la cittadanza svizzera. Niente.
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E tutto questo ve lo scrivo immersa nel lusso e nello sfarzo della mia FA-VO-LO-SA tripla
uso singolo che potete immaginare quanto mi costi, se per pagare l’insalata in brodo ho dovuto fare il mutuo.
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Per chi non avesse colto l’ironia, la tripla uso singolo di fatto è una specie di interno camper di plastica, dove dalla doccia si accede direttamente al letto di sotto, perchè il terzo letto è una specie di letto a castello…e io che mi ero figurata una notte di sesso sfrenato in una camera di almeno 20 metri quadri.
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Un’illusa, proprio.
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Non so se più per i 20 metri quadrati della camera o per il concetto di ‘sesso sfrenato’ con uno svizzero…
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svizzera

Finita, finalmente!

 

1998-2000: grazie alla maestra Annamaria, che sapeva unire alla tenerezza materna una competenza professionale di altissimo livello:  all’asilo nido lasciavo l’Infanta nelle sue mani con molta più tranquillità  di quando la tenevo nelle mie, di mani, consapevole che era il posto più sicuro e accogliente dove potesse stare (anche perché ce lo ricordiamo tutti quante volte è rotolata giù dal lettone ove IO l’avevo incautamente abbandonata per pitturarmi con agio le unghie… o no? )

2003-2008: grazie alla maestra Pia, ormai in pensione da parecchi anni, che ha accompagnato l’Infanta alle elementari: una maestra di quelle di una volta, che insegnava una grammatica precisa e rigorosa, e faceva imparare le poesie a memoria. Una maestra severa e amorevole insieme, che quella volta che l’Infanta, in prima elementare, arrivò in aula in lacrime invece di sbrigarla via con il classico ‘ormai sei grande, cosa c’è da piangere’ se la strinse accanto dicendole ‘sono triste anch’io, vieni qui che piangiamo insieme’, sdoganando così la libertà di piangere al bisogno.

2009-2011: grazie all’insegnante di musica delle medie, qui descritta, che alla richiesta dell’Infanta di poter usare il suo strumento durante gli esami di terza media contrappose un categorico ‘ASSOLUTAMENTE NO! Tu suoni il piffero come tutti gli altri!’.  L’Infanta, che all’esame portava come leitmotiv la Gran Bretagna, invece voleva prodursi in God Save the Queen con l’arpa , e così imparò che a volte, se si vuole qualcosa per sé stessi,  bisogna lottare, prendere una posizione anche magari contro l’autorità costituita e  insistere, specialmente se si pensa di essere nel giusto (e tra l’altro imparò anche che per insegnare musica alle medie non serve necessariamente essere musicisti). Riuscì ad ottenere di portarsi l’arpa a scuola, e suonò delle magnifiche variazioni dell’Inno Nazionale Inglese, e anche molto altro, tra gli applausi degli (altri) insegnanti, compagni e bidelli.

2011-2013: grazie ai professori sociopatici.  l’Infanta ne ha incontrato uno al biennio, bravissimo nella sua materia, ma a  trattare con le persone proprio no. Il trauma fu tale, per l’Infanta, da indurla, dopo qualche settimana, a propormi, disperata, di cambiare scuola. ‘Infanta: la scuola è come la vita. Un sociopatico con cui avere a che fare davanti ce lo avrai sempre. Prima impari come funziona meglio è ‘. La fanciulla comprese, e rimase dove era. L’Infanta vanta ora solide basi della materia d’insegnamento, ma anche un minimo di conoscenza dell’animo umano. Il prossimo che incontra, di sociopatico, per lo meno è preparata.

2005-oggi: grazie alla professoressa di arpa: lei ha insegnato a me a fare il genitore.  Prevedibilmente intorno agli 11 anni l’Infanta fece un bel discorsetto a me e a suo padre, dichiarando che della musica ne aveva abbastanza: ‘non me la sento più’, disse. Noi, desiderosi di comportarci da genitori democratici ci consultammo con la sua insegnante esordendo con un ‘l’Infanta vuole smettere. Desideriamo rispettare la sua volontà e non forzarla’.  Ci trattò giustamente come due mentecatti,  rammentandoci che, forse, due adulti sono più adatti a prender decisioni importanti rispetto a una mocciosa preadolescente che di solito neanche sa da che parte è girata.               ‘Questo è il momento di fare i genitori’ ci disse ‘La storia del non forzarla è la scelta facile, tra 10 anni se ne pentirà, e allora sarà tardi. Vedete un po’  voi.’ Ci convinse, e con azioni coercitive da telefono azzurro, obbligammo la fanciulla proseguire gli studi al conservatorio, almeno fino alla fine delle medie. ‘Solo alla fine della terza media  – le fu detto – sarai libera di decidere. Non prima’ .   Non vi sto a raccontare i drammi in quel periodo: ‘mi rovinate la vita’  e ‘vi odio’ erano le frasi normalmente utilizzate come intercalare dalla giovinetta.  ‘Non vedo l’ora di essere adulta, così potrò decidere da sola e fare quello che voglio io’ dichiarava ad intervalli regolari di 3-4 ore.

Bene, oggi l’Infanta è (relativamente) adulta e ha deciso di fare quello che vuole lei: la musicista, appunto.

2013-2016: infine, grazie alla sua professoressa di italiano e latino: vi dico solo che quando l’Infanta vuole farmi un complimento mi dice ‘sembri la Prof’. Da una parte mi scoccia un po’, perché preferirei il contrario. Ma dall’altra mi sento fighissima, proprio come è fighissima la sua Prof.  Che alla fine della quinta liceo, per ringraziarli di ‘tre anni di fatica e di allegria’ ha consegnato ai suoi alunni questa poesia:

C’è chi insegna
guidando gli altri come cavalli
passo per passo:
forse c’è chi si sente soddisfatto
così guidato.

C’è chi insegna lodando
quanto trova di buono e divertendo:
c’è pure chi si sente soddisfatto
essendo incoraggiato.

C’è pure chi educa, senza nascondere
l’assurdo ch’è nel mondo, aperto ad ogni
sviluppo ma cercando
d’essere franco all’altro come a sé,
sognando gli altri come ora non sono:
ciascuno cresce solo se sognato.

L’ho trovata oggi per caso, facendo pulizia nella sua camera, intanto che lei stava facendo l’orale.

Non la conoscevo, e leggendola ho pianto.

Racchiude una verità grande, grande quanto la responsabilità che tocca ad ogni educatore, più ancora, forse, che a noi genitori.

Grazie a voi, Insegnanti che avete saputo sognare l’Infanta.

Grazie a tutti quelli che, come voi, fanno bei sogni invece di incubi.

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L’Infanta oggi ha finito gli esami.

E’ matura.

 

Adesso si comincia.

 

stay-calm-and-get-ready-for-the-time-of-your-life

 

 

Siamo quello che mangiamo

Premetto che non ho NIENTE contro i vegani. Quelli normali, chiaramente.

Per esempio, la Valchiria, mia amica di lunghissima data, è veganissima, ma  è una persona equilibrata, non rompe i maroni a nessuno, mangia quel che le pare e non si scompone affatto se io mi sbrano una braciola sotto i suoi occhi.

Certo, sua figlia, coetanea dell’Infanta, quando da bambina veniva a casa nostra a mangiare la prima domanda che mi faceva appena varcata la soglia era ‘c’è il dolce, vero ?’ dopo del che mi svuotava il frigorifero, iniziando dal salame di Varzi e finendo con la bomboletta di panna montata sprayata direttamente nel gargarozzo, come è sacrosanto che venga consumata secondo le regole del bon ton.

La sua mamma la guardava con gli occhi a cuore, sgranocchiando giuliva il suo snack di farro biologico gusto segatura, senza fare un plissé.

Questo, a parer mio, si chiama essere equilibrati.

Per dire che non nutro forme di prevenzione, ma quando sono i fatti a parlare…

Ordunque: nella cittadina ex capitale del regno longobardo che mi diè i natali esistono numerosi ristoranti, tra cui anche un paio di vegani.

Insieme al Botanico  abbiamo deciso di testarne uno, aperto di recente e gestito da due esperte di nutrizione ayurvedica. (almeno a detta loro): fino ad oggi, francamente, non sono ancora riuscita a mangiare in un ristorante vegano (ma neanche vegetariano) che mi regga il confronto con un buon ristorante onnivoriano ma siccome finchè c’è cibo c’è speranza non mi rassegno, e quindi eccoci qua.

Sorvolo sull’offerta veramente esigua, del menu, ove trionfano il tofu e le verdure bollite: poiché definire gli spinaci e i finocchi lessi ‘ayurvedici’ mi sembra quando meno pretenzioso (specie quando sono venduti a peso, quotazione di mercato che oscilla tra l’aragosta del Maine e il tartufo bianco di Alba), decido di optare per una specie di spezzatino al curry e per le proposte vegetariane, che contemplano anche dei formaggi. Chiedo una birra artigianale, che cercano di propinarmi in un bicchiere di materbi riciclabile: inorridita, faccio notare che sullo scaffale di pallet sulla parete di fronte, ci sono dei manufatti in vetro, che più riciclabile di così non si può, e ne pretendo uno: il boccale mi viene allungato di malavoglia, non capisco perchè, e riempito malamente versando la birra dall’alto.

Le due proprietarie sfoggiano un abbigliamento ed una spocchia ai limiti della tollerabilità: intanto sono vestite col costume tipico dell’operatrice olistica, che prevede ampi camicioni di lino grezzissimo, sciarpe di seta svolazzanti e, immancabile, un turbante di stoffone tipo canapa.

Dispensano, non richieste, dettagliatissime informazioni su come si cucina il daikon, mi invitano ripetutamente a conferenze sulla corretta nutrizione ritenendomi, evidentemente, una povera ignorantona in materia di alimentazione, risultandomi simpatiche come l’esperienza di pestare una merda con le infradito.

Dulcis in fundo, mi approcciano dopo il pasto per un giudizio sul medesimo, interpellandomi con un: ‘allora, vero o no che è tutto buonissimo?’

E NO, cara la mia turbantona, non è tutto buonissimo! E poi la domanda è veramente malposta, ed è evidente che ti aspetti una riposta tipo ‘eccellente, mai mangiato niente di simile!’, esattamente come fanno tutti quelli che passan per di qua e che, temendo le tue ire e soprattutto le tue ramanzine mentono spudoratamente per quieto vivere.

E in effetti è vero, mai mangiato niente di simile. Per fortuna, aggiungo io.

‘Cara signora, fa cagare’ vorrei rispondere sincera. Ma siccome la sincerità non piace a nessuno, e men che meno a due spocchiossisime vegane talebane che mi han trattato come una povera mentecatta fino a due minuti fa, decido per il bene comune di formulare una riposta più cortese e diplomatica, che dica e non dica, che lasci spazio per una eventuale interpretazione: ‘guardi – dichiaro serafica  – ho trovato tutto ai limiti dell’edibilità’.

Le due mi guardano col disgusto che immagino riservino al foie gras de canard, ma tentano comunque un recupero in zona cesarini offrendomi una fetta della loro mirabolante torta vegana di zucca e cioccolato.

Memore di quel che mi è arrivato nel piatto sotto la denominazione di ‘spezzatino’ ritengo assennato mettere in atto misure cautelative, e chiedo di poter osservare da vicino il tanto decantato dolce prima di addivenire a decisioni che ne riguardino il consumo immediato, che potrebbero rivelarsi avventate: tosto giunge, da visionare, una merda di mucca su un piatto da portata.  (forse ho frainteso: avevo capito ‘cioccolata e zucca’ ma forse era ‘scagazzata di mucca’) 

Sarà anche essere la torta più buona del mondo (ma ne dubito fortemente), ma non si può guardare!

Sempre guidata dal mio innegabile savoir faire evito un’altra volta di dichiarare apertamente il mio pensiero (signora, sembra fatta di pupù) e mi  limito ad un ‘guardi, è talmente brutta che non la mangerei neanche se me la regalasse. Mi permetto di suggerirvi di curare un tantino la  presentazione dei piatti, attualmente un po’ carente, a mio modesto avviso’  (critica costruttiva).

Non la prendono bene neanche un po’: mi devo sorbire una ramanzina di venti  minuti sulle innumerevoli virtù delle cucurbitacee, e mi rinnovano più e più volte l’invito al lavaggio del cervello che si terrà venerdì prossimo ore 20,30, dopo l’aperitivo-degustazione di finger food macrobiotico a base di muscolo di grano (tutto-yin-e-yan-dall-antipasto-al-dolce).

Declino cortesemente, non tanto per tema del cibo ma soprattutto perché non ho nulla di  adatto da indossare per l’occasione: non possiedo infatti  nè caftani di juta, nè sciarpe svolazzanti di seta grezza nè le birkenstock d’ordinanza, per tacere dei turbanti.

Arriva il conto: più o meno quel che si pagherebbe da Oldani per un menu degustazione di buon livello… diciamo che quei 7 etti di verdura biodinamica cotta al vapore han fatto la cifra grossa, ecco..

Il Botanico è un lord e paga senza fare una piega (per fortuna ha un bel limite sulla carta di credito) e ce ne andiamo, soddisfatti della cena quanto Adinolfi di fraternizzare due genitori gay precedentemente divorziati  e i loro 5 figli avuti tramite eterologa, e ci dirigiamo tanto veloci quanto affamati verso un kebab poco distante ove ci strafoghiamo felici  di hummus, spiedini, falafel ed altre leccornie medio orientali per la cifra folle di € 12,50 (in due).

Stavolta pago io.

VALUTAZIONE

Cibo: 2

Spocchia:10  

Turbanti: 8  

Faccia tosta: 8  

Diplomazia (mia):9  

Kebab (molto piccante, con dentro tutto): 9  

 

CONSIGLIATO ?  Il kebab si!

ego

L’Infanta, la scuola, e la macchina del tempo

Ieri per l’Infanta è stato l’ultimo giorno di liceo.  L’ultimo giorno di scuola.

La aspetta tra un paio di settimane la maturità scientifica (e chi se lo sarebbe aspettato che mia figlia potesse eccellere in fisica?? Figlia mia, che non ho ancora capito adesso perchè l’acqua bolle. Mah…) ma di fatto la giovinetta sta uscendo per sempre da quella porzione di sistema scolastico che prevede la pagella del primo e secondo quadrimestre, i colloqui con gli insegnanti, la campanella, la merenda, i fogli protocolli a righe e a quadretti, lo zaino di Masha e Orso, i pennarelli, le ore di 50 minuti, le matite e le unghie mangiate, la supplente, il compito in classe, la gommapane, la colla pritt, il bidello, il cancellino, l’ora di ginnastica,  e molto altro ancora.

Puff, finito. Forever.

Ma si,  certo.. poi c’è l’Università.

Ma la scuola, quella vera, diciamocelo, finisce alla fine del liceo. Punto.

Non ho mai sentito nessun laureando dire ‘domani vado a scuola’, per esempio. Essi dicono ‘vado in facoltà’, a conferma di quanto dianzi da me affermato.

A me sembra ieri, di averla accompagnata al suo primo giorno di scuola, tenendola per mano, lei e i suoi due codini enormi che manco Candy Candy ce li aveva grossi così

Mi sembra ieri, di non essere arrivata in tempo a prenderla al ritorno dalle gite, presentandomi costantemente con tre bei quarti d’ora di ritardo (mezza brilla per di più) avendo di gran lunga preferito l’aperitivo con le amiche al rientro della prole da Mantova

Mi sembra ieri, di essermi categoricamente  rifiutata di aiutarla a fare i compiti a casa perchè ‘cara la mia signorina, la scuola è il tuo lavoro! Ti chiedo forse io di aiutarmi con i miei fogli excel ed in particolare con le tabelle pivot?  NO! E quindi arrangiati!’

Mi sembra ieri, di averle controllato con amore materno lo zaino scolastico ogni matt all’inizio di ogni settembre (tipicamente la mattina stessa del primo giorno di scuola), per svuotarlo dei libri, quaderni e residui di panino col prosciutto ivi giacente dal giugno precedente, allorquando l’oggetto veniva scaraventato in un angolo recondito dell’abitazione ove rimaneva, intonso, a prendere polvere per tutta l’estate

Mi sembra ieri di aver tuonato enne volte ‘Infanta! che sia l’ultima volta! Lo zaino si svuota entro e non oltre la fine del primo semestre di ogni anno, chiaro?! Vale a dire il 30/06, trenta zero sei duemilaquelcheè!!’ …ebbene, posso confermare con orgoglio neanche malcelato di aver fallito totalmente l’obiettivo: non è mai successo in tredici anni scolastici! Sedici, se contiamo la materna. Contiamola.

Ma soprattutto mi sembra ieri di aver urlato singhiozzando, ubriaca marcia e chiusa dentro il bagno, tirando pedate contro la porta ‘siete degli insensibili! Finisce la scuola e non ve ne frega nienteeeeee’  ai miei esterrefatti  compagni di quinta superiore (ormai attempati cinquantenni col riporto) che bussavano ripetutamente, giustamente preoccupati per la mia grama sorte e per la mia sbornia triste.

Perché 30 anni fa l’Infanta ero io.

Che finivo le superiori, mi diplomavo e dopo aver fatto ben due – dicesi DUE –  giorni di vacanza iniziavo a lavorare alacremente a Milano, che all’epoca noi pavesi (specie quelli stile Piccola Fiammiferaia  come me che non potevano permettersi l’università) non avevamo troppe alternative al pendolarismo, e ci toccava già da giovanissimi prendere il locale delle 7.28 e alè, filare, via nella metropoli a fatturare, che Milàn l’è un gran Milàn.

Gli albori della termoionicità, mi sento di dire oggidì

Io 30 anni fa venivo spedita a calci in culo nel mondo del lavoro direttamente dal banco di scuola: l’Infanta, invece, ha ancora almeno un lustro di decompressione, giacchè, per fortuna sua, ha abbastanza cervello e talento per affrontare serenamente il percorso accademico (invece io domani passo dal negozio Comprooro sottocasa ad alienare la fede nuziale, la medaglietta del battesimo  e la catenina della prima comunione onde pagare la retta almeno per il primo semestre…Poi vediamo, al limite vado a trafugare anche gli ori nei cassetti di mia madre: lo fanno i drogati per il metadone, potrò ben farlo io per pagare all’Infanta un’istruzione come si deve, o no ??)

Comunque la fine del suo ultimo anno scolastico, e del corso di studi, mi riporta indietro nel tempo e mi addolora infinitamente: perché a me piaceva tanto andare a scuola, mi piaceva studiare,  mi piacevano i compagni, mi piacevano anche certi professori, mi piacevano i panini col salame di cane delle dieci e mezza venduti dal bidello… Ed è perfettamente inutile che diciate ‘bè, ma non è mai troppo tardi! A scuola ci puoi sempre tornare se ne hai voglia!  Chi ti impedisce, volendo, di iscriverti anche tu all’Università ?’

Nessuno, me lo impedisce, e volendo si può anche fare… ma la verità è che la cosa che mi piaceva di più della scuola, trent’anni fa, era avere anch’io 19 anni.

E non c’è nessuna università che offra un corso di Laurea in Eterna Giovinezza.

Sigh.

Ritorno-al-Futuro-Robert-Zemeckis-Delorean-Macchina-del-Tempo-fantascienza

 

Ci vorrebbe la Delorean!

 

Grande Giove!

 

 

 

 

maturita

Africa sub sahariana VS Piemont

2 Giugno, festa della repubblica e tempo di grigliate.

Approfittando di una temporanea apertura con sprazzo di sole in questo inizio novemb giugno, i nuovi vicini di casa, una deliziosa coppia di sposini novelli, invita per il pranzo un assortito gruppo di amici onde deliziarsi in giardino (confinante col mio, ma totalmente invisibile, grazie alla protezione totale fornita da una fittissima siepe di edera infestante) con braciole, costine, salciccie ed altre delizie commestibili previa grigliatura.

Così, mentre io mi inebrio inalando a pieni polmoni quel tipico odor di costata che si spande nell’aere dedicandomi, a tempo stesso, ad attività tipicamente giardinesche tipo stendere il bucato e trapiantare il basilico, loro bevono birra, ruttano discreti e, soprattutto, chiacchierano a voce alta. Molto alta.
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Giacchè farmi i fatti altrui è uno dei miei passatempi favoriti, mi trattengo in giardino per tutto il tempo necessario e anche oltre, assentandomi giusto un momento per andare a svuotare la lavatrice. Al mio ritorno, le braccia cariche di indumenti bagnati e puzzolenti di cane morto (giacciono in lavatrice da almeno due giorni. E comunque quando li ritirerò asciutti puzzeranno di carne alla griglia, sicché…) colgo al volo il proseguo di una narrazione avviata qualche istante prima:
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‘… e quindi siam lì che ci diciamo.. beviamo o non beviamo ? Tutta roba naturale eh, fatta con le loro radici africane, erbe e cose così, che però ti fa sballare di brutto! Noi alla fine l’abbiamo bevuta, e siamo andati fuori di testa, chissà cosa ci hanno messo dentro, oh raga, uno sballo totale, proprio!’
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Io, interessatissima, sospendo temporaneamente la stenditura delle mutande e attendo, ansiosa e non vista, il seguito della mirabolante avventura: voglio sapere dove sono andati, questi qui, avran forse soggiornato in una remota località della valle dell’Omo, presso una tribù autoctona che mai prima d’allora ha avuto contatti con l’uomo bianco, ove sono stati iniziati ai riti locali da uno sciamano centenario, depositario di formule magiche primitive ed ormai dimenticate, propedeutiche all’apertura del terzo occhio?
O saranno stati forse accolti da qualche nobile capo Masai, unico superstite di uno dei rarissimi clan che hanno conservato gli usi e costumi dell’antichissima nilotica etnia, magari in occasione di un safari in Kenya, dopo essersi sperduti nel cratere del Ngoro-ngoro durante una pericolosissima caccia al rinoceronte bianco?
O può anche darsi che invece siano stati rapiti da un gruppo di tuareg durante la traversata del Sahara, e in una notte di luna piena nel deserto abbiano condiviso con i mitici Uomini Blu la celebre Cerimonia del The, quel sacro momento privo di preoccupazioni che Dio ha creato affinchè le anime si ritrovino (per dirla con lo scrittore Tuareg Mossa Ag Assarid… che poi magari questo qui che parla l’ha persino conosciuto di persona!)
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Chissà, chissà, chissà… e mentre la mia mente si perde in sconfinate praterie, e savane abitate solo da felini ruggenti, lune africane sospese nel buio della notte, pallide luci all’interno delle tende dei nomadi, con la Croce del Sud all’orizzonte, il tipo conclude:
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.. comunque lì ai Murazzi quella roba lì la bevono tutti.
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Cioè, erano ai Murazzi ?? A Torino – Centro ?
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Le radici africane ?? Roba loro tutta naturale ???
Poi, loro di chi, dei torinesi ?
E che roba naturale era ? Nocciole ?  Ma non son mica radici !
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Dopo lunga meditazione sono giunta a conclusione che, probabilmente, si è trattato di cioccolata calda, gusto gianduja… io in verità l’ho consumata sovente, anche in quantità ingente, ma a me lo sballo totale non è mai capitato.
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Quindi se tra voi lettori ci fosse un Torinese, frequentatore abituale dei Murazzi, sia gentile, e mi contatti in privato: vorrei sapere il nome della cioccolateria che serve la bevanda che han sorbito i miei vicini,  perché almeno una volta nella vita lo sballo totale vorrei provarlo pure io!
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 Turin (Torino), high definition panorama at twilight
Una bella veduta di Timbuctù (Mali)
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